· Città del Vaticano ·

Evangelizzazione in Albania

Da Agrigento a Korçë

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25 ottobre 2021

Dopo più di venti anni Korçë, a sud dell’Albania, ha il suo parroco grazie alla cooperazione missionaria dell’arcidiocesi di Agrigento con il Paese balcanico. Alla presenza dell’amministratore apostolico dell’Albania meridionale, Giovanni Peragine, a settembre l’arcivescovo di Agrigento, Alessandro Damiano, ha conferito il mandato missionario a don Riccardo Scorsone, Maria Vega, laica consacrata, Vincenza Lipari, avvocato, e Giovanni Russo, insegnante, avviando ufficialmente con la firma di una apposita convenzione la cooperazione missionaria preparata negli ultimi anni. Domenica 10 ottobre nella Chiesa parrocchiale di Korçë, dedicata alla Madonna Assunta in cielo, i presuli Damiano e Peragine, alla presenza del nunzio apostolico in Albania, Luigi Bonazzi, hanno concelebrato l’eucaristia che ha dato formalmente il via alla missione agrigentina nei distretti di Korçe e Devoll. Qui, nel 2001, quando padre Sebastian ha fatto rientro a Malta, le comunità sono state affidate alle cure pastorali dei catechisti maltesi, delle suore del Buon Pastore a Korçë e delle sorelle francescane del Vangelo a Bi-lisht.

La Chiesa agrigentina si apre così generosamente alla dimensione missionaria. Un dialogo iniziato nel 2013, quando alcuni sacerdoti di quella terra si sono recati ad assicurare la presenza e le celebrazioni nei tempi forti dell’anno liturgico. «Il sud del Paese — spiega don Riccardo Scorsone, giunto a Korçë insieme agli altri tre missionari da qualche settimana — è un contesto a maggioranza musulmana dove ci sono anche delle comunità ortodosse e dopo i cinquant’anni di regime è una terra tutta da evangelizzare perché mentre il nord è più a maggioranza cattolica, qui abbiamo un contesto di primo annuncio perché ancora nei villaggi ci chiedono: “Chi è questo Gesù?”. È una sfida grande perché noi abbiamo perso, anche nella Chiesa italiana, la capacità di annunciare Cristo, nel senso più puro del termine. I bambini si fanno tante domande e magari poi chiedono di iniziare il percorso di catechesi, così come gli adulti, perché le nostre comunità cattoliche di Korçë e Devoll sono molto piccole e tutti sono stati battezzati da adulti. Sono comunità vivaci e gioiose, convinte, perché hanno scelto la fede cristiana dopo un percorso di catecumenato. Cinquanta anni di regime comunista di fatto hanno tentato di cancellare questo senso di Dio nel cuore e nella mente degli albanesi, fallendo in questo proposito perché poi, anche nel linguaggio popolare, sono rimaste espressioni che rimandano a Dio e che sono anche il punto di partenza. Ci sono espressioni come Nëse do Zoti’ (“Se vuole il Signore”) oppure O Zot, O Zot (“O Signore, O Signore”), o Zoti e di (“Il Signore lo sa”). E noi partiamo da questo: “Questo Zot che voi chiamate, sapete chi è?”. È un contesto di annuncio che ci rimanda ai primi secoli della Chiesa».

L’Albania, continua don Riccardo, è una testimonianza vivente di come le confessioni religiose possono dialogare e collaborare. «Questo perché — afferma — durante i cinquant’anni di regime comunista si sono trovate insieme per combattere il comune nemico che era il regime e che voleva cancellare ogni tipo di “senso di Dio”. Nelle scuole albanesi durante il regime si faceva lezione di ateismo e le generazioni di oggi, che sono le madri e i padri dei nostri ragazzi, ci dicono apertamente: “Noi vorremmo credere in quello che voi dite, ma siamo stati educati a non crederci durante il regime”. Questo è valso per i cattolici, gli ortodossi e i musulmani, quindi ritrovarsi insieme a combattere il comune nemico ha favorito un grande scambio da parte delle confessioni religiose, una grande armonia che ancora oggi si respira».

È stato invece un anno a Scutari tra il 2018 e il 2019 per completare il percorso di studi in seminario padre Alessandro Bruno, che ricorda il profondo patriottismo e la grande ospitalità degli albanesi, qualunque sia la fede. «Dal giovedì al lunedì ero in parrocchia a Korçë. Le zone del sud dell’Albania sono totalmente atee. A Korçë, ho compreso che loro vivono la cristianità nella dimensione della quotidianità, nell’aspetto interiore. Molti si accorgono che siamo cristiani da come ci comportiamo: vedono che aiuti a raccogliere l’acqua, oppure aiuti il vicino a tagliare la legna, oppure se arrivano gli immigrati alla frontiera e tu prepari il pranzo, dicono: “Quelli sono cristiani”, non perché hanno un abito, ma perché vivono la fede». La grande comunione tra le diverse religioni è un altro ricordo significativo per don Alessandro: «Quando moriva un uomo che era musulmano d’origine ma che si era avvicinato alla Chiesa e che quindi aveva frequentato la parrocchia, al funerale una preghiera la recitava l’imam, un’altra la pronunciava il sacerdote. Magari non hanno la più pallida idea di cosa sia l’ecumenismo, però lo vivono».

Importante anche il ruolo della famiglia come luogo di incontro e di crescita nella fede: «Noi non potevamo arrivare in tutti i villaggi — spiega don Bruno — perché allora tutti i bambini venivano formati dai genitori e paradossalmente erano i genitori che dicevano “no don, non è ancora tempo che mia figlia riceva la prima comunione”, oppure il contrario e allora noi li invitavamo in parrocchia dai villaggi, stavano con noi due tre giorni per fare una specie di ritiro, anche se è la famiglia che si prende cura dell’educazione alla fede, perché dove la Chiesa non può arrivare, in realtà ci arriva la famiglia». A Bilisht e a Korçë, conclude don Alessandro, ora parroco a Roma nella chiesa di San Giuseppe Cottolengo, «ci sono le suore, le quali spesso raccolgono solo donne. Gli uomini allora vedono di cattivo occhio l’idea di farsi cristiani perché “è una cosa da donna”. Negli ultimi anni, però, vedendo anche noi sacerdoti in parrocchia a fare le catechesi e gli incontri, in tanti si sono avvicinati. L’idea è proprio quella di stare insieme e fare capire che anche un uomo può essere cristiano, non è una cosa da donna».

di Alessandra Zaffiro