· Città del Vaticano ·

Settimana sociale dei cattolici italiani

Ambiente, lavoro, futuro

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20 ottobre 2021

Intervista con l’arcivescovo Santoro alla vigilia dell’evento di Taranto 


L’ascolto della realtà (Taranto, foresta amazzonica, Terra dei fuochi, Pianura padana) per ricordare solo alcune delle ferite inferte dallo sfruttamento ambientale; ma anche le “buone pratiche”, modelli virtuosi, esempi da imitare, per ripartire da essi e favorire una transizione ecologica integrale che è soprattutto cambiamento sociale e culturale. La 49ª Settimana sociale dei cattolici italiani che si apre il 21 ottobre a Taranto ha come tema «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso», a ribadire lo stretto rapporto fra ecologia ed economia, tra creato e occupazione, tra giustizia sociale e lotta alle disuguaglianze. Come faro l’enciclica di Papa Francesco Laudato si’ da interpretare e vivere alla luce della Fratelli tutti, nella consapevolezza che esiste «una sola e complessa crisi socio-ambientale» da affrontare e possibilmente risolvere attraverso uno spirito di fraternità e amicizia senza frontiere, un nuovo umanesimo. A presiedere il Comitato scientifico e organizzatore è l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, da dieci anni alla guida della diocesi e testimone di una città-simbolo perennemente in bilico fra difesa del posto di lavoro e tutela del diritto alla salute.

Eccellenza, quanto ha influito il magistero di Papa Francesco nella sensibilizzazione su queste tematiche, non solo a livello ecclesiale, e che approfondimento e riflessione riserverete ai documenti pontifici?

Fin dal giorno dell’inizio del suo pontificato il Papa venuto “dalla fine del mondo”, con la scelta di quel nome, Francesco, ha voluto lanciarci un messaggio, quello che fu del poverello di Assisi, e ha voluto desse il nome all’enciclica che racchiude in sé tutta la preoccupazione e l’amore per il creato, la Laudato si’. Con essa ci ha indicato la strada illustrandoci il concetto di “ecologia integrale” che è un invito a una visione globale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che l’uomo deve sanare la frattura che egli stesso ha causato, per l’ambizione di superare i limiti naturali con la tecnica, e ritornare a essere centro del sistema con il suo lavoro e la ricerca del bene comune. Poi c’è stata la Fratelli tutti nella quale ci ha chiesto di avere una capacità di dialogo, ascolto e attenzione per tutti e che il dialogo abbia come riferimento l’icona del buon samaritano che anch’io avevo utilizzato all’inizio di questo anno pastorale per un passaggio dall’io chiuso in sé stesso al noi. Questo ci dà un di più di umanità anche se costa il sacrificio di aprire il cuore e tendere la mano. Ci ha spronato a impegnarci tutti perché si ritorni ai valori più veri e profondi, perché il massimo della vita non sia il consumo e che, superando l’individualismo, si recuperi quel concetto di fratellanza e responsabilità civica che Papa Francesco ha così bene espresso. Durante la Settimana di Taranto questi temi saranno il faro che illuminerà il percorso, come lo saranno altri documenti fondamentali nel percorso della Chiesa, e mi riferisco alla dottrina sociale, alla Caritas in veritate, alla Oeconomicae et pecuniariae quaestiones.

Giorni fa, in sede di presentazione, lei ha sottolineato che «il lavoro è per la vita, non può essere per la morte», riferendosi ai molti, troppi incidenti sul lavoro che si verificano sul territorio italiano. Cosa si può fare al riguardo? Le risposte chiamano direttamente in causa le istituzioni (leggi, controlli, sanzioni) ma anche ai cittadini è chiesto uno scatto di responsabilizzazione.

Riprendendo le parole di Papa Francesco, abbiamo voluto sottolineare che gli appalti che usano unicamente il criterio del massimo ribasso sono un implicito incentivo allo sfruttamento del lavoro, all’elusione o evasione fiscale che aiuta a ridurre i costi dell’offerta dell’impresa in gara e alla delocalizzazione della produzione in Paesi dove i costi ambientali e fiscali sono minori. La rivoluzione della cultura della generatività e dell’impatto sociale “trasformativo” deve arrivare alle regole di appalto con le quali le amministrazioni, coerentemente con il loro obiettivo statutario, premino prodotti e servizi con il massimo impatto sociale e ambientale. Non basta, sebbene sia un passo intermedio fondamentale, allargare a nuovi settori i criteri minimi ambientali e sociali e dimostrare con la formazione delle stazioni appaltanti che la semplificazione non può e non deve essere in contrasto con la centralità dell’uomo. Insomma, il profitto fine a se stesso, lo sfruttamento legato all’assenza del lavoro, chiedono risposte da ognuno di noi e che vadano nella direzione di quella “ecologia integrale” che non può essere solo uno slogan.

Sempre nei giorni scorsi, sulla rivista internazionale Environmental Research, sono stati pubblicati i risultati di uno studio italiano sulla mortalità nei quartieri di Taranto. Fra il 2001 e il 2020 si è verificato un significativo incremento dei decessi in particolare nelle zone a ridosso dell’area industriale dell’ex Ilva. Qual è la sua esperienza? Immagino saranno centinaia le storie drammatiche da raccontare.

Citando una frase di Paolo vi durante la sua storica visita nelle acciaierie Italsider di Taranto la notte di Natale del 1968, «sappiamo il rischio e la fatica» dei lavoratori, delle loro famiglie, di una città intera stremata e divisa tra speranza e disillusione. Taranto è l’emblema di uno sviluppo economico che ha svelato tutti i suoi limiti e che deve essere superato. Sin dal mio insediamento nella città di Taranto ho avuto ben chiaro il peso che i suoi abitanti sopportano da anni, quello dello sviluppo a spese della centralità dell’uomo che tanti danni ha prodotto e produce alla madre Terra. Un peso che incontro ogni giorno negli occhi degli operai, dei lavoratori, su cui si abbatte per l’incertezza di poter far fronte alle esigenze familiari, e ancor più in quelli degli ammalati, troppo spesso costretti a partire per veder garantito il loro diritto alle migliori cure possibili. Ho portato conforto a famiglie straziate per la perdita dei loro cari mancati prematuramente a causa di incidenti sul lavoro come per le malattie derivanti dall’inquinamento: non è mai semplice, tutt’altro. A loro, ai tarantini tutti, dobbiamo indicare una luce di speranza e di fede, e impegnarci con atti concreti. Sentiamo molto parlare di “transizione ecologica”, abbiamo un ministero dedicato, ma io vi parlo da un territorio emblematico dei guasti italiani che conosce bene le promesse mancate, la disillusione. Il clima di incertezza sfianca anche la speranza più ostinata e ora abbiamo un’ultima opportunità con i fondi del Next Generation Ue e del Recovery Plan: restiamo insieme, uniti, facciamo fronte comune perché il nostro territorio possa finalmente risollevarsi. Ancora una volta il Papa ci indica la strada con la Fratelli tutti: quella della fratellanza universale, reale, fatta non di discorsi e di proclami ma di una cultura e di atteggiamenti diversi e poi il dialogo come metodo per vivere in armonia con la Casa comune e le persone.

Novantasei vescovi, 150 sacerdoti e diaconi, 710 delegati laici provenienti da 208 diocesi, in un dialogo che coinvolgerà esperti, esponenti del mondo politico, civile e culturale; all’incontro si parlerà anche del Piano nazionale di ripresa e resilienza e i giovani del pianeta proporranno il paradigma dell’Alleanza. Come riuscire ad amalgamare tutte le anime, a convergere gli sforzi verso l’obiettivo comune?

Sarà l’impegno più arduo, lo ammetto. Sono però anche fiducioso, c’è un clima favorevole, un sentire comune forte: è il tempo. Il fronte dell’opinione pubblica che ha acquisito consapevolezza in merito alla necessità non più prorogabile di cambiare il nostro rapporto con la Terra si è molto allargato, a dispetto delle azioni messe in campo dai potenti del mondo. Serve organizzare questo fronte in nome proprio di questa nuova e diffusa sensibilità che non riesce a trovare rappresentanza. Compito della Chiesa, compito della prossima Settimana sociale, è quello di promuovere dialogo a oltranza con tutti, con tutte le persone di buona volontà purché si porti avanti il bene dei popoli, particolarmente i più poveri, e del pianeta. Nell’ultimo videomessaggio per The Economy of Francesco si parla di «rigenerazione di tutti i nostri sistemi sociali, istillando i valori della fraternità, della solidarietà, della cura della nostra Terra e dei beni comuni»; il Piano nazionale di ripresa e resilienza è l’occasione imperdibile perché progetti di sviluppo durevoli inizino a essere realizzati per segnare quell’“energica ripresa” di cui il Sud ha bisogno. Naturalmente è necessario che il 70 per cento di queste risorse arrivi al Sud perché è nell’interesse dell’intero Paese che il Mezzogiorno cresca non solo appena un po’. Una ripartizione delle risorse volta al riequilibrio servirebbe a colmare almeno parzialmente quelle disuguaglianze che il Recovery Plan vuole combattere.

Comunione, partecipazione, missione: come le Settimane sociali dei cattolici italiani si inseriscono nel percorso sinodale tracciato da Papa Francesco?

La Settimana sociale è già un’esperienza di sinodalità. Ci siamo preparati a questo evento di ottobre con incontri nazionali, al Nord, al Centro, al Sud, anche in Puglia: a Foggia sul tema agricoltura e legalità, a Lecce su giovani, lavoro e ambiente, a Bari su annuncio evangelico e transizione ecologica, per stilare un insieme organico di proposte che prevedono una transizione ecologica equa che non lasci indietro nessuno e che affronti con decisione l’emergenza climatica. Si è trattato di un cammino di sinodalità, proprio come indicatoci da Papa Francesco: la Chiesa ha bisogno di rinnovarsi dando ascolto a tutti. Nel Regno il più piccolo è il più grande, l’ultimo è il primo, il più grande si fa servo. Questa è la matrice della vera sinodalità, frutto del Vangelo coraggioso, autentico e maturo.

A proposito di “buone pratiche”, lei ha lanciato due proposte: che le diocesi, e non solo, siano carbon free (o comunque non usino materiali inquinanti) e che soprattutto nelle scuole vengano distribuiti prodotti “caporalato free”, privi cioè di qualsiasi forma di sfruttamento sul lavoro. In che modo intendete concretizzarle?

Lavorando assieme alle tante reti e associazioni dei territori che s’impegnano a valorizzare i beni comuni ambientali-sociali-culturali locali, parte essenziale del genius loci e della capacità di creare lavoro e valore economico. Come scritto nella Caritas in veritate, «è bene che le persone si rendano conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico». È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte di consumi, risparmi e investimenti. Oggi più che in passato è possibile valutare le alternative disponibili non solo sulla base del previsto rendimento o del loro grado di rischio, ma anche esprimendo un giudizio di valore sui progetti di investimento che le risorse andranno a finanziare, nella consapevolezza che «la scelta di investire in un luogo piuttosto che in un altro, in un settore produttivo piuttosto che in un altro, è sempre una scelta morale e culturale».

La pandemia ha tragicamente messo in evidenza la fragilità dell’uomo e del sistema in cui vive. Nuove povertà si sono aggiunte alle vecchie, mentre il divario fra le aree del mondo si amplia. Papa Francesco esorta a guarire le ferite, a prendersi cura dell’altro. Ma il cristiano di oggi è ancora un buon samaritano?

Ci affidiamo a Gesù: è Gesù il buon samaritano. Il nostro annuncio parte dall’esperienza personale, vera e viva di Gesù che ci vuole bene. Nella parabola del buon samaritano ognuno può rivedere sé stesso che nelle diverse situazioni della vita incappa nei briganti, perdendo la sicurezza della salute, dei beni, patendo lo smarrimento come anche l’indifferenza e l’inutilità degli aiuti degli altri uomini. La debolezza, il dolore, l’umiliazione, muove a compassione il cuore del buon samaritano. È così che il malato attira il medico, la miseria la misericordia, il peccato la salvezza. Come Pastore della città ho accolto sotto il manto della Chiesa questa comunità dolente e, nello stesso tempo, ho spronato essa e le amministrazioni che la rappresentano a impegnarsi nella costruzione di un futuro diverso, più sostenibile per il pianeta e che capovolgesse la visione: un passaggio fondamentale “dall’io al noi”.

di Giovanni Zavatta


La storia

Dal 1907 su iniziativa di Giuseppe Toniolo


Dalla Toscana (Pistoia e Pisa settembre 1907) alla Puglia che torna a ospitarle dopo l’edizione di Bari del 1958: è un lungo viaggio, anche se con qualche interruzione, quello delle Settimane sociali dei cattolici italiani che a Taranto, dal 21 al 24 ottobre, celebreranno la 49ª edizione. Nacquero per iniziativa del beato Giuseppe Toniolo con l’obiettivo di porre al centro dell’attenzione i temi del lavoro, della scuola, della condizione della donna, della famiglia. Dal 1927 un ruolo importante nell’organizzazione fu assunto dall’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel 1935 arrivò la prima sospensione a causa degli attriti con il regime fascista. Ripresero dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, continuando fino al 1970, quando fu la volta di una seconda e lunga pausa. Bisognerà aspettare il 1991 per la prima edizione “rinnovata” a seguito delle sollecitazioni provenienti dal Convegno ecclesiale di Loreto (1985) e dalla pubblicazione di una nota pastorale della Conferenza episcopale italiana che ne sollecitava il ripristino (1988).

Due opere-segno per la città


La piantumazione di cinquanta platani (alcuni dei quali porteranno i nomi dei bambini morti a causa dell’inquinamento) e l’avvio del progetto «Prendi il largo» per la trasformazione degli scarti dell’allevamento di molluschi in materiali per la bioedilizia: sono le due opere-segno — particolarmente significative per Taranto — che saranno realizzate nell’ambito della 49ª Settimana sociale dei cattolici italiani. I platani, assai resistenti allo smog, verranno sistemati in due aree periferiche della città, il rione Salinella (nelle vicinanze di un parco in fase di realizzazione) e in zona Lama-Tramontone. Alla seconda iniziativa, promossa da una cooperativa sociale nata in seno alla parrocchia della cattedrale, parteciperanno quaranta operai che seguiranno le varie fasi di recupero degli scarti dei molluschi, trasformazione, destinazione commerciale e ricerca.