· Città del Vaticano ·

In cammino con Giuseppe di Nazareth

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19 ottobre 2021

Quando il 17 marzo scorso abbiamo presentato la rubrica sulla Patris corde, che oggi si conclude, avevamo indicato come obiettivo (o almeno tentativo), quello di “far dialogare” Giuseppe di Nazareth con i padri del nostro tempo. In questi otto mesi, attraverso i racconti che vi abbiamo proposto, non sono stati solo i padri a dialogare con lui ma pure i figli e le madri di oggi, come testimonia anche quest’ultimo numero. Ognuno dei capitoli della lettera scritta dal Papa in occasione del 150° della proclamazione di san Giuseppe come patrono della Chiesa universale ha avuto come “testo a fronte” una o più storie di vita vissuta. Testimonianze che hanno mostrato come lo sposo di Maria non sia una figura relegata nel passato, ma un nostro contemporaneo con il quale possiamo intessere una relazione che — come accade ogni volta che si incontrano i santi — può aprirci nuovi orizzonti e cambiarci la vita.

Le sofferenze, le gioie e i sogni dei protagonisti della rubrica hanno preso la forma delle tessere di un mosaico che — puntata dopo puntata — si è fatto più ricco e più nitido, mostrando con vividi colori i tratti di quella “classe media della santità”, di cui parlava lo scrittore francese Joseph Malègue, a cui Francesco ha più volte fatto riferimento. «Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente — scrive il Papa all’inizio della Gaudete et exsultate — nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa». Parole che sembrano descrivere proprio quello che la rubrica ha voluto significare. Ecco un grande merito di questo anno speciale di san Giuseppe voluto dal Papa e della lettera Patris corde: sottolineare che la santità chiama la santità e richiede la testimonianza giacché i santi non vanno applauditi quanto piuttosto imitati. «Tutti i fedeli di ogni stato e condizione — ci ricorda già Lumen gentium — sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste».

Ognuno per la sua via. La via di Giuseppe è stata quella della presenza umile e paziente, quasi “in seconda linea”, ma al tempo stesso forte e protettiva. Del silenzio a volte sofferto, ma sempre colmo d’amore. Del coraggio creativo per cambiare progetti e convinzioni pur di salvare ciò che aveva di più prezioso: la propria famiglia. Ecco perché — come hanno colto quanti hanno intrecciato le loro vicende con la Patris corde — san Giuseppe è più che un modello: è un compagno di cammino con cui dialogare e a cui affidare speranze e inquietudini. Quelle stesse che ogni padre, ogni genitore, ha provato prima o poi nel crescere il proprio figlio, nel “fargli spazio” perché potesse prendere la propria strada, nella consapevolezza che «ogni figlio porta sempre con sé un mistero». San Giuseppe però non è compagno di viaggio solo per i padri di famiglia. Come suggerito sulle pagine del nostro giornale dal cardinale Luis Antonio Tagle, ogni battezzato è chiamato a farsi ispirare da lui, specialmente ora che tutta la Chiesa vive l’esperienza del processo sinodale. San Giuseppe dunque come compagno di strada che, con cuore di padre e in ascolto del Padre, sa sostenere e incoraggiare ognuno di noi nel cammino verso l’incontro con il Signore.

di Alessandro Gisotti
e Andrea Monda