· Città del Vaticano ·

I racconti della domenica

La Samaritana con i suoi sei mariti

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16 ottobre 2021

Ben Sira 50, 28 rammenta con cinismo «il popolo stolto che abita a Sichem». Nel secondo secolo a.C. un tribunale stabilisce l’impurità delle donne straniere tra cui le donne samaritane per impedire i matrimoni misti. La Mishna Nidda 4 afferma che le figlie dei Samaritani sono considerate mestruate fin dalla culla. Infine, per il Testamento di Levi 7 gli abitanti di Sichem vengono definiti cananei. Visto questo clima di ostilità i Samaritani decidono di costruire il loro santuario sul monte Garizim. Le conseguenze non si fanno aspettare: un anno, alla vigilia della Pasqua, alcuni Samaritani si recano a Gerusalemme. Di nascosto entrano nel tempio e lo cospargono di ossa, rendendolo impuro.

In questo contesto va riletto l’incontro di Gesù con la Samaritana che avviene nell’ora più calda della giornata, quando la mancanza d’acqua diventa una tortura per gli assetati. Un giorno, a Sykar, una donna si avvicina al pozzo di Giacobbe a mezzodì per attingere acqua. Generalmente le donne vengono a procurarsi acqua la mattina e la sera. Qui siamo di fronte ad un gesto insolito. Gesù è lì, seduto sul bordo del pozzo. Entrambi, Gesù e la donna, sono assetati. E la loro sete è tenace. L’obbligo di passare per la Samaria, che i pellegrini evitavano, sembra strano: “doveva”, perché faceva parte del piano divino. Dio vuole fare alleanza con tutti. La menzione di Sykar presso Sichem, dove Dio ha parlato ad Abramo per promettere la terra ai suoi figli (Gn 12, 6), è un luogo che ricorda un passato di preghiera e di adorazione.

Gesù e la donna sono alla ricerca di qualcosa che permetterebbe loro di continuare a vivere in pienezza: l’acqua, l’amore, la vita da dare e da ricevere. Queste diverse seti possono placarsi solo quando trovano una risposta ai loro desideri. Il pozzo nella Bibbia è il luogo della vita e degli incontri amorosi (Gn 24; 29; Es 2, 15-22). È anche associato all’Esodo e in particolare al dono della Torah. La connessione tra il dono e la Legge “dono di Dio” è facile da stabilire. Perché è davvero un dono chiesto in un modo e concesso in un altro. Di più: il pozzo ha una valenza nuziale. Il ricordo dell’episodio dell’incontro di Isacco e Rebecca, venuti ad attingere acqua (Gn 24, 17-19) è vivo. Stranamente, al Golgota, sulla croce verso mezzodì Gesù nella sua agonia chiede da bere: “ho sete”(19, 28). Poi dà lo Spirito. L’acqua rende possibile la vita.

I cinque mariti della Samaritana richiamano il tradimento del popolo, che, nonostante la predicazione dei profeti si fabbrica i suoi dei. I Samaritani si scelgono i sacerdoti delle alture, presi qua e là, e li collocano nel loro tempio (1R 17, 29-32). Per il momento la donna vive con il sesto marito. Gesù diventa il settimo, il vero marito che vuole sigillare l’alleanza con i Samaritani.

Il dialogo di Gesù con la Samaritana illustra la sua pedagogia che accompagna l’interlocutore nel cammino dell’interiorità. Il suo modo di evangelizzare viene evidenziato in modo molto chiaro. Gesù si presenta come “dono di Dio”. Egli dà non l’acqua semplice, ma l’acqua viva. Quello che il Maestro inaugura è un processo di interiorizzazione che stabilisce un nuovo rapporto con la Torah, con sé stessi, e con Dio.

Questo culto è interiore perché è opera dello Spirito che suscitava in tutti la vera adorazione: «Quando verrà, è lui che ci farà conoscere ogni cosa. Io che ti parlo, io sono» (v. 25-26).

Origene si ferma nel suo commentario del Vangelo di Giovanni 13 sul simbolismo delle due acque: quella del pozzo di Giacobbe, e l’acqua viva. L’acqua del pozzo rappresenta la Scrittura che, già nella Bibbia e a Qumran, è il simbolo dello spirito, ma «non contiene alcuni fra i più importanti e divini misteri di Dio»; mentre l’acqua viva che egli dà va oltre quello che sta scritto: è il Figlio in cui il Padre si è sommerso come il Figlio si inabisserà in Lui. Il dono che egli dà è la sua vita: «Se tu sapessi il dono di Dio e chi è colui che ti parla». Il parallelismo è chiaro.

Origene continua: «Chi attinge a parole che soltanto in apparenza sono profonde sarà esaudito solo per poco tempo: il tempo necessario a scoprire che quella che ha scambiato per la verità non è la verità. È falsa gnosi. Cadrà presto nel dubbio. Invece, chi attinge all’acqua viva, a Cristo, si sente trasportato in alto, la sorgente interiore che zampilla, col medesimo movimento amoroso che descrive Salomone, quando parla dello sposo, nel Cantico dei Cantici: “Ecco, egli viene balzando sui monti, saltellando sui colli”».

A differenza del gnostico Heracleone, Origene non rigetta l’Antico Testamento. L’acqua del pozzo di Giacobbe non è avvelenata; è potabile; un’acqua che può anche calmare la sete. Ma non a lungo. Sul bordo di quel pozzo, adesso, è seduto un uomo che offre un’acqua che non si beve, un cibo che non si mangia (il mio cibo è di fare la volontà di chi mi ha mandato); e rivela un luogo d’adorazione e di comunione spirituale che non è individuabile neppure in Gerusalemme né sul Garizim. Questo luogo è nel cuore, perché Dio è spirito. Quindi, è un luogo che può conseguire ognuno. Ma, soprattutto, è aperto ai non sapienti, ai non intelligenti, ai piccoli (Mt 11, 25). Senza umiltà la Scrittura rimane un libro sigillato. E l’umiltà che manca agli gnostici.

Il paradosso scoppia: colui che ha sete è quello che dà da bere. Il dono offerto non è più acqua materiale, ma acqua viva. Perché sulla croce ha avuto sete, Gesù ha potuto dare lo Spirito.

Nel secondo momento del dialogo (vv. 11-15) la Samaritana non considera più Gesù come “ebreo”, anche se la salvezza viene dai Giudei, né come un profeta, ma come «Signore» (Kyrios: v. 11), e «più grande di Giacobbe» (v. 12). Il messaggio della donna è chiaro: «L’adorazione autentica non si fa né a Gerusalemme né sul Garizim, ma si può incontrare il Dio vivente dovunque, perché Dio è spirito» (Gv 4, 21). La teologia dei luoghi santi dell’Antico Testamento viene ridimensionata.

C’è da sottolineare un ultimo aspetto: Gesù vuole restituire un’immagine più positiva di una donna che è stata ridotta a donna di cattiva vita e mostra in lei una vera sete di Dio e un cammino spirituale che la porta a diventare missionaria: La Samaritana del Vangelo di Giovanni, «fu tanto trasformata da adempiere l’ufficio di predicatrice tra i suoi concittadini. Tutto è trasfigurato», scrive Crisostomo, Hom. Gv xii .

di Frederic Manns