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Hic sunt leones

Jean-Marc Ela: una teologia missionaria tutta africana

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15 ottobre 2021

L’Ottobre missionario è tradizionalmente un tempo di grazia nel quale la comunità ecclesiale è chiamata ad operare un sano discernimento sul senso e sul significato del Mandatum Novum di Nostro Signore. Il rischio, sempre in agguato, per le Chiese di antica tradizione come quelle europee, con due millenni di storia alle spalle, è quello di avere un approccio paternalistico nei confronti delle giovani comunità del Sud del Mondo, soprattutto per quanto concerne il grande continente africano. Varrebbe pertanto la pena riflettere sul pensiero che è maturato in questi anni, particolarmente nel corso del Novecento, nell’ambito del vasto areopago teologico africano, in riferimento proprio alla dimensione missionaria, nella cristiana certezza che nelle relazioni tra Nord e Sud del mondo, tra giovani e antiche chiese, vi deve essere, in forza proprio del Vangelo, un rapporto di circolarità, all’insegna del «dare» e del «ricevere».

A questo proposito è certamente illuminante, anche in considerazione del processo sinodale appena avviato da Papa Francesco, che porterà alla celebrazione del Sinodo dei vescovi prevista nel 2023, il pensiero di un grande teologo camerunese, un autentico gigante nella fede: Jean-Marc Ela. Nato a Ebolowa in Camerun il 27 settembre del 1936, venne ordinato sacerdote nel 1963. Formatosi presso le Università di Strasburgo e Paris V-Sorbonne, ottenne un dottorato in teologia, un dottorato post-laurea in antropologia sociale e culturale e un’abilitazione in sociologia. Si tratta di un personaggio, ancora oggi poco conosciuto in Europa, che può essere considerato uno dei protagonisti più autorevoli della moderna teologia africana.

Chi scrive ebbe modo di conoscerne gli scritti e apprezzarne la statura negli anni ‘80 quando frequentava il Ggaba National Seminary di Kampala in Uganda. Allora, i testi di Ela che andavano per la maggiore erano molti e tra questi in particolare: Voici le temps des héritiers: Églises d’Afrique et voies nouvelles; De l’assistance à la libération. Les tâches actuelles de l'Église en milieu africain; Ma foi d’Africain. Il destino volle che poi lo incontrassi, casualmente, di persona, alla fine degli anni ‘90, durante un mio soggiorno nel Nord America. Allora, Ela era già in esilio da un paio d’anni e mi colpì per l’affabilità e la concretezza del suo pensiero dalla forte valenza missionaria e profetica.

Egli, infatti, partiva dal presupposto che la Parola di Dio non potesse essere un qualcosa di a sé stante rispetto al fluire della Storia e dunque rappresentava la fonte d’ispirazione per il riscatto dei popoli africani che, nonostante avessero ottenuto l’indipendenza dalle ex potenze coloniali, continuavano ad essere ostaggio di potentati stranieri, oligarchie sanguinarie, inedia e pandemie d’ogni genere. L’evangelizzazione, d’altronde, non può prescindere dal contesto nel quale viene veicolata la Parola forte di Dio. Da questo punto di vista, la sua esigenza era quella di coniugare «spirito» e «vita», nella convinzione, potremmo dire, che quando la teologia viene inficiata dall’astrazione rischia di diventare una perniciosa ideologia.

Morto in esilio a Vancouver in Canada il 26 dicembre del 2008, Ela invitava costantemente nei suoi scritti a scrutare il senso di quel che significa «Regno di Dio in Africa», tenendo conto dell’attualità, di quanto avviene in questo continente oggi. Proprio per questo suo approccio è stato definito uno dei padri della Teologia della Liberazione in Africa. Ecco che allora, in questa prospettiva, egli ha sempre considerato la triade «Teologia — Contemplazione — Missione» come il fondamento di un’identità cristiana capace d’ispirare e motivare l’uomo di fede africano o occidentale che fosse. Un’indicazione questa che potrebbe giovare alla riflessione sinodale auspicata da Papa Francesco. Anche perché il pensiero di Ela, quello che egli ha professato, coincide con quanto espresso a chiare lettere dal pontefice all’inizio del suo ministero petrino nella veglia di preghiera per la Pentecoste 2013 svoltasi nella basilica Lateranense: «I poveri sono la carne di Cristo». Infatti, leggendo le opere di Ela si evince il superamento di un certo devozionismo introdotto dai missionari nelle giovani chiese africane, con la dichiarazione, biblicamente fondata, che la ricerca di Dio si situa «nell’incontro con il povero, con l’ammalato, con il prigioniero…». Un incontro epifanico, secondo lui, capace d’imprime un orientamento inedito a una pastorale che nel concreto diventa «la pastorale delle mani sporche», «quella che, a partire dalla solidarietà con i poveri e gli oppressi, sprigiona la forza provocatoria e liberatrice del Vangelo» come scrisse senza reticenze nel suo saggio Ma foi d’Africain (Paris, Karthala. p. 212).

Una cosa è certa: dalle opere di Ela emerge che la sfida attuale da raccogliere è la liberazione dei popoli oppressi che sopravvivono, per così dire, nei bassifondi della Storia. Fare teologia in questa prospettiva è tener conto della memoria delle persone che ricordano le loro origini, il loro passato (schiavitù, sfruttamento, colonizzazione…) e il loro esodo nel tempo. Non solo: la posta in gioco è ancora più alta. Si tratta di approfondire il dinamismo della speranza cristiana e quindi di tracciare dei percorsi di riscatto per i popoli africani. Capiamo allora la ragione per cui, secondo Ela, il teologo africano non può tacere su problemi e questioni avulsi, sul piano formale, dalla teologia. La produzione di qualsivoglia argomentazione legata al mistero cristiano richiede proprio come luogo epistemologico l’analisi sociale e politica correlate ai dati dell’economia e dell’antropologia.

Per quanto concerne il tema della ministerialità, Ela ha sempre considerato la Chiesa come «Famiglia di Dio» e si è spesso interrogato sul digiuno eucaristico imposto dalla scarsità dei sacerdoti nel continente africano. Se da una parte egli esprimeva gratitudine per il dono del Vangelo predicato in Africa dai missionari/e, dall’altra riteneva importante il superamento della deriva clericale che, se assecondata, riduce il christifideles laici a puri esecutori. Proprio durante l’incontro che ebbi con lui nel 1999, mi disse queste testuali parole che riportai fedelmente sul mio taccuino di viaggio: «Se si decide di battezzare e cresimare la gente in Africa, si ha il “diritto-dovere” di garantire che i fedeli possano poi vivere in uno stato di grazia. Ora il colmo è che, per la mancanza di sacerdoti in molte regioni dell’Africa, noi lasciamo in una condizione di carestia eucaristica migliaia di comunità cattoliche».

I contenuti del suo pensiero e soprattutto il rigore con cui affrontava le questioni teologiche con la preoccupazione di declinarle nell’azione pastorale, che comunque non doveva mai essere avulsa dal contesto territoriale (sociale, politico ed economico), lasciano aperte, ancora oggi, prospettive di ricerca ampie, ricche e feconde che andrebbero certamente approfondite.

Da rilevare che leggendo Ela ci si rende conto che le sue argomentazioni sul Dio degli oppressi e degli esuli non è da intendere come un inno al cambiamento, in modo propositivo, nella consapevolezza che il teologo deve sempre assumere un atteggiamento costruttivo nell’argomentare le proprie tesi. Egli vedeva la teologia africana come strumento indispensabile per denunciare la condizione di «banalità» dell’esistenza degli africani, facendo coincidere questo «locus teologico» con la croce di Cristo. Quest’ultimo diventa il luogo della nuova comprensione della fede, l’altura dove Dio ascolta e accoglie «il grido dell’uomo africano», un grido di sofferenza e di angoscia, ma che parla di speranza, annuncia la salvezza in Gesù e genera quel movimento missionario di cui oggi c’è davvero grande bisogno.

di Giulio Albanese