· Città del Vaticano ·

La testimonianza di Giovanni Paolo i nel ricordo della nipote Pia

Tenersi “bassi, bassi” e voler bene alle persone

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
13 ottobre 2021

«Noi lo abbiamo sempre considerato un santo già da vivo e adesso che viene riconosciuto beato per noi è una grande soddisfazione». È con parole vibranti di emozione e affetto, che la nipote di Giovanni Paolo i , Pia Luciani, reagisce alla notizia che il Papa ha autorizzato la Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto che riconosce un miracolo attribuito all’intercessione del Pontefice.

Pia Luciani è la prima dei 12 figli di Edoardo, fratello di Albino Luciani. Molte volte è andata a trovare lo zio nei diversi luoghi dove fu chiamato a servizio della Chiesa.

Chi è stato suo zio per lei?

Per me è stato un secondo padre. Lui e il mio papà erano completamente diversi. Papà andava bene per certe cose, lo zio andava bene per altre: lo zio aveva più pazienza di ascoltare. A lui ricorrevamo quando avevamo bisogno di una buona parola. Quando magari avevamo anche litigato col papà, era sempre lui il punto di riferimento. Anche per qualche consiglio quando dovevamo prendere delle decisioni, chiedevamo a lui.

Albino Luciani è stato un uomo di profonda fede: quale eredità ha lasciato in questo senso a voi nipoti, il “Papa del sorriso”?

Era sempre sorridente, anche quando aveva dei pensieri, ci incoraggiava anche quando avevamo difficoltà. Ci ascoltava, ci dava dei consigli e poi ci spronava ad avere pazienza, ad affrontare le cose e credere nell’assistenza del Signore. Quindi, con lui era molto bello parlare e confidarsi. Io lo andavo a trovare spesso. Diceva che bisognava aver pazienza e comportarsi bene, non soltanto per noi stessi di fronte al Signore, ma anche per dare il buon esempio agli altri.

Lei è andata a trovare suo zio negli anni in cui era patriarca di Venezia, e poi anche da Papa, a Roma?

Ho frequentato l’università Lumsa e, in seguito, ogni anno l’università offriva corsi di aggiornamento per gli insegnanti — io insegnavo alla scuola media — e quindi andavo sempre a Roma per questi motivi. Anche quell’anno sono andata giù per il corso e per l’occasione sono andata a trovare anche lo zio. Abbiamo pranzato insieme, abbiamo parlato... È stata l’ultima volta che l’ho visto. Quando era patriarca di Venezia, andavo spesso, ma avevo cominciato ad andare a trovarlo anche quando era a Vittorio Veneto. Lui era una persona, oltre che fedele al Signore, di grande carità e amore verso gli altri. Una volta che sono andata a trovarlo a Venezia, la suora mi ha chiesto di dire allo zio di lasciarle comprare i calzini per lui: «Ha tutti i calzini rotti», disse. Io le risposi: «Chiedeteglielo voi che siete qui...». La suora mi disse di averci provato ma lui le aveva detto: «Sorella, lei che è così brava con l’ago, trovi il modo di aggiustarli ancora una volta e poi con questi soldi noi facciamo contento qualche poveretto. Quando proprio non terranno più, vediamo un po’ cosa si può fare».

Ha avuto quindi molta attenzione per i poveri. Lui era stato anche in Africa...

Aveva rapporti con gente di quasi tutto il mondo. Posso dirglielo perché io facevo la raccolta di francobolli e lui mi metteva da parte le buste con il francobollo. Alcune vengono dall’Australia, altre vengono dall’Africa, altre dall’America Latina. Una veniva dalla Polonia, dalla segreteria di colui che diventerà poi, dopo di lui, Papa. Quindi lui aveva già molti rapporti. Aveva una visuale molto ampia ed era a conoscenza delle situazioni praticamente di tutto il mondo. Era molto interessato e cercava di consigliare anche i suoi sacerdoti: se c’era bisogno in Africa, se qualcuno voleva andare giù...

Forte per lui è stata anche l’esperienza del concilio Vaticano ii ...

È stata un’esperienza bellissima per lui. Si era veramente trovato bene in mezzo a tutta questa gente, anche perché lui aveva molte curiosità, desiderava ampliare le sue conoscenze. Quindi, se trovava qualcuno che era disponibile anche a parlare, a esprimere le proprie esperienze, a raccontarle, magari lui gli diceva: prima di andare a casa, vieni ti porto da mio fratello, vieni ti porto nella mia diocesi a farti conoscere il mio paese e farti conoscere nella diocesi.

La parola «Humilitas» campeggia sul suo stemma. Umiltà: una parola centrale nella vita di suo zio?

Lui diceva che bisogna tenersi “bassi, bassi”, perché ognuno di noi ha i suoi limiti e i suoi difetti — che bisogna cercare di eliminare, chiaramente — però anche rispetto agli altri non bisogna pensare di essere superiori. Nonostante lui avesse una grandissima cultura, nonostante avesse delle doti enormi, era sempre “in un angolo”. Una volta l’ho accompagnato a un incontro. A un certo punto una persona disse: «Non capisco, il patriarca di Venezia non c’è, non è ancora arrivato, di solito è puntuale...». Poi hanno scoperto che era in fondo alla sala. Pensavano che arrivasse in una macchina con tanta pompa, invece era in un angolo, diceva il Rosario in attesa che cominciasse l’assemblea.

Come avete vissuto la sua morte, dopo soli 33 giorni di pontificato?

Eravamo molto affezionati a lui e quindi per me è stata una grande sofferenza. Sono stata la prima ad essere avvertita perché mio padre, che allora era presidente della Camera di Commercio di Belluno, era in Australia. Fortunatamente, prima di andare in Australia era passato a Roma a salutare suo fratello. Non essendoci lui ed essendo io la figlia maggiore, è stata comunicata a me la notizia della morte dello zio. Ed è stato proprio un colpo grandissimo per tutti.

Qual è secondo lei l’eredità, la parola, che Papa Luciani dice oggi alla Chiesa?

Lui direbbe che bisogna mettere l’impegno maggiore che si può e poi il resto lasciamolo fare al Signore. Anche quando avevamo qualche problema diceva: «Comportatevi così, anche se gli altri non sono sempre corretti con voi, cercate di esserlo voi, cercate di voler bene alle persone».

di Debora Donnini