· Città del Vaticano ·

Il Papa per la Giornata mondiale dell’alimentazione

Siamo quello che mangiamo?

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21 ottobre 2021

«Siamo quello che mangiamo». A ridosso della Giornata mondiale dell’alimentazione questa tesi suona severa. Perché la ricorrenza ci obbliga a guardare al problema di sfamare la Terra nella sua complessità. L’indicazione è presente nel tema della giornata come nel messaggio inviato per l’occasione da Papa Francesco al direttore generale della Fao. In entrambi si coglie l’esigenza di un cambiamento di prospettiva. Volendo stare all’essenziale, si potrebbe dire che l’istituto delle Nazioni Unite era nato per conseguire lo scopo di sconfiggere la fame. A tanti, senza ingenuità, sembrava un obiettivo possibile, pure se ambizioso. Si è creduto di poterlo conseguire con l’aumento della produzione, la razionalizzazione delle risorse, la riduzione degli sprechi, la ricerca dell’equità.

Negli ultimi anni si è fatta però avanti una nuova consapevolezza. Avere cibo sufficiente per ciascuno non è un semplice problema di risorse, né può essere semplicemente ridotto ai conflitti di interesse tra popoli ricchi e poveri. La produzione alimentare è infatti profondamente legata anche ai problemi ambientali e alla perdita di risorse naturali non rinnovabili. Situazioni che insieme alla fame di cibo generano fame di giustizia. Siamo tanto lontani dal riconoscere un giusto compenso ad agricoltori e allevatori, quanto dall’essere consapevoli della reale impronta ecologica di agricoltura e allevamento, che restano tra le principali cause di inquinamento, di perdita di suolo fertile, di consumo idrico. Vanno dunque aggiunte alle strade che già si stanno percorrendo soluzioni innovative, che possano trasformare il modo in cui produciamo e consumiamo gli alimenti e ottenere nello stesso tempo il benessere delle persone e del pianeta.

La pandemia ha mostrato in quale misura il problema alimentare sia un tratto strutturale del tempo presente. Si è fatta, ad esempio, avanti la paura di trovare gli scaffali dei supermercati vuoti — nonostante un’industria fiorente e raccolti abbondanti — dal momento in cui un piccolo organismo è sembrato in grado di compromettere catene di approvvigionamento apparentemente solide e affidabili.

Proprio la pandemia, rileva però Papa Francesco, ci dà l’opportunità di cambiare rotta e investire in un sistema alimentare mondiale che possa far fronte con sensatezza e responsabilità a future crisi. In questo senso il Pontefice indica una duplice via: tecnica da un lato, politica dall’altro. Tecnica quando suggerisce di valorizzare il contributo dei piccoli produttori facilitando loro l’accesso a quell’innovazione che, «applicata al settore agroalimentare, può rafforzare la resistenza al cambiamento climatico, aumentare la produzione di cibo e sostenere quanti lavorano nella catena di valore alimentare». Politica quando riconosce che «la lotta contro la fame esige di superare la fredda logica del mercato, incentrata avidamente sul mero beneficio economico e sulla riduzione del cibo a una merce come tante». La necessità di una svolta ecologica dello sviluppo è ormai improrogabile in campo alimentare, ma non basta se non si impone un salto di qualità anche al sistema delle regole per il commercio globale. Per sconfiggere la fame occorrerà essere in grado di offrire — ad un prezzo accessibile e in quantità sufficiente — una ricca varietà di alimenti, sani e nutrienti, prodotti nel rispetto della biodiversità, tutelando il suolo e riducendo l’influenza sui cambiamenti climatici.

Rivolgendosi alla Fao, Papa Francesco parla ai governi delle nazioni, ma come sempre la sua è una proposta integrale, che tiene insieme tutte le dimensioni. Infatti non dimentica di ricordare che ciascuno può offrire il suo contributo, a partire dalla vita quotidiana e dai gesti più semplici. E per fortuna, dal basso, molto si sta muovendo. Penso alle Comunità Laudato si’ che promuovono dibattiti sul cibo, danno vita a orti sociali e solidali, ragionano su come condurre le grandi sfide del mondo nei piccoli contesti locali, urbani e rurali, di fianco a tante altre esperienze di base. A tutti Bergoglio indica quattro ambiti in cui è urgente agire: «Nei campi, nel mare, nella tavola e nella riduzione della perdita e dello spreco alimentare». E subito dopo spiega che per riuscirci si può agire attraverso cambiamenti negli stili di vita, perché non solo le spinte generali, ma anche «le nostre pratiche di consumo quotidiane influiscono sulla dinamica globale e ambientale». Nella misura in cui aspiriamo a un cambiamento reale, «dobbiamo esortare produttori e consumatori a prendere decisioni etiche e sostenibili e sensibilizzare le generazioni più giovani sull’importante compito che svolgono per rendere realtà un mondo senza fame».

«Siamo ciò che mangiamo», vuole anche dire che il cibo attiene per prima cosa alla sfera culturale. L’atto di mangiare soddisfa esigenze molto più larghe del semplice riempirsi lo stomaco. È anche imparando a distinguere tra ciò che è cibo e ciò che non lo è, tra cibo buono e cibo che fa ammalare, tra il frutto dello sfruttamento e quello nato da un uso rispettoso della Terra, che impariamo a conoscere il mondo, a saperlo abitare, a prendercene cura. Così si dimostra — al netto della prospettiva materialistica evidentemente insufficiente — che il pensiero comincia proprio dalla pancia e poi arriva alla testa. Come scriveva il filosofo tedesco Feuerbach, replicando al medico e fisiologo olandese Jakob Moleschott, autore de Il Trattato dell’alimentazione per il popolo (1850): «Perché tu introduca qualcosa nella tua testa e nel tuo cuore è necessario che tu abbia messo qualcosa nello stomaco».

*Vescovo di Rieti

di Domenico Pompili*