· Città del Vaticano ·

Nelle famiglie il miracolo si cela spesso nella quotidianità: la lezione di Jan Dobraczyński

L’ombra del Padre nello sguardo di una madre

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
19 ottobre 2021

Leggendo la lettera apostolica Patris corde di Papa Francesco, ci si imbatte a un certo punto nella citazione di un romanzo sulla vita di san Giuseppe, L’ombra del Padre, dello scrittore polacco Jan Dobraczyński. Quando è uscita la lettera apostolica, l’8 dicembre 2020, stavo finendo di leggere il romanzo per la prima volta. Da poco avevo scoperto questo volume, pubblicato nel 1977 e ristampato in italiano oltre venti volte. Curioso che il Papa lo avesse citato in un suo testo magisteriale. Da quel momento, in meno di un anno, l’ho riletto altre due volte. In effetti, c’è qualcosa di straordinario nel libro, un messaggio che mi arriva insistente al cuore e mi interpella come donna, sposa e madre.

L’ombra del Padre, infatti, non è solo la storia di una paternità, ma ancor prima, è la storia di un grande amore, quello fra Giuseppe e Maria, innamorati, fidanzati e poi sposi. «La grandezza di San Giuseppe consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria…» scrive Papa Francesco nella Patris corde. L’attesa del loro primo incontro, lo stupore e la certezza di ri-conoscersi al primo sguardo, la gioia di abbandonarsi ad un amore di cui non erano gli artefici, perché sorgente di quell’amore era Dio. Felici di rendersi partecipi del disegno salvifico divino, creando quella famiglia di cui Gesù aveva bisogno per venire al mondo e crescere «in sapienza, età e grazia». Un amore sponsale vero, profondo, totalmente affidato all’Altissimo fin da prima di incontrarsi. Come può essere l’amore tra ogni uomo e ogni donna, che intravedono la propria storia nell’orizzonte di una vocazione in cui il protagonista è Dio. Un amore che non va rincorso o cercato in maniera frenetica, ma atteso: «Sto aspettando…», sussurrò Giuseppe, rispondendo a Zaccaria che gli domandava come mai alla sua età ancora non avesse moglie. Che cosa attendesse, non lo sapeva esattamente, ma desiderava quell’attesa, perché comprendeva che in fondo era per qualcosa che avrebbe trasformato la sua vita.

Due innamorati, Giuseppe e Maria, che hanno entrambi detto sì ad una chiamata del Padre a vivere totalmente affidati. Non un’idea romantica dell’amore, ma la consapevolezza di essere invitati a realizzare un progetto di cui ciascuno è strumento unico e meraviglioso; perché quando la Grazia agisce in una persona, o tra due persone, si spande a macchia d’olio e ha una portata universale. Genera vita e cambia la vita. Come accade a noi sposi. Com’è bello sentirsi domandare dai propri figli se l’amore tra mamma e papà sia scaturito da un colpo di fulmine. Nella mia esperienza, la risposta è sì, se per colpo di fulmine intendiamo il ri-conoscere nell’altro colui che il Signore ha pensato “per me” per realizzare il Suo disegno di salvezza.

Quando incontriamo Cristo, non possiamo non percepire in quest’incontro una rivelazione: Cristo ha sempre qualcosa in serbo per noi, un cammino che ha un’unica meta — la vita eterna — lungo il quale desidera solo riversare fiumi della Sua grazia. Il matrimonio, per noi sposi, è questo cammino. Ricolmo di gioia, ma anche di incomprensioni, momenti di sconforto e dubbi: «La sua barca — pensava Giuseppe dopo l’incontro con Maria — non aveva toccato la riva, ma si era […] staccata dall’ormeggio e veleggiava lontano verso un’avventura ignota». Eppure, in noi sposi resta la certezza della bellezza di questo cammino — accanto a quel coniuge così diverso da come lo immaginavamo — perché all’origine c’è stato proprio un ri-conoscersi.

La storia narrata da Dobraczyński ci ricorda che, per seguire il cammino, dobbiamo combinare due ingredienti: saper chiedere con fiducia, ma imparare anche a scorgere ciò che non salta agli occhi. Quante volte nella vita quotidiana ci capita di cogliere delle consolazioni, delle tracce di una promessa d’Amore? Consapevoli, in fondo al cuore, che non sempre è necessario chiedere e che tutto va lasciato al Donatore. Nelle nostre famiglie, «il miracolo si cela spesso nella quotidianità» e lo Spirito ci suggerisce che l’ordinario, in realtà, è spesso straordinario. Penso a quanto sia bello sentire le manine paffute dei nostri figli che ci accarezzano il volto (come faceva il piccolo Gesù con Giuseppe) e sentire nel cuore che quella è una carezza di Dio; o accogliere il fatto che un figlio adolescente si chiuda in camera per ore, alla ricerca di sé nella solitudine, come Gesù giovanissimo si ritirava in luoghi isolati a pregare il Padre, di nascosto da Giuseppe e Maria. Quant’è difficile fare in famiglia questo tipo di discernimento quando siamo chiamati a tacere, condividere, ascoltare, lasciare spazi sani di libertà. È la nostra fatica di camminare insieme verso la vita eterna, a volte appesantita da circostanze gravi e gravose, sempre costellata di continue piccole difficoltà quotidiane. Ma Giuseppe ne accetta il peso, come Maria, che gli ricorda che «bisogna fare di tutto», poiché solo allora «Egli prenderà la cosa nelle sue mani». Entrambi accolgono di giorno in giorno il progetto della salvezza, come noi sposi siamo invitati ad accogliere il progetto a cui abbiamo detto “sì”: per noi, per i figli e per tutti coloro che verranno lambiti dalla marea della nostra vita familiare.

C’è un ulteriore passaggio che Maria e Giuseppe ci insegnano a compiere: entrambi hanno accolto la promessa che lo Spirito Santo ha fatto all’altro. Giuseppe accoglie il dono dello Spirito che cresceva nel grembo della sua sposa; Maria accoglie la promessa fatta in sogno a Giuseppe. In questo dono dello Spirito a entrambi, si crea l’unità dei due nella dimensione sponsale e si ricrea lo schema trinitario: tu ed io, in Cristo; noi e Cristo. È questo dinamismo che può illuminare noi sposi nella vita insieme: nel mio coniuge lo Spirito si rivela ed è segno anche per me dell’amore di Dio per noi. Sappiamo bene che a volte quel che si rivela attraverso il coniuge non è esattamente ciò che vorremmo per noi: ma nel sacramento, gli sposi diventano l’uno per l’altra via verso il Cielo. Una via a volte inattesa e scomoda, ma quella via, se accolta, può insegnarci ad amarci in maniera più grande, più generosa. Come ha fatto Maria, quando Giuseppe le ha chiesto di alzarsi, di raccogliere quel poco che possedevano, prendere in braccio Gesù e affrontare un lungo, pericoloso viaggio a piedi verso l’Egitto. Perché ciò che deve guidarci, in questi casi, è la consapevolezza che al centro del nostro matrimonio c’è Cristo. Quando vedo mio marito raccolto nella preghiera, so che è quella relazione ad alimentare il nostro amore quotidiano. E quando riusciamo a pregare insieme, Cristo è presente tra noi, sacramento vivo nella nostra vita concreta di ogni giorno. Parafrasando la Patris corde, tutte le volte che ci ritroviamo nella condizione di amare, dobbiamo ricordarci che il nostro amore è “segno” che rinvia ad un Amore più alto. Siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe, anche come sposi: ombra dell’unico Padre celeste. Mariti e mogli, per custodirci l’un l’altra e custodire i figli che ci sono affidati. Custodirli per il Padre, per la vita eterna in Lui. Ma ciascuno di noi è anche Maria, porta in grembo Gesù per donarlo al mondo, come frutto del nostro stare in relazione con lo Spirito Santo. La nostra vocazione cristiana — insegna il grande santo russo Serafino di Sarov — è acquisire lo Spirito Santo per riflettere la Sua luce, per riversare l’amore di Cristo nelle relazioni che viviamo. Essere ombra del Padre significa allora custodire l’altro che ti è affidato, finché non giunge il momento di ritirarsi: «Le ombre spariscono, quando sorge il sole…». Perché l’ombra svanisce, quando inizia a sorgere la luce dello Spirito in quel figlio che hai accompagnato verso la libertà della vita in Cristo. Che dono osservare un figlio quasi adulto che si avvia a compiere delle scelte, totalmente affidato al Padre! La mia maternità mi indurrebbe ad intervenire, suggerire, orientare, ma giunge un tempo in cui devo far svanire la mia ombra protettrice e mettermi accanto a mio marito, che lo sostiene nelle decisioni, incoraggiandolo e “lanciandolo” nel mondo. Come sposa e madre, devo “lasciare a lui la parte del padre”, così, insieme possiamo osservarlo andare, in silenzio, grati. Grati, perché non per i nostri meriti, ma per grazia dell’Altissimo vediamo lo Spirito agire nella nostra famiglia. Pensare diversamente significa cedere alle lusinghe del Nemico, che ci fa credere che tutto dipenda solo da noi: una grande tentazione del nostro tempo, la causa di tante crisi coniugali, anche tra i cristiani più devoti. Per questo, rileggere la storia d’amore tra Giuseppe e Maria narrata da Dobraczyński può essere di grande aiuto per penetrare più a fondo nel mistero dell’amore sponsale e con semplicità e umiltà scoprire insieme, marito e moglie, come agisce Cristo nella nostra vita ordinaria.

di Gabriella Gambino