· Città del Vaticano ·

Dal vescovo di Anse-à-Veau at Miragoân

Appello per i missionari rapiti ad Haiti

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25 ottobre 2021

La loro gioia si è interrotta bruscamente otto giorni fa alla periferia nord di Port-au-Prince, quando le automobili con le quali stavano percorrendo le strade dissestate e polverose della capitale haitiana sono state fermate da una banda di uomini armati. È in quel preciso istante che diciassette missionari protestanti hanno smesso di essere un punto di riferimento e aiuto per una popolazione stremata dalla fame e dalle violenze e hanno assunto il drammatico ruolo di vittime da salvare al più presto. Quegli uomini e quelle donne, provenienti da una comunità mennonita degli Stati Uniti, erano impegnati nella costruzione di una casa d’accoglienza per bambini poveri e orfani: non un progetto di poco conto per Haiti, messa in ginocchio da una crisi economica e sociopolitica senza precedenti — che sta facendo scarseggiare i beni di prima necessità — e ancora dolorante per le ferite del devastante terremoto dell’agosto scorso. Il capo dei rapitori del gruppo missionario, nel quale ci sono anche donne, ragazzi e un bambino di otto mesi, ha avanzato un’esorbitante richiesta di riscatto: un milione di dollari per ogni ostaggio. Se si vuole trovare la spiegazione a un atto così crudele bisogna forse soffermarsi proprio su questo particolare: i soldi. Ne è fermamente convinto il vescovo di Anse-à-Veau at Miragoâne, Pierre-André Dumas. Il presule non sa se dietro il rapimento si nasconda anche una motivazione politica ma è certo che sia figlio della mancanza di cibo e medicine e di una instabilità istituzionale che genera totale insicurezza. Per questo il vescovo non esita a chiedere alle nazioni occidentali un intervento immediato: «I Paesi che si dicono amici di Haiti devono dare prova di vera vicinanza aiutandoci a superare i nostri momenti tragici di difficoltà. È terribile vedere che alcuni cittadini di una nazione come la nostra, nata contro la schiavitù, possano, ora, rendere schiavi gli altri».

Oggi il più grande desiderio di monsignor Dumas è quello di vedere tornare in libertà il gruppo missionario protestante con il quale, assicura, «noi cattolici abbiamo stabilito una collaborazione intensa, proficua e costante». Da giorni il vescovo grida senza sosta il suo appello ai rapitori, chiedendo loro di pentirsi «perché, un giorno, dovranno fare i conti con il giudizio di Dio»: in nome della difesa della vita — ripete più volte — «chiedo di liberare immediatamente queste persone perché con la vita umana non è permesso alcun tipo di commercio». Sulle tracce dei sequestrati non ci sono solo le forze dell’ordine ma anche la stessa diocesi di Anse-à-Veau at Miragoâne. Ad affiancare gli investigatori, infatti, è stato nominato un sacerdote che dovrà fare il possibile per aiutare gli inquirenti a trovare una soluzione pacifica alla vicenda: «Con molta discrezione questo mio delegato — rivela Dumas — sta cercando di entrare in contatto con la banda criminale, ma finora non abbiamo ricevuto alcuna notizia. Certamente non perdiamo la speranza». Quanti missionari, in questi ultimi anni, siano stati rapiti o uccisi ad Haiti nessuno lo sa, non esistendo statistiche ufficiali. Quelli che, intanto, fanno rabbrividire sono i dati diffusi dall’Unicef in merito alle donne e ai bambini sequestrati nel 2021: nei primi otto mesi dell’anno sono stati cento. Un’enormità che, per l’immediato futuro, non fa prevedere nulla di buono.

di Federico Piana