· Città del Vaticano ·

La testimonianza

Ascoltare le vittime: l’esperienza cilena

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30 dicembre 2021

Lavoro congiunto di laici e clero dopo gli scandali


Vorrei raccontare la mia esperienza a partire da alcune frasi significative di cui mi hanno fatto dono miei compagni di viaggio.

«È da quando la conosco che sta imparando»

Sono le parole che, in tono di rimprovero, mi ha rivolto una vittima quando ci siamo incontrati in occasione di una transazione firmata tra lui e una comunità religiosa come parte delle sanzione applicata nel suo caso. Ci siamo conosciuti in modo provvidenziale nel 2011 quando sono salita sul suo taxi al termine della seconda riunione dell’appena istituito Consiglio nazionale di prevenzione degli abusi e di accompagnamento delle vittime (d’ora in poi “Consiglio”) della Conferenza Episcopale del Cile (CECh). Quattro anni dopo le sue parole risuonano ancora nella mia mente. Quell’uomo mi ha insegnato … che dovrò continuare a imparare.

La mia esperienza come membro del Consiglio, e come suo presidente per tre anni (2018-2021), è stato un cammino personale e al tempo stesso intimamente unito a quello delle tante persone che, una volta superato lo sconcerto iniziale, si sono mobilitate, a partire dalle istituzioni della Chiesa, per prevenire gli abusi commessi in Cile. Le vittime e i media hanno aperto la strada scegliendo di rompere il silenzio e di denunciare, continuando al contempo a valutare criticamente quanto fatto, ma per affrontare la realtà dei delitti commessi in ambito ecclesiale occorre anche l’impegno istituzionale.

Apprezzo profondamente il modo in cui le vittime hanno saputo esprimere a parole l’orrore subito e la loro delicatezza nel narrare l’inenarrabile. Mi imbarazza l’incredulità che ha circondato le loro testimonianze, la mancanza di reazione istituzionale e la lentezza dell’iter canonico di fronte all’urgenza richiesta per stabilire la verità e ottenere sanzioni. Ho visto alcuni perdere la fede, altri lasciare il proprio ministero e i giovani perdere la fiducia.

Nel mio caso, ho avuto il dono dell’incontro personale con Cristo e con la sua Chiesa e di essere stata circondata da persone che hanno dimostrato profondo rispetto per la mia coscienza come ambito sacro e inviolabile. Sono stata parte di questo popolo, di questa Chiesa che peregrina in Cile, camminando insieme ad agenti pastorali, a tanti laici sposati e non, giovani e anziani, a consacrati, sacerdoti e diaconi e ad autorità ecclesiastiche disposte a formarsi affinché non si commettano di nuovo simili delitti in ambito ecclesiale. Oggi non più. Non sotto la nostra vigilanza.

Dopo essermi laureata in giurisprudenza nel 1992 nel mio paese, ho studiato diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana dove ho conseguito il dottorato nel 1999. Di ritorno in Cile, oltre a svolgere attività accademica, ho fatto parte dell’equipe legale della CECh che ha elaborato un protocollo nazionale per l’applicazione della prima versione delle norme universali sui delitti più gravi (2003). Già allora si era a conoscenza dei primi casi a livello nazionale, affrontati prevalentemente a partire da una prospettiva giuridica. Un programma televisivo nazionale mostrò la realtà degli abusi a casa nostra, in Cile. Ci ho creduto.

«Se ci limitiamo all’ambito giuridico, impoveriamo il discorso»

Questo me lo ha detto un uomo, una vittima, la prima volta che l’ho conosciuto insieme a sua moglie. L’ insegnamento per me: l’ambito giuridico da solo non può farsi carico di un simile orrore.

Grazie a quanti hanno partecipato all’Anglophone Conference – riunione di vescovi e membri dei consigli nazionali per la prevenzione delle conferenze episcopali di lingua inglese – ho appreso la strategia tridimensionale per far fronte agli abusi nella Chiesa: ricezione delle denunce, prevenzione, accompagnamento delle vittime. Sono queste le tre aree da cui si è sviluppato il lavoro del Consiglio come organismo che orienta i criteri e le politiche per i vescovi del Cile.

La istituzionalità diocesana – replicabile nella vita consacrata – (2011) prevede un organismo dedito alla prevenzione che copra questi tre ambiti. È stato difficile farlo funzionare poiché dipendeva in gran parte dal livello d’impegno della comunità e dalla guida del vescovo.

In tutte e 27 le diocesi sono state nominate persone incaricate di ricevere le denunce e ad oggi altre 886 hanno concluso il corso per formatori, attività che ha coinvolto 44.745 fedeli, che lavorano in forma remunerata o volontaria nella Chiesa in Cile (vedi Linee guida Cuidado y Esperanza, 2015).

Abbiamo appena concluso uno studio quantitativo e qualitativo che ci fornisce ulteriori elementi di prevenzione. Ci siamo concentrati sulle dinamiche relazionali dell’abuso sessuale in contesto ecclesiale al fine di conoscere per prevenire. Dal punto di vista quantitativo, abbiamo avuto accesso ai fascicoli, soprattutto canonici, di 21 diocesi e 15 comunità religiose. Questa metodologia ha permesso di conoscere, sulla base di quanto perseguito, la realtà di 168 aggressori di 461 persone tra maggiorenni e minorenni, dei quali il 72,67 per cento di sesso maschile e il 26,6 per cento femminile. A livello statale, fino a oggi, ci sono state 31 sentenze giudiziarie in cui sacerdoti sono stati condannati.

Dal punto di vista qualitativo, abbiamo intervistato a lungo 22 vittime e 12 professionisti che lavorano nel campo degli abusi sessuali in ambito ecclesiastico. È emerso l’uso di strategie di seduzione, di controllo, di erotizzazione del vincolo, di normalizzazione, di silenziamento, e l’uso della violenza esplicita e dell’abuso spirituale.

“È necessario rompere il silenzio. Chiediamo alle vittime”

Le hanno dette, nel contesto del Consiglio, due consigliere diventate poi mie care amiche. Il Consiglio è stato uno spazio di collaborazione tra laici, consacrati, vescovi e sacerdoti, a partire dalla nostra realtà, conoscenza ed esperienza. Pur cambiando le persone, continua a essere un ambito privilegiato per parlare sinceramente, discutere, raggiungere accordi, valutare vie di azione, soffrire insieme a causa dell’incomprensione o della lentezza dei processi, gioire per i piccoli passi e, sempre, ringraziare per la fiducia quando le vittime ci fanno dono della loro esperienza. Si tratta di un’esperienza sinodale. Altrettanto sinodale è stato il cammino del testo del documento Integridad en el servicio eclesial(2020) con precise linee di condotta, un iter a cui hanno partecipato circa 1500 tra laici, clerici e consacrati. L’ultimo documento istituzionale ha riguardato l’elaborazione di criteri-guida per vescovi e autorità ecclesiastiche in Cile (vedi Hacia Caminos de Reparación, 2021) in cui la proposta principale è di fare un percorso insieme alla vittima. Speriamo di avvicinarci alla vittima, alla sua famiglia, alla comunità ecclesiale dove è avvenuto l’abuso, affinché siano soggetti terzi attivi (bystanders) e, in una cultura istituzionale chiamata a prevenire, sia adottando misure di prevenzione per evitare abusi, per individuarli precocemente e mitigarne il primo impatto, sia per riparare a livello simbolico, spirituale e materiale.

Naturalmente tutto quanto detto finora può essere considerato “troppo poco e troppo tardi”, e io concordo. Ci sarebbero voluti, o meglio sarebbero stati necessari, tempi diversi. In questi anni è stata confermata l’intuizione emersa all’inizio, nel 2011, che ci sarebbero volute generazioni per superare tutto ciò, per riconquistare la fiducia, perché la Chiesa ridivenisse quel luogo che io stessa ho sperimentato come spazio dove si forgiava la nostra identità in un clima di speranza e di fiducia che oggi sembra tanto lontano. Ed è stato altrettanto devastante il fatto che i sacerdoti che ci guidavano quando ero ragazza hanno perso lo stato clericale.

Partendo dalla mia esperienza, credo che tutto ciò sia parte della sfida dell’essere cattolici oggi nel mio paese, di partecipare ai cambiamenti senza che nessuno ci separi dall’amore di Cristo (vedi Romani 8, 35-39), animati dalla speranza che “una Chiesa ferita è capace di comprendere e commuoversi per le ferite del mondo di oggi, farle proprie, subirle, accompagnarle e muoversi per cercare di sanarle” (Papa Francesco, Lettera al Popolo di Dio pellegrino in Cile, 2018).

di Ana María Celis Brunet

 

Ana María Celis Brunet

Avvocato e dottore in Diritto canonico. Professoressa ordinaria alla Pontificia Università Cattolica del Cile, è membro del Consiglio nazionale della Chiesa cilena per la prevenzione degli abusi sessuali e l’accompagnamento delle vittime e presidente dello stesso organismo dal 2018 È consulente del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita