· Città del Vaticano ·

Quando muore un libro

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16 ottobre 2021

In un saggio scritto verso la fine degli anni Sessanta e intitolato Sulla pretesa del cristianesimo di possedere un valore assoluto, il teologo tedesco Karl Rahner scriveva che «molte persone hanno oggi l’impressione che la fede cristiana sia superata» e da archiviare tra le cose del passato, che vanno lentamente scomparendo; senza chiudersi nell’atteggiamento difensivo e aggressivo, Rahner leggeva questo dato attraverso il filtro di un attento discernimento spirituale, e chiosava così: «Dobbiamo tranquillamente ammettere che molti aspetti delle forme concrete delle religioni e dello stesso cristianesimo sono storicamente condizionati e possono morire».

La fine della cristianità, dunque, e la conseguente crisi odierna del cristianesimo che imperversa nel vecchio continente europeo, non sono semplicemente un destino da subire e un luogo di lamentazione da abitare in modo rassegnato. Si tratta piuttosto di entrare in un mondo nuovo senza paura, di ripensare profondamente il nostro modo di essere cristiani e il nostro stile di cristianesimo, lasciando pure morire alcune forme religiose che non hanno più vita e cercando con passione una sempre nuova fedeltà al Vangelo. In fondo, l’itinerario sinodale fortemente desiderato da Papa Francesco e appena iniziato, è importante anche per questo: camminare insieme e ascoltarci reciprocamente, per rinnovare e rinvigorire l’annuncio della fede nell’oggi della storia.

Sulla crisi del cristianesimo, tuttavia, si può procedere in modo univoco, rischiando di non coglierne alcuni aspetti pratici che ne sono in qualche modo la spia e il segno. Ci si può fermare sui “massimi sistemi” della perdita di rilevanza della fede cristiana nelle società europee, ma rischiando di restare prigionieri dell’astrattismo. La crisi del cristianesimo, invece, è molto concreta e insieme alle riflessioni sociologiche e teologiche del caso, occorre che alcuni aspetti di “prassi” pastorale ed ecclesiale siano seriamente presi in considerazione. La crisi, insomma, si manifesta in aspetti di vita ecclesiale concreta: la dismissione di alcune chiese, i problemi economici, la chiusura di case religiose e conventi, il calo delle vocazioni. E, come le recenti cronache ci raccontano tristemente dall’Italia, anche la crisi dell’editoria cattolica.

Lo scorso 11 ottobre, giorno dell’anniversario dell’apertura del concilio Vaticano ii , ha definitivamente chiuso la Casa Editrice Dehoniane, che nacque proprio nel grembo di quella primavera della Chiesa che fu l’assise conciliare e che, da una intuizione dei Padri della Congregazione del Sacro Cuore, spiccò il volo, pubblicando in questi sessant’anni opere di approfondimento della fede e di teologia, nonché alcune delle riviste più significative del pensiero cattolico. Non è solo sgomento e senso di amarezza quello che si prova nel constatare la fine di una delle più importanti case editrici cattoliche nella crisi dell’editoria, acuita dalla pandemia. C’è anche — e questo sentimento auspichiamo si faccia spazio in ogni settore della vita ecclesiale — una sfida sempre aperta che attende di essere colta. Con l’avvertenza di evitare — come Papa Francesco ci ricorda spesso — quei trucchi e quegli infingimenti clericali che, spesso, ci fanno restare immobili anche davanti ai problemi, inducendoci a procedere “tirando a campare” finché si può e finché dura.

Ma oggi, una riflessione urge. Se osserviamo il sipario che cala sull’intensa e importante attività delle Dehoniane — con cui ho avuto la gioia di pubblicare i miei due ultimi libri — e come Chiesa non avvertiamo uno scossone profondo, quasi ammiccando all’idea che, in fondo, la fede non ha bisogno dei libri e della cultura e può semplicemente nutrirsi di devozioni personali attraccate alle nostre emozioni, allora la riflessione si fa ancora più urgente.

La fede di certo non si impara sui libri né può essere generata dalla teologia. Ma non c’è fede cristiana che non abbia bisogno di crescere, di approfondirsi, di guardare più da vicino il Mistero di Dio, di ragionare criticamente sulla vita e sulla storia anche attraverso il pensiero, la ragione, lo studio: «Fides quaerens intellectum», diceva Anselmo da Aosta. Quando la fede non è pensata, non coltiva il senso critico, non ha gli strumenti adeguati per accedere alla Parola di Dio, alla dottrina e alla liturgia, finisce per restare prigioniera o di uno sterile devozionismo fine a se stesso o, ancor peggio, della superstizione. Illuminare il vangelo e incarnarlo nell’oggi della nostra vita è — secondo Papa Francesco — il compito principale della teologia. E questa passa anche attraverso i libri, le riviste, le idee, i dibattiti.

Qualche considerazione, per affrontare sul serio questa sfida, può tornare utile. Le questioni implicate nel fallimento di una casa editrice sono così numerose e varie, che mi limiterò a segnalarle soltanto, come per lanciare una pietra nello stagno. La prima: la separazione tra fede e cultura, che il gesuita Michael Paul Gallagher definiva «un grande dramma di oggi». Tutti dobbiamo sentircene responsabili, e soprattutto i pastori: promuoviamo e annunciamo, anche nelle nostre comunità cristiane, l’approfondimento della fede? La formazione credente per una fede pensata? Una fede aperta alle sfide di oggi e capace di entrare tra le voci e negli scenari del nostro tempo? Se siamo onesti, dovremmo fare un mea culpa: abbiamo insistito così tanto sul fatto che la cultura non è tutto, che la teologia è una cosa difficile che complica la vita, che alla fine ciò che conta è essere santi, che è successo il peggio: alimentiamo un cristianesimo infantile e superficiale, spesso superstizioso, e ci teniamo a distanza da tutto ciò che interpella la nostra intelligenza e il nostro spirito. E ci sono generazioni di preti che sono spesso cresciuti con questo assunto, talvolta ripetuto loro anche dai rispettivi vescovi: non si diventa preti per studiare, ciò che conta alla fine è l’attività pastorale. Peccato, però, che una pastorale che comprenda l’annuncio della fede e la guida spirituale delle persone, senza un minimo di preparazione e una formazione permanente, anche teologica, rischia di diventare uno spettacolo improvvisato e alcune volte perfino imbarazzante.

Certamente non si può negare, poi, la grande crisi dell’editoria cartacea che oggi colpisce in modo particolare il mondo cattolico non solo a motivo della pigrizia verso la lettura, ma anche per il calo considerevole delle vocazioni sacerdotali e religiose, nonché dei credenti cosiddetti praticanti. Ma questa grande crisi — dobbiamo essere onesti — non è stata uno tsunami improvviso. Abbiamo avvisaglie da anni. E, forse, l’editoria cattolica ha continuato un po’ a sonnecchiare, a marciare divisa, a rinchiudersi nella logica del proprio piccolo orticello. Le forze, non solo economiche, diminuivano, ma invece che farne un’opportunità per unire le forze e lanciare un grande progetto editoriale, ha prevalso lo spirito indipendentista e talvolta individualista, improntato alla resistenza a tutti i costi.

Una terza questione riguarda anche la qualità dell’offerta. Case editrici che devono sostenere costi molto alti hanno anche la necessità di pubblicare molto, per cercare di vendere molto. Ma all’editoria cattolica non dovrebbe sfuggire, per come possibile, l’importanza di mantenere un sottile equilibrio: da una parte non deve diventare d’élite, cioè così ricercata e raffinata da mandare un messaggio già fin troppo diffuso nel mondo cattolico e cioè che i libri e la teologia sono solo per i preti, per gli specialisti e per la gente colta; d’altra parte, però, il criterio economico-commerciale non dovrebbe mai presiedere l’attività, onde evitare che nel panorama di un’offerta troppo numerosa, ci sia uno spazio eccessivo per la banalità e la superficialità. Un’offerta non all’altezza di una certa qualità, alla fine non paga.

Sono solo alcune delle questioni, appena accennate. Di certo, siamo chiamati a non separare mai la fede dal libro, anche se il libro non è il tutto della fede, non la genera e non la esaurisce. Diceva Petrarca: «Interrogo i libri e mi rispondono. E parlano e cantano per me. Alcuni mi portano il riso sulle labbra o la consolazione nel cuore. Altri mi insegnano a conoscere me stesso». E i libri che ci parlano di Dio, della Chiesa, della preghiera? Forse fanno tutto questo insieme: parlano, cantano, ci portano il riso e la consolazione. Ci fanno conoscere noi stessi, e ci fanno respirare qualcosa della bellezza del vangelo. Nutrono lo spirito e l’anima: per questo non dovremmo mai rinunciarvi.

di Francesco Cosentino