· Città del Vaticano ·

Il magistero

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21 ottobre 2021

Domenica 17

Le quattro
“vicinanze”
del vescovo

Riflettete che siete stati scelti fra gli uomini e per gli uomini, siete stati costituiti non per voi, [ma] per gli altri.

“Episcopato” è il nome di un servizio — non è vero episcopato senza servizio —, non di un onore, poiché al vescovo compete più il servire che il dominare.

Voi custodirete la vostra vocazione e sarete autentici pastori nel servire, non negli onori, nella potestà, nella potenza.

Annunciate la Parola in ogni occasione: opportuna e non opportuna.

Ammonite, rimproverate, esortate... continuate a studiare.

Mediante l’orazione e l’offerta del sacrificio per il vostro popolo, attingete dalla santità di Cristo la multiforme ricchezza della divina grazia.

Voi sarete i custodi della fede, del servizio, della carità nella Chiesa e per questo bisogna essere vicini.

La vicinanza è la traccia più tipica di Dio: è compassione e tenerezza.

Non lasciate questa vicinanza, avvicinatevi sempre al popolo, avvicinatevi sempre a Dio, avvicinatevi ai fratelli vescovi, avvicinatevi ai sacerdoti. Queste sono le quattro vicinanze del vescovo.

Il vescovo è un uomo vicino a Dio nella preghiera.

Tante volte qualcuno può dire: “Ho tanto da fare che non posso pregare”. Fermati. Quando gli Apostoli hanno “inventato” i diaconi, Pietro dice: “E a noi — i vescovi — la preghiera e l’annuncio della Parola”.

Primo compito del vescovo è pregare — non come un pappagallo — con il cuore. Togli le altre cose, ma pregare è il primo compito.

Poi, vicinanza agli altri vescovi. “No, perché quelli sono di quel partito, io sono di questo partito”. Ci saranno discussioni fra voi, ma come fratelli.

Mai sparlare dei fratelli vescovi. Vicinanza al corpo episcopale.

Terza vicinanza, ai sacerdoti... che sono i vostri prossimi più prossimi.

Quante volte si sentono lamentele, che un sacerdote dice: “Io ho chiamato il vescovo ma la segretaria mi ha detto che ha l’agenda piena, che forse entro trenta giorni potrebbe ricevermi…”. Questo non va.

Se tu vieni a sapere che ti ha chiamato un sacerdote, chiamalo lo stesso giorno o il giorno dopo. E lui con questo saprà che ha un padre. E se non vengono, va a trovarli.

Quarta, vicinanza al santo popolo fedele di Dio. Quello che Paolo disse a Timoteo: “Ricordati di tua mamma, tua nonna…”.

Sei stato “tolto dal gregge”, non da una élite che ha studiato, ha tanti titoli.

Che il Signore vi faccia crescere su questa strada della vicinanza, così imiterete meglio il Signore, perché Lui è stato sempre vicino e sta sempre vicino a noi, e con la sua vicinanza che è una vicinanza compassionevole e tenera ci porta avanti.

(Omelia alla messa nella basilica di San Pietro per le ordinazioni episcopali di Guido Marini
e Andrés Gabriel Ferrada Moreira)

La violenza
è sempre
una sconfitta per tutti

Il Vangelo della Liturgia odierna (Mc 10, 35-45) racconta che due discepoli, Giacomo e Giovanni, chiedono al Signore di sedere un giorno accanto a Lui nella gloria, come se fossero “primi ministri”... Ma gli altri li sentono e si indignano.

Gesù, con pazienza, offre loro un grande insegnamento: la vera gloria non si ottiene elevandosi sopra gli altri, ma vivendo lo stesso battesimo che Egli riceverà, di lì a poco, a Gerusalemme, cioè la croce.

La parola “battesimo” significa “immersione”: con la sua Passione, Gesù si è immerso nella morte, offrendo la sua vita.

La gloria di Dio è amore che si fa servizio, non potere che ambisce al dominio.

Perciò Gesù conclude dicendo: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore».... Andare sulla strada del servizio, servire gli altri.

Immergersi con
compassione nella vita
di chi
si incontra

Siamo di fronte a due logiche diverse: i discepoli vogliono emergere e Gesù vuole immergersi. Emergere, esprime quella mentalità mondana da cui siamo sempre tentati: vivere tutte le cose, perfino le relazioni, per alimentare la nostra ambizione, per salire i gradini del successo, per raggiungere posti importanti.

La ricerca del prestigio personale può diventare una malattia dello spirito, mascherandosi perfino dietro a buone intenzioni; ad esempio quando, dietro al bene che facciamo e predichiamo, cerchiamo in realtà solo noi stessi e la nostra affermazione, cioè andare avanti noi, arrampicarci.

Questo anche nella Chiesa lo vediamo. Quante volte, noi cristiani, che dovremmo essere i servitori, cerchiamo di arrampicarci... Perciò, abbiamo bisogno di verificare le vere intenzioni del cuore, di chiederci: “Perché porto avanti questo lavoro, questa responsabilità? Per offrire un servizio oppure per essere notato, lodato e ricevere complimenti?”.

A questa logica mondana, Gesù contrappone la sua: invece di innalzarsi sopra gli altri, scendere dal piedistallo per servirli; invece di emergere sopra gli altri, immergersi nella vita degli altri.

Stavo vedendo nel programma “A sua immagine” quel servizio delle Caritas perché a nessuno manchi il cibo: preoccuparsi della fame degli altri, preoccuparsi dei bisogni degli altri.

Sono tanti, tanti i bisognosi oggi, e dopo la pandemia di più.

Gesù ci chiede di immergerci. Come? Con compassione, nella vita di chi incontriamo.

Quando siamo davanti al pasto, che è una grazia di Dio e che noi possiamo mangiare, c’è tanta gente che lavora e non riesce ad avere il pasto sufficiente per tutto il mese. Pensiamo a questo?

Non è un dato di enciclopedia: ci sono tanti affamati… Sono persone. E io ho compassione per le persone?

Guardiamo il Signore Crocifisso, immerso fino in fondo nella nostra storia ferita, e scopriamo il modo di fare di Dio. Vediamo che Lui non è rimasto lassù nei cieli, a guardarci dall’alto in basso, ma si è abbassato a lavarci i piedi. Dio è amore e l’amore è umile, non si innalza, ma scende in basso, come la pioggia che cade sulla terra e porta vita.

Ma come fare a mettersi nella stessa direzione di Gesù, a passare dall’emergere all’immergerci, dalla mentalità del prestigio, quella mondana, a quella del servizio, quella cristiana? Serve impegno, ma non basta.

Da soli è difficile, per non dire impossibile, però abbiamo dentro una forza che ci aiuta. È quella del Battesimo, di quell’immersione in Gesù che tutti noi abbiamo ricevuto per grazia e che ci direziona, ci spinge a seguirlo, a non cercare il nostro interesse ma a metterci al servizio. È una grazia, è un fuoco che lo Spirito ha acceso in noi e che va alimentato.

Chiediamo allo Spirito Santo che rinnovi in noi la grazia del Battesimo, l’immersione in Gesù, nel suo modo di essere, per essere servi come Lui.

E preghiamo la Madonna: lei, pur essendo la più grande, non ha cercato di emergere, ma è stata l’umile serva del Signore, ed è tutta immersa al nostro servizio, per aiutarci a incontrare Gesù.

Beatificazione a Córdoba

Ieri, in Spagna, sono stati beatificati il sacerdote Juan Elías Medina e 126 compagni martiri: sacerdoti, religiose, seminaristi e laici, uccisi in odio alla fede durante la violenta persecuzione religiosa degli anni trenta in Spagna.

La loro fedeltà dia la forza a tutti noi, specialmente ai cristiani perseguitati in diverse parti del mondo, la forza di testimoniare con coraggio il Vangelo.

Attentati
in Norvegia
Afghanistan Inghilterra

La scorsa settimana sono stati compiuti vari attentati, per esempio in Norvegia, Afghanistan, Inghilterra, che hanno provocato numerosi morti e feriti. Esprimo la mia vicinanza ai familiari delle vittime.

Vi prego, per favore, di abbandonare la via della violenza, che è sempre perdente, che è una sconfitta per tutti. Ricordiamoci che violenza genera violenza.

Pellegrinaggio ecumenico
per la giustizia ecologica

Saluto e benedico il “Pellegrinaggio ecumenico per la giustizia ecologica”, formato da cristiani di diverse confessioni, partiti dalla Polonia e diretti in Scozia in occasione del vertice sul clima Cop26.

(Angelus in piazza San Pietro)

Lunedì 18

I vaccini
ai Paesi poveri non sono
elemosine
pietose
ma aiuti
da dare
con dignità

È bello conoscervi nel giorno in cui festeggiamo San Luca, che l’Apostolo Paolo chiama «il caro medico». So quant’è difficile oggi portare avanti un’opera nell’ambito della sanità, specie quando, come nel vostro Policlinico, si punta non solo all’assistenza, ma anche alla ricerca per fornire ai malati le terapie più idonee, e soprattutto lo si fa con amore per la persona.

Mettere il malato prima della malattia: è essenziale in ogni campo della medicina; è fondamentale per una cura che sia veramente integrale, veramente umana.

A questo vi incoraggiò il Beato Alvaro del Portillo: a porvi ogni giorno a servizio della persona umana nella sua integralità. La centralità della persona, che sta alla base del vostro impegno nell’assistenza, nella didattica e nella ricerca, vi aiuta a rafforzare una visione unitaria... che non mette al primo posto idee, tecniche e progetti, ma l’uomo concreto, il paziente, da curare incontrandone la storia, conoscendone il vissuto, stabilendo relazioni amichevoli.

L’amore per l’uomo, soprattutto nella sua condizione di fragilità, in cui traspare l’immagine di Gesù Crocifisso, non deve mai smarrirsi.

La sanità
cattolica deve reagire contro la cultura
dello scarto

La Fondazione e il Campus Bio-Medico, e la sanità cattolica in generale, sono chiamate a testimoniare coi fatti che non esistono vite indegne o da scartare perché non rispondono al criterio dell’utile o alle esigenze del profitto.

Dobbiamo reagire contro questa cultura dello scarto.

Ogni struttura sanitaria, in particolare di ispirazione cristiana, dovrebbe essere il luogo dove si pratica la cura della persona e di cui si possa dire: “Qui non si vedono solo medici e ammalati, ma persone che si accolgono e si aiutano: qui si tocca con mano la terapia della dignità umana” [che] non va mai negoziata, va sempre difesa.

Mettere al centro la cura della persona, senza dimenticare [che] la cura senza scienza è vana, come la scienza senza cura è sterile. Le due cose vanno insieme, e solo insieme fanno della medicina un’arte che coinvolge testa e cuore, che coniuga conoscenza e compassione, professionalità e pietà, competenza ed empatia.

Spesso, purtroppo, si inseguono le vie redditizie degli utili, dimenticando che prima delle opportunità di guadagno ci sono le necessità degli ammalati.

Esse si evolvono continuamente e occorre prepararsi ad affrontare patologie e disagi sempre nuovi. Ho in mente quelli di molti anziani e quelli legati alle tante malattie rare.

Oltre a promuovere la ricerca, voi aiutate chi non ha mezzi economici per sostenere le spese universitarie e affrontate costi rilevanti. Penso all’impegno già affrontato per il Centro Covid, per il Pronto Soccorso e per la recente realtà dell’Hospice.

La pandemia ci ha mostrato l’importanza di connetterci, di collaborare, di affrontare uniti i problemi comuni.

La sanità, in particolare cattolica, ha sempre più bisogno di stare in rete, che è un modo di esprimere l’insieme.

Non è più tempo di seguire in modo isolato il proprio carisma.

La carità esige il dono: il sapere va condiviso, la competenza va partecipata, la scienza va messa in comune.

I prodotti della scienza se offerti da soli rimangono cerotti in grado di tamponare il male ma non di curarlo in profondità.

Questo vale ad esempio per i vaccini: è urgente aiutare i Paesi che ne hanno di meno, ma occorre farlo con piani lungimiranti, non motivati solo dalla fretta delle nazioni benestanti di stare più sicure.

I rimedi vanno distribuiti con dignità, non come elemosine pietose.

Per fare del bene davvero, occorre promuovere la scienza e la sua applicazione integrale: capire i contesti, radicare le cure, far crescere la cultura sanitaria.

Non è facile, è una vera e propria missione, e auspico che la sanità cattolica sia in questo sempre più attiva, come espressione di una Chiesa estroversa, in uscita.

(Discorso ai membri della Biomedical university foundation, dell’Università Campus Biomedico ricevuti nella Sala Clementina)

Mercoledì 20

Davvero liberi solo quando
si servono
gli altri

In questi giorni stiamo parlando della libertà della fede, ascoltando la Lettera ai Galati. Paolo poco alla volta ci introduce nella grande novità della fede.

Con il Battesimo... rinati in Cristo, siamo passati da una religiosità di precetti alla fede viva, che ha il suo centro nella comunione con Dio e con i fratelli, nella carità.

Siamo passati dalla schiavitù della paura e del peccato alla libertà dei figli.

Paolo afferma che essa è tutt’altro che «un pretesto per la carne»: cioè, non è un vivere libertino, secondo l’istinto, le voglie individuali e le pulsioni egoistiche; al contrario, conduce a essere «a servizio gli uni degli altri».

Ma questo è schiavitù? Eh sì, la libertà in Cristo ha qualche “schiavitù”, qualche dimensione che porta al servizio, a vivere per gli altri.

La vera libertà si esprime pienamente nella carità.

Ancora una volta ci troviamo davanti al paradosso del Vangelo: siamo liberi nel servire, non nel fare quello che vogliamo.

Ci troviamo pienamente nella misura in cui ci doniamo... in cui abbiamo il coraggio di donarci; possediamo la vita se la perdiamo. Ma come si spiega questo paradosso? La risposta dell’Apostolo è: «mediante l’amore».

Non c’è libertà senza amore. La libertà egoistica non è feconda.

È l’amore di Cristo che ci ha liberati e ancora ci libera dalla schiavitù peggiore, quella del nostro io; perciò la libertà cresce con l’amore.

Ma attenzione: non con l’amore intimistico, da telenovela, non con la passione che ricerca semplicemente quello che ci va e ci piace, ma con l’amore che risplende nel servizio gratuito, modellato su quello di Gesù, che lava i piedi discepoli.

La libertà senza un fine e senza riferimenti, sarebbe vuota, una libertà da circo. E lascia il vuoto dentro: quante volte, dopo aver seguito solo l’istinto, ci accorgiamo di restare con un grande vuoto.

La vera libertà ci libera sempre.

In un’altra lettera, la prima ai Corinzi, l’Apostolo risponde a chi sostiene un’idea sbagliata di libertà. «Tutto è lecito!», dicono questi. «Sì, ma non tutto giova», risponde Paolo. «Non tutto edifica... Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri».

Questa è la regola per smascherare qualsiasi libertà egoistica. Anche, a chi è tentato di ridurre la libertà solo ai propri gusti, Paolo pone dinanzi l’esigenza dell’amore.

La libertà guidata dall’amore è l’unica che rende liberi gli altri e noi stessi, che sa ascoltare senza imporre, che sa voler bene senza costringere, che edifica e non distrugge, che non sfrutta gli altri per i propri comodi e fa loro del bene senza ricercare il proprio utile.

Se la libertà non è a servizio — questo è il test — del bene, rischia di essere sterile e non portare frutto.

Invece, la libertà animata dall’amore conduce verso i poveri, riconoscendo nei loro volti quello di Cristo.

Perciò il servizio degli uni verso gli altri permette a Paolo, scrivendo ai Galati, di fare una sottolineatura: di ricordarsi dei poveri.

Sappiamo invece che una delle concezioni moderne più diffuse sulla libertà è questa: “la mia libertà finisce dove comincia la tua”.

Ma qui manca la relazione, il rapporto! È una visione individualistica.

Chi ha ricevuto il dono della liberazione operata da Gesù non può pensare che la libertà consista nello stare lontano dagli altri, sentendoli come fastidi, non può vedere l’essere umano arroccato in sé stesso, ma sempre inserito in una comunità.

La dimensione sociale è fondamentale per i cristiani e consente di guardare al bene comune e non all’interesse privato.

In questo momento, abbiamo bisogno di riscoprire la dimensione comunitaria, non individualista, della libertà.

La pandemia ci ha insegnato che abbiamo bisogno gli uni degli altri, ma non basta saperlo, occorre sceglierlo ogni giorno concretamente, decidere su quella strada.

Diciamo e crediamo che gli altri non sono un ostacolo alla mia libertà, ma sono la possibilità per realizzarla pienamente.

La nostra libertà nasce dall’amore di Dio e cresce nella carità.

Con i polacchi il ricordo
di san
Giovanni
Paolo ii

Dopodomani ricorre la memoria liturgica di San Giovanni Paolo ii . Alla sua protezione affido le vostre famiglie e l’intero popolo polacco. Abbiate sempre nella memoria quanto vi ha detto il 2 giugno 1997: «“Chi ci separerà… dall'amore di Cristo?” (...) Siate vigilanti, affinché nulla vi separi da quest’amore: nessun falso slogan, nessuna ideologia errata, nessun cedimento alla tentazione di scendere a compromessi con ciò che non è da Dio. Respingete tutto ciò che distrugge e indebolisce la comunione con Cristo».

Saluto
ai malati

In questo mese di ottobre la Chiesa esorta a pregare per le missioni e ad accogliere l’invito di Cristo ad essere suoi attivi collaboratori. Date al Signore la vostra generosa disponibilità e offrite le vostre sofferenze.

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi )