· Città del Vaticano ·

Formare i formatori

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28 ottobre 2021

Il libro di don Enrico Brancozzi (Rifare i preti. Come ripensare i Seminari), con la prefazione dell’arcivescovo Erio Castellucci e le presentazioni che ne sono seguite, hanno avuto un grande merito “come evento” oltre che “come contenuto”: hanno riproposto in modo forte il problema della formazione dei futuri presbiteri. Le righe che seguono sono una reazione timida di un prete che vive in seminario. Non sono pensieri compiuti, ma questioni su cui credo possa valere la pena fare una riflessione intermedia prima di passare (e a breve) alle prassi. Il libro e l’intervista a monsignor Castellucci del 5 ottobre pongono a mio parere con cognizione, parresia e precisione un problema non rimandabile.

Ma dove sta il problema? La parola chiave che mi sembra riassuma la diagnosi dell’arcivescovo è “complessità”: il vissuto ministeriale è sempre più vario e frammentato, i percorsi di vita dei seminaristi sono sempre meno standardizzabili e non raramente la formazione al ministero deve farsi carico di importanti ferite personali, la scelta celibataria e la custodia di una solida spiritualità sono realtà sempre meno scontate nei ritmi di vita attuali. Credo che la panoramica offerta sia onesta, reale e completa. Da qui nasce la proposta: per una realtà che cambia e per un ministero che cambia, anche la formazione deve cambiare. La possibilità prospettata, sul modello pluridecennale della chiesa parigina, consiste in un primo triennio di percorso in una forma di vita simile agli attuali seminari e un secondo periodo di formazione avendo come luogo le parrocchie, in cui i candidati al presbiterato potrebbero vivere a piccoli gruppi, assieme ad uno o più sacerdoti, e continuando un percorso formativo. Infine un anno di ospitalità in una famiglia prima dell’ordinazione.

Spero di aver compreso la diagnosi e la proposta. A partire dalla mia comprensione, vorrei porre alcuni sguardi di possibili riflessioni. A monte c’è un problema a mio avviso enorme, ossia la crisi dell’identità del prete. La questione si inscrive dentro uno dei grandi problemi di tutte le istituzioni formative: i profili in uscita sono sempre più liquidi e sfumati. Fino a qualche anno fa le scuole magistrali preparavano le maestre, l’esperia i periti, i licei i futuri laureati, i laureati in giurisprudenza gli avvocati. E i seminari i “pastori in cura d’anime”. Oggi non è così: le scuole preparano a futuri molto indeterminati e i seminari a una figura di prete che non è così facilmente definibile. Forse, per usare un’immagine, siamo passati dal “prete padre” al prete “fratello”; ed è più difficile definire chi sia un fratello rispetto ad un padre.

Il pensiero di Erio Castellucci presuppone di riformare un’istituzione (il seminario) con una maggiore interazione mediante un’altra istituzione (la parrocchia). Mi domando: ma è “l’istituzione seminario” ad essere bisognosa di ripensamento, o la struttura stessa di un’istituzione? La distinzione di un anno propedeutico, un biennio in comunità e un triennio in parrocchia istituzionalizzano un percorso seminaristico diverso. Ma se il problema fosse la rigidità di un’istituzione, non sarebbe risolto, sarebbe solo cambiato. Non deve essere troppo dimostrata la tesi secondo la quale viviamo in un’epoca dove le istituzioni educative, culturali, politiche e amministrative sono in affanno. Verosimilmente, non si tratta dunque di modificare le istituzioni, ma di riformarle radicalmente con una forte attenzione al singolo. Mi ritroverei maggiormente in un cammino formativo del seminario che sappia prendere in carico la complessità individuale, che sappia collocare nella complessità ecclesiale e che non abbia più l’esigenza di contare anni, bienni, tappe precostituite. Per dirla in modo un po’ paradossale, istituzionalizzerei l’impossibile istituzionalizzazione di un percorso formativo importante nella nostra epoca e libererei spazio formativo e relazionale.

In effetti la novità che verrebbe proposta è un inserimento in parrocchia già nel processo formativo. Per la verità, tutte le esperienze di seminario che conosco hanno già qualcosa di simile. L’idea sottesa è che la vita in parrocchia permetterebbe di vivere «una quotidiana relazione con il mondo dei laici». Mi si consenta di formulare in modo brutale la domanda: ma sono più in crisi i seminari o le parrocchie? Io non avrei dubbi a indicare la parrocchia come una delle istituzioni che sta attraversando una crisi senza precedenti. Chiaramente se pensiamo alla parrocchia come territorio, allora è sicuramente un luogo di incontro con il complesso. Ma non penserei la stessa cosa degli ambienti parrocchiali. Secondo le ultime statistiche nazionali, nelle nostre parrocchie transitano il 22 per cento della popolazione per le messe, l’un per cento dei giovani dai 20 ai 30 anni per proposte formative, un numero sempre minore di giovani per il matrimonio. Reggono numericamente le proposte per i ragazzi e, con un po’ più di fatica, quelle per gli adolescenti. Le proposte formative per gli adulti sono ovunque in affanno. Davvero la parrocchia è un luogo per conoscere “il mondo dei laici”? O non piuttosto una piccola fetta? Frequento da anni un’università statale: onestamente ho conosciuto più “il mondo dei giovani laici” lì che non nei gruppi giovani parrocchiali. Insegno storia e filosofia in una scuola statale, e incontro quotidianamente un centinaio di adolescenti, che hanno molto da dire sulla loro esperienza di Dio e della verità ma che non conoscono nemmeno il nome del loro parroco. Attenzione: viva la parrocchia! Si tratta di una invenzione che la provvidenza ci ha regalato e che permette di venire in contatto con il vangelo mediante una appartenenza territoriale. Forse però il “cristianesimo parrocchiale” non coincide più con “il mondo dei laici”, ma solo con una sua piccola fetta minoritaria e non totalmente rappresentativa.

Qui si aprirebbe un altro enorme problema, ossia gli studi dei seminaristi. Spenderei una parola in più, perché non è solo questione di dove ottemperare agli obblighi delle ratio studiorum. A oggi la maggior parte dei nostri seminaristi studia negli studi teologici dei seminari o nelle facoltà teologiche. Tendenzialmente nei seminari sono “tra di loro”, nelle facoltà teologiche c’è un po’ più di movimento. Certo che si tratta di istituzioni universitarie molto particolari, che di “universitas” hanno francamente poco o nulla: i professori il più delle volte sono nominati per cooptazione e sono per la stragrande maggioranza preti (o religiosi) che a loro volta hanno fatto studi in università ecclesiastiche e il cui percorso di ricerca non è sempre oggettivabile; di solito c’è una sola facoltà che è quella di teologia, quindi gli studenti sono interessati ad approfondire la teologia normalmente dopo la pensione, aspiranti insegnanti di religione o ex-seminaristi che finiscono gli studi per insegnare religione. Per la mia esperienza, non è certo un mondo dove si respira complessità. Si potrebbero pensare percorsi di studio più “permeabili”? Perché non pensare che i seminaristi possano frequentare corsi di filosofia, di psicologia o di altre materie che rientrano nel curriculum in una università pubblica e statale? Non si potrebbero creare piani di studio più individualizzati e capaci di tenere presenti (nel limite del possibile) le attitudini e gli interessi del singolo? Di fatto la stragrande maggioranza delle nostre istituzioni universitarie ecclesiastiche sono poli di insegnamento, non di ricerca: non avrebbe senso ridurli numericamente perché possano diventare reali luoghi di ricerca in rete con la comunità scientifica, con regolari concorsi a cui possono accedere tutti coloro che aspirano ad essere professori e ricercatori, dove concentrare risorse economiche e dove i seminaristi possano entrare in un ambiente realmente improntato sull’idea di universitas?

Condivido con l’arcivescovo Castellucci l’idea che sia imprescindibile una forte esperienza comunitaria che educhi alla preghiera, alla vita interiore, al raccoglimento e alla capacità di relazioni solide. Ma la penso come una comunità stabile nella sua esistenza, permeabile nei tempi e nei ritmi. Non è possibile a priori stabilire la durata, il piano di studi, le esperienze pastorali, le attività che un seminarista farà: il cammino sarà improntato sul singolo, che avrà dei ritmi comunitari e delle esigenze singolari, da intrecciare come in famiglia. Sarebbe una comunità tutt’altro che chiusa un gruppetto di giovani dove uno studia in un ateneo e uno in un altro, uno sta facendo un’esperienza lavorativa, uno è impegnato in parrocchia e si trovano insieme a condividere casa e preghiera con i formatori, non solo maschi e preti. Un ruolo chiave in questo percorso lo avrebbero i formatori. Ciò che educa e ciò che forma solo le relazioni. La differenza la fanno i protagonisti. C’è una componente personale imprevedibile non eludibile. Ma c’è una variante su cui si può lavorare: formare i formatori. L’investimento deve essere per forza di cose lungimirante. I vescovi dovrebbero sapere almeno otto anni prima chi farà il formatore in seminario, per dargli il tempo di studiare, formarsi, ricercare. In seminario da noi succede una cosa paradossale: per assumere educatori al Seminario minore la cooperativa su cui ci appoggiamo chiede la laurea in scienze dell’educazione, mentre il sacerdote che è responsabile della comunità ha di solito studiato teologia a suo tempo e poi è stato un po’ di anni in parrocchia. Formarsi significa confrontarsi con modelli differenti, avere tempo di leggerli criticamente, conoscere le riflessioni fatte da altri, studiare, andare a vedere almeno altri seminari nel mondo, acquisire competenze psicologiche, avere due idee di teologia spirituale, creare reti di ricerca tra formatori. Formare formatori che abbiano categorie non dilettantistiche di lettura del reale, e sappiano quindi abitare uno spazio con strumenti validi è complesso. Ma secondo me andrà fatto.

di Manuel Belli