· Città del Vaticano ·

Nelle mani del Pontefice la lettera di una vittima di abusi

«La mia anima fatta a pezzi»

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20 ottobre 2021

«Mi chiamo... e per anni sono stata maltrattata da un prete che avrei dovuto chiamare “fratellino” ed ero la sua “sorellina”».

Il nome non appare, appare invece — e dolorosamente chiara — la profonda ferita che gli abusi subiti da un sacerdote hanno inciso nell’anima di questa donna che, anche a distanza di anni, fatica ad avviarsi verso un percorso di guarigione. Tanto da aver ancora paura nel vedere un qualsiasi sacerdote e da non riuscire neppure ad andare a messa.

Un monito per i sacerdoti 

È straziante ma allo stesso tempo coraggiosa la lettera scritta in italiano da una sopravvissuta e condivisa con la Pontificia Commissione per la tutela dei minori. Papa Francesco ha potuto visionarla e leggere con i suoi occhi queste pagine intrise di amarezza e sofferenza. Il Papa ha voluto che anche tutti i sacerdoti potessero leggerla, come monito di un orrore che la Chiesa sta provando con forza a contrastare. Ha quindi autorizzato il presidente della Commissione, il cardinale Sean O’Malley, a rendere pubblica questa testimonianza.

O’Malley: la voce
di tutte le persone ferite

«In questo tempo di rinnovamento e conversione pastorale in cui la Chiesa affronta lo scandalo e le ferite degli abusi sessuali inferti in ogni luogo a così tanti figli di Dio, il nostro Santo Padre ha ricevuto una coraggiosa testimonianza offerta a tutti i sacerdoti da una sopravvissuta», scrive l’arcivescovo di Boston, in una breve introduzione alla missiva. «Con la condivisione di questa testimonianza, offertaci da una vittima il cui nome è stato tolto per motivi di anonimato, Sua Santità Papa Francesco vuole accogliere la voce di tutte le persone ferite e mostrare a tutti i sacerdoti che annunciano il Vangelo la via che porta all’autentico servizio di Dio a beneficio di tutti i vulnerabili”.

In nome dei bambini

La superstite invoca la vittoria della «verità amabile» e dice di raccontare quanto vissuto «anche nel nome delle altre vittime..., dei bambini che sono stati profondamente feriti, a cui hanno rubato la loro infanzia, purezza e rispetto...». Bambini «che erano traditi e hanno approfittato della loro fiducia sconfinata..., dei bambini dei quali i cuori battono che respirano vivono... ma li hanno uccisi una volta (due, più volte)». «Le loro anime sono fatte a piccoli pezzi insanguinati».

«La Chiesa è mia Madre», afferma la donna, «e mi fa tanto male quando è ferita, quando è sporca». «Gli adulti che hanno sperimentato questa ipocrisia da bambini non potranno mai cancellarla dalle loro vite. Potrebbero dimenticarsene per un po’, provare a perdonare, provare a vivere una vita piena, ma le cicatrici rimarranno sulle loro anime, non scompariranno».

Ansie, paure,
disturbi post-traumatici

L’autrice della lettera non nasconde le condizioni insostenibili di vita in cui versa attualmente, anche dopo anni. «Cerco di sopravvivere, di provare gioia, ma in realtà è una lotta incredibilmente difficile... Ho un disturbo dissociativo dell’identità, un grave disturbo post-traumatico complesso (Ptsd), depressione, ansie, paura delle persone, errori e, non dormo e se riesco ad addormentarmi in tal caso, ho sempre gli incubi. A volte ho degli stati, quando sono “fuori”, non percepisco “qui” e “ora”. Il mio corpo ricorda ogni singolo tocco...».

«Ho paura dei preti, di stare nella loro vicinanza», racconta ancora. «Ultimamente non posso andare alla santa messa. Mi fa molto male...». La Chiesa, «quello spazio sacro era la mia seconda casa», e lui, il sacerdote che ha abusato di lei, «me l’ha tolta». «Ho una gran voglia di sentirmi al sicuro in Chiesa, di riuscire a non aver paura, ma il mio corpo, le emozioni reagiscono in modo completamente diverso», si legge nel testo, che si conclude con un appello ad ogni sacerdote, di ogni età e Paese.

Proteggere la Chiesa

«Vorrei chiedervi di proteggere la Chiesa, corpo di Cristo! Quello che tutto è pieno di ferite e cicatrici. Per favore, non permettete che quelle ferite siano ancora più profonde e che se ne verifichino di nuove! Siete uomini giovani e forti. Chiamati! Uomini chiamati da Dio, a servire Dio, e per mezzo di lui alle persone... Dio vi ha chiamati a essere il suo strumento tra gli uomini. Avete una grande responsabilità! Una responsabilità che non è un peso, ma un dono! Per favore, trattatelo secondo l’esempio di Gesù... con l’umiltà e l’amore!».

L’appello ai sacerdoti:
vivere la verità 

L’appello si fa supplica commossa e commovente, mossa da un istinto di amore nei confronti della Chiesa: «Per favore non spazziamo le cose sotto il tappeto, perché poi inizieranno a puzzare, marcire, e il tappeto stesso si decomporrà... Rendiamoci conto che se nascondiamo questi fatti, quando ne tacciamo, nascondiamo lo sporco e diventiamo così un complice. Se vogliamo vivere la verità, non possiamo chiudere gli occhi!».

«Vivere nella verità è vivere secondo Gesù, vedere le cose attraverso i suoi occhi», recita ancora la lettera. Cristo «non chiudeva i suoi occhi davanti al peccato davanti al peccato e al peccatore, ma viveva la verità con l’amore... Con la verità amabile ha indicato il peccato e il peccatore». «Per favore — scrive la vittima, rivolta ancora ai sacerdoti — rendetevi conto che avete ricevuto un regalo enorme. Il dono di essere un  alter Christus, di essere l’incarnazione di Cristo qui nel mondo. Le persone, e specialmente i bambini, non vedono in voi una persona, ma Cristo, Gesù, in cui confidano comunque senza limiti». È qualcosa di «enorme e forte», ma anche «molto fragile e vulnerabile». «Per favore — conclude la sopravvissuta — sii un buon sacerdote».

di Salvatore Cernuzio