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Fare la suora in Libano

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30 dicembre 2021

La sfida quotidiana di Jocelyne e delle sue consorelle al freddo, alla fame e alle malattie


Sui monti del Libano, nel quieto villaggio di Fatka, trenta chilometri a nord di Beirut, una comunità di suore lotta per sopravvivere e per fornire cibo e cure a donne anziane, bambini malati, famiglie in miseria. È una sfida quotidiana alla fame, al freddo, alle malattie, combattuta in un paese devastato dalla povertà, saccheggiato da una politica rapace, fiaccato dall’emigrazione, dove i giovani sognano la fuga e gli speculatori si arricchiscono col mercato nero. Quella sfida, le religiose della Congregazione delle sorelle maronite della Sacra Famiglia la combattono con l’ansia di non farcela. «Non sappiamo se arriveremo alla fine dell’inverno» scandisce, intrepida e inquieta, suor Jocelyne Chahwane.

Nel Centro di Notre-Dame du Mont, un grande edificio bianco, sormontato da una croce, che guarda dall’alto lo splendore del Mediterraneo, suor Jocelyne dirige la guest house, un tempo polmone finanziario della comunità e della stessa congregazione. A quella poderosa struttura con 100 stanze, capaci di accogliere 275 persone, un ristorante e un teatro per centinaia di posti, in grado di ospitare ritiri spirituali, convegni, conferenze, seminari, toccava il compito di sostenere, con i propri introiti, la casa di riposo per le anziane religiose.

Ma oggi il Paese dei Cedri, quel Libano che - nel ricordo di un intellettuale raffinato come Amin Malouf, libanese d’origine, da anni in Francia - «è stato spesso definito la Svizzera del Vicino Oriente» è sull’orlo dell’abisso. «Crisi economica e pandemia hanno fatto sparire i turisti. Stranieri, non ne vengono più. Siamo in un grande isolamento», spiega suor Jocelyne. E nel frattempo la casa di riposo ha deciso di accogliere anche le donne anziane dei dintorni: tra religiose e laiche, ospita 70 persone. Le accudiscono 30 dipendenti, «donne anche loro: madri, spose divorziate, con problemi. A tutte dobbiamo dare ogni giorno da mangiare. Ed è un’impresa».

Suor Jocelyne ha 49 anni, si è consacrata ventun anni fa. Libanese di Beirut, aveva 28 anni e lavorava come manager in una grande società farmaceutica, la SmithKline Beecham, quando, durante un ritiro spirituale, affrontò una grande crisi interiore. Era il 2000; la sua società stava per fondersi con un altro colosso farmaceutico, la Glaxo. «Mi venivano in mente le pagine della Bibbia, l’incontro di Gesù con l’uomo ricco, che voleva seguirlo. Quando Gesù gli dice: vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e vieni con me, il ricco diventa triste. E rinuncia. Quella tristezza mi toccava. Sentivo di essere chiamata a servire. Dopo otto mesi dissi il mio grande sì a Cristo».

A Beirut, nella sede della congregazione della Sacra Famiglia, suor Jocelyne è responsabile delle tecnologie dell’informazione. Da cinque anni ha aggiunto a quell’incarico la missione di dirigere la guest house di Notre-Dame du Mont. Aveva uno staff ad aiutarla. È rimasta sola: «I professionisti vanno via dal paese. Vogliono assicurare un futuro ai figli, hanno bisogno di denaro per vivere. E fuggono. Al Centro sono andati via in sette: l’operation manager, il social media manager, lo chef della cucina… Alcuni sono partiti verso l’Europa, oggi vivono in Francia, altri si sono diretti in Egitto, in Arabia Saudita». E tutto il Centro di Notre-Dame du Mont si affida alle forze di quattro suore: la superiora, suor Jocelyne e altre due religiose, che lavorano come infermiere. Con voce lieve suor Jocelyne racconta una tragedia, mette in fila le date: la rivolta del 17 ottobre 2019, quando si scatenò la rabbia popolare contro la corruzione della politica e le strade si riempirono di una folla inferocita; la catastrofe del 4 agosto 2020, quando nel porto di Beirut esplosero 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio, custodite da anni in un enorme deposito, provocando 217 morti, oltre 7000 feriti e 300mila sfollati; poi l’irrompere del covid-19.

L’effetto è una crisi economica e sociale che la Banca mondiale ha definito la peggiore in 150 anni di storia del paese: due terzi della popolazione vive sotto la soglia di povertà, l’inflazione è pari al 90 per cento, la classe media è stata annientata. Il cambio tra la lira libanese e il dollaro è schizzato alle stelle: nel 2019 un dollaro valeva 1.500 lire; due anni dopo, al mercato nero, è esploso a 25.000 lire. E il potere d’acquisto si è disintegrato: uno stipendio di un milione di lire, che valeva fino al 2019 circa 660 dollari, oggi è pari a 70/80.

«Per le vie del centro di Beirut o di Tripoli vedi mendicare i bambini, vestiti di stracci» ha raccontato lo scrittore tedesco-libanese Pierre Jarawan, ospite di recente della rassegna milanese Bookcity. «Su Facebook la gente baratta televisori per avere pannolini. I black out sono all’ordine del giorno. La corruzione dilaga. Mentre i comuni cittadini possono prelevare al bancomat solo cifre limitate, l’élite politica ha portato all’estero i suoi patrimoni milionari».

A Fatka, nel Centro di Nostre-Dame du Mont, suor Jocelyne affronta tremende ristrettezze. «La nostra ansia quotidiana è come assicurare ciò che serve per vivere, a cominciare dal cibo. Ho bisogno di latte in polvere, per esempio, e posso impiegare anche tre giorni, telefonando dappertutto, chiedendo dove lo si può trovare, tentando di strappare il prezzo più basso. Tutto manca. Anche l’olio per cucinare, o per condire. E i detergenti, i fazzoletti, la carta igienica. È una lotta per avere le cose più elementari». Manca, anche, l’elettricità. «È un problema enorme: dobbiamo pagare in dollari per avere il mazout (il combustibile per far funzionare i gruppi elettrogeni), il gasolio per garantire l’acqua calda, il riscaldamento». Nei rigori dell’inverno, è una necessità vitale, soprattutto per le anziane della casa di riposo.

Mancano anche le medicine. Le suore maronite le chiedono in dono ai volontari che a volte arrivano al Centro di Notre-Dame du Mont. «Ad associazioni di Parigi, di Nizza, ai nostri parenti, agli amici chiediamo di portare farmaci per i malati cronici, vitamine, medicine. Non abbiamo solo le religiose della congregazione a cui pensare, dobbiamo aiutare anche tante famiglie».

Aiuti sono arrivati dai volontari di Ulis,Unité Lègere d’Intervention et de Secours, da grandi organizzazioni come Œvre d’Orient, da Aide à l’Eglise en détresse, da quella Francia che storicamente ha grandi legami con il Libano. «Ma il problema è che noi abbiamo bisogno di poter costruire un budget quotidiano, di poter contare su risorse stabili per trovare e comprare il cibo, per pagare i nostri impiegati» dice suor Jocelyne, e confessa di sentirsi «isolata: sola con le mie responsabilità, con le persone intorno che hanno bisogno d’aiuto, con le anziane che necessitano di cure. I bisogni sono grandi e l’aiuto non arriva, non c’è un vero coordinamento. Soffriamo per i bambini, soffriamo tanto per loro». A Natale, ai suoi amici di Parigi, di Nizza suor Jocelyne ha chiesto di portare un dono speciale ai piccoli malati: cioccolato. Nient’altro che cioccolato.

C’è un dolore particolare in questa tragedia, un’angoscia in più: «Non è solo una questione di politica o di economia: è in pericolo l’identità stessa dei cristiani in Libano». Nel paese, un complesso mosaico di religioni, vivono (o vivevano, prima che l’emigrazione svuotasse le città) due milioni di cristiani. «È la comunità più colpita dalla crisi», riflette suor Jocelyne. «Tutti i nostri vicini sono paesi musulmani; qui invece, tradizionalmente, c’è una diversità di riti: i maroniti, gli ortodossi… Ma questi cristiani sono la parte che soffre di più; i musulmani sciiti hanno l’aiuto dell’Iran, i sunniti dell’Arabia saudita. Ma i cristiani? Eppure papa Francesco, pregando per noi, ha detto che siamo l’ultimo baluardo della cristianità in Medio Oriente. Oggi la grande domanda è: il Libano resterà un paese cristiano o no?»

di Bianca Stancanelli