· Città del Vaticano ·

Giornata europea contro la tratta: intervista a suor Gabriella Bottani, coordinatrice di Talitha Kum

Una ferita nel corpo dell’umanità

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18 ottobre 2021

Il traffico di esseri umani è la schiavitù più estesa in questo ventunesimo secolo. Papa Francesco è più volte intervenuto su quella che lui stesso ha definito «una ferita nel corpo dell’umanità intera» e l’esistenza nei codici penali internazionali di articoli che prevedono o puniscono la tratta ed il commercio di esseri umani non è, come si potrebbe pensare, un retaggio di remote imprese colonialistiche. Al contrario, i legislatori hanno ritenuto necessario porre al primo posto tra le disposizioni previste, quelle relative alla “riduzione in schiavitù”, aderendo così a precise indicazioni riscontrabili nelle convenzioni internazionali adottate in materia. Dal 2009 Talitha Kum, la rete delle religiose schierate in prima linea contro la schiavitù moderna, offre un prezioso contributo affinché tali disposizioni vengano applicate. Nata nell’ambito dell’Unione internazionale delle superiore generali proprio per opporsi alla tratta di persone in novanta Paesi e in occasione della Giornata europea contro la tratta di essere umani, la coordinatrice internazionale, Suor Gabriella Bottani, sottolinea che per contrastare il fenomeno ci sono diversi approcci. «Vorrei metterne a fuoco due — spiega —. Il primo è quello dell’accoglienza, dell’accompagnamento e della promozione dei processi di cura e di guarigione delle persone che riescono ad uscire dal dramma della violenza della tratta. C’è poi tutto l’approccio da parte del sistema giuridico e del Law enforcement  per la parte di responsabilizzazione, perché di fatto la tratta ha connotazioni criminali. Ma non dobbiamo dimenticare che per rendere possibili i reali cambiamenti, e questo lo abbiamo visto con il covid, è fondamentale trasformare la mentalità fondata sullo sfruttamento e sulla competizione distruttiva e far prevalere il messaggio dell’attenzione e della cura nei confronti del prossimo e del pianeta. Proprio come ci invita a fare il Papa».

La tratta di esseri umani è uno dei crimini transnazionali più gravi al mondo e una delle sfide che riguardano i diritti umani più complesse del nostro tempo. A che punto siamo con la lotta contro questo fenomeno? 

Sicuramente è cresciuta la coscienza che la tratta di persone esiste e che è un crimine.  Stiamo prendendo sempre più coscienza e  riscontriamo  un aumento di consapevolezza che la tratta non è solo per sfruttamento sessuale, ma anche per sfruttamento lavorativo, che coinvolge donne e uomini.  Questo non è sufficiente a contrastarla perché  da anni registriamo un aumento e  durante la pandemia  un aggravarsi della situazione. Ce lo hanno confermato le sorelle di Talitha Kum attive nelle nostre 60 reti presenti in 90 Paesi, denunciando che  la crisi conseguente alle misure di contenimento del  covid hanno  portato  ad un esacerbarsi delle  situazioni di  vulnerabilità sfruttate dai trafficanti.  La crisi globalizzata, inoltre, ha ridotto  i fondi destinati all’accoglienza e all’accompagnamento delle vittime. 

La riduzione in schiavitù di esseri umani a scopo sessuale o a lavoro coatto, soprattutto delle donne, rappresenta ancora un fenomeno diffuso nei paesi poveri, dove la legislazione è debole. In che modo la comunità internazionale può intervenire ed andare oltre le campagne di sensibilizzazione?

Il problema è di tutti i paesi. Sicuramente la tratta coinvolge nazioni emergenti o comunque le aree del mondo più povere, ma dal fenomeno non vengono esclusi i paesi più ricchi. L’aprire gli occhi, il “curarci la vista” per conoscere i diversi tipi di sfruttamento è solo il primo passo, perché poi bisogna concretamente agire. La prima azione è sicuramente quella di “farci prossimo” nei confronti di chi vive questo dramma sulla propria pelle. Le persone, le famiglie, le comunità. Quello che proponiamo è un approccio sistemico, non solo della  persona  uscita dalla tratta. Tentiamo di affrontare il tema nella sua complessità, avvicinandoci alla persona nel suo contesto sociale, familiare e comunitario. Ci vuole un crescente impegno da parte dei governi per promuovere politiche che aiutino a superare quelle che sono le situazioni di vulnerabilità che poi vengono sfruttate dai trafficanti. Da parte nostra chiediamo che venga riconosciuto il permesso di soggiorno come pure la possibilità di lavorare. Considerando che la maggior parte delle vittime identificate sono donne è fondamentale prevenire, favorendo l’accesso ad un’educazione di qualità. Come pure sono importanti le politiche occupazionali, per assicurare un lavoro dignitoso e giustamente retribuito. 

Perché, secondo lei, è così difficile quantificare l’ampiezza del fenomeno? Dipende solo dall’illegalità del traffico? Oppure si lavora ancora nel buio perché alcuni paesi considerano “legale”  lo sfruttamento?

L’emersione è difficile perché l’accesso alla giustizia è complesso. Molte persone vengono considerate vittime della tratta solo dopo che vengono riconosciute dai sistemi giuridici come tali. E i processi attraverso i quali devono passare sono tutt’altro che agevoli. Bisogna dimostrare e presentare la prova che si è vittima della tratta e che, nonostante un apparente iniziale assenso, successivamente attraverso l’inganno si è caduti nella rete. E questo è solo uno degli scogli. Le vittime si scontrano spesso con personale non preparato ed in grado di riconoscere situazioni di tratta.

Per questo non si identificano come vittime perché hanno paura di essere classificate come clandestine e quindi allontanate. E questo le rende particolarmente vulnerabili, per cui preferiscono rimanere nell’anonimato. Noi suore impegnate contro la tratta lo abbiamo sperimentato diverse volte. È capitato anche a me di aver ricevuto richieste di aiuto. Dopo un primo contatto non trovano il coraggio di continuare. Hanno paura.  E questo succede in diversi paesi. Infine c’è l’elemento della “normalizzazione” o “internalizzazione” dello sfruttamento, dove le persone non riescono a riconoscere la loro dignità ed essere soggetto di diritto, perché vedono nello sfruttamento l’unica possibilità di sopravvivenza.

La gravità del fenomeno è sempre più percepita, ma la repressione continua ad essere l’ultimo tassello dell’opera di contrasto. Perché?

A me piace parlare di responsabilizzazione, più che di repressione, perché dobbiamo imparare a fare in modo che le persone siano responsabili delle proprie azioni.  La repressione non porta ad un cambiamento, abbiamo bisogno di educazione, di giustizia.  Ci troviamo di fronte a delle reti  criminali complesse. La tratta di persone è un’attività altamente redditizia e i trafficanti sono bene organizzati e ben strutturati con infiltrazioni legate a processi di corruzione abbastanza importanti per cui oltretutto c’è la grande difficoltà di portare avanti le indagini. È necessario contrastare tutta la catena che sostiene ogni forma di sfruttamento. Per poter responsabilizzare i trafficanti bisogna avere delle prove per procedere contro di loro. Troppo frequentemente l’onere della prova viene lasciato esclusivamente alle vittime che decidono di denunciare e questo diventa un fardello, un peso importante per loro. Esponendosi le persone mettono a rischio la loro vita e a volte anche quella dei loro familiari. I governi dovrebbero promuovere modelli investigativi che siano più orientati ai trafficanti, che tutelino la vittima. La tratta di persone è molto più di un crimine, è l’indicatore della crisi relazionale che ferisce la nostra società globalizzata. «Non più schiavi ma fratelli», ricordava Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, il primo gennaio 2015. Vivere da sorelle e fratelli, riconoscendo nell’altro il suo valore e la dignità di figlia e figlio di Dio, guardarci negli occhi con rispetto, cercando insieme, con umiltà, come promuovere percorsi di cambiamento. Questa è la speranza che rende possibili gesti semplici e quotidiani di accoglienza, rispetto e solidarietà che ci permettono di curare le ferite della violenza della tratta di persone. 

di Davide Dionisi