· Città del Vaticano ·

Capaci di farsi prossimi

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29 ottobre 2021

«La vostra testimonianza ci ricorda che il mondo può crescere e continuare il proprio cammino solo se viviamo con un cuore largo, vasto, che non si preoccupa solo dell’ipseità, ma si apre all’altro. Infatti i missionari, nel loro agire quotidiano, desiderano che il regno del Signore trasfiguri la terra intera»: sono parole pronunciate dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, nel suo intervento alla prima Conferenza dei missionari italiani nel mondo svoltasi ieri, 28 ottobre, a Roma. Un evento significativo che riveste una sua particolare importanza, ha sottolineato il presule, «perché vede riuniti uomini e donne, figli dell’Italia, che oggi rappresentano gli sguardi e i desideri di tutto il mondo»; attenti a tutto ciò che accade in esso «perché per loro nulla è indifferente», pronti senza indugio a lasciarsi tutto alle spalle e a mettersi a servizio di nuove realtà, facendo il possibile «per entrare nei modi e nelle culture delle nazioni cui si è inviati».

È in questa prospettiva, ha osservato monsignor Gallagher, che si comprende il tema che Papa Francesco ci ha donato per celebrare la 95ª Giornata missionaria mondiale: «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato». Una frase che ricorda «ciò che ha mosso gli apostoli e i primi cristiani ad andare tra le genti e testimoniare quello che avevano visto e ascoltato: la vicinanza di Dio a ogni uomo». E, come gli apostoli, il missionario «non ha timore dei cambiamenti, perché sa che la missione non è fatta per gente che si aggrappa alle proprie sicurezze e consuetudini, anzi, necessita del coraggio capace di abbattere tutti gli ostacoli che impediscono di incontrare l’umanità». Per questo motivo l’attività missionaria non riguarda solo coloro che partono ma coinvolge e anima la vita di ogni cristiano e della Chiesa stessa, ha aggiunto.

Già all’inizio del Novecento, ha ricordato Gallagher, si era fatta largo nel mondo missionario, con Charles de Foucauld, «una nuova configurazione della missione, come “presenza” e “testimonianza” di vita tra le persone», cioè un movimento «in cui “entrare”, secondo il paradigma del mistero dell’incarnazione di Dio, piuttosto che come un’attività da “fare”». Se tradizionalmente la missione cattolica era intesa come un’attività della Chiesa affidata dalla Santa Sede a personale specializzato nei confronti di Paesi in cui il Vangelo non era stato ancora promulgato e la Chiesa non ancora radicata, «ora — ha puntualizzato — viene pensata più come l’ingresso di Dio nel mondo per farsi prossimo a ogni uomo, un’azione cui la Chiesa è a servizio attraverso le pratiche dell’inculturazione, dell’impegno per la giustizia e del dialogo interreligioso». In tale prospettiva, la missione, da attività molto settoriale della Chiesa, è divenuta il senso di tutta l’azione ecclesiale, «anzi della stessa realtà ecclesiale». Ecco perché l’annuncio e la testimonianza sono il compito di ogni cristiano che decide in coscienza di “restituire” i tanti doni ricevuti dedicando una parte del proprio tempo alla missione, con la vita e le scelte quotidiane piuttosto che con le parole. Un approccio, ha indicato il segretario per i Rapporti con gli Stati, ribadito a più riprese dai pontefici e da ultimo sottolineato con insistenza da Papa Francesco nell’Evangelii gaudium.

Nel prosieguo del suo intervento, monsignor Gallagher ha osservato come il tema della Giornata missionaria mondiale di quest’anno sia un invito per ciascuno a “farsi carico”, non dimenticando «che ci sono periferie che si trovano vicino a noi, nel centro di una città, o nella propria famiglia», come ha più volte rimarcato Francesco. Un’esortazione rivolta anche ai futuri diplomatici della Santa Sede, per il cui percorso di formazione il Papa ha insistito affinché svolgessero un anno di esperienza missionaria al di fuori della propria diocesi di origine, condividendo con le Chiese missionarie un periodo di cammino comune insieme alle loro comunità e partecipando alla loro quotidiana attività evangelizzatrice. Questo a sottolineare, spiega l’arcivescovo, che «non può esserci vero servizio senza la capacità di farsi prossimi».

Gallagher ha ricordato anche san Paolo vi , il primo pontefice che ha vissuto la missionarietà andando a incontrare le persone là dove abitavano: «Nel radiomessaggio natalizio dell’anno 1964 invitava gli individui e i popoli del mondo alla fratellanza vera, operante e universale, ricordando che “oggi la fratellanza s’impone; l’amicizia è il principio d’ogni moderna convivenza umana. Invece di vedere nel nostro simile l’estraneo, il rivale, l’antipatico, l’avversario, il nemico, dobbiamo abituarci a vedere l’uomo, che vuol dire un essere pari al nostro, degno di rispetto, di stima, di assistenza, di amore, come a noi stessi”». Bisogna pertanto, alla luce di queste considerazioni, attuali più che mai, che «cadano le barriere dell’egoismo», che «l’affermazione di legittimi interessi particolari non sia mai offesa per gli altri, né mai negazione di ragionevole socialità», e che «la democrazia, a cui oggi si appella la convivenza umana, si apra a una concezione universale che trascenda i limiti e gli ostacoli a un’effettiva fratellanza», ha concluso il presule. (rosario capomasi)