· Città del Vaticano ·

Numeri o persone?

«Tutte le sere moio
e la mattina rinasco»

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12 ottobre 2021

Se ne parla pochissimo e, salvo rare eccezioni, quel pochissimo che ne parla, se ne parla male. La malattia mentale è ancora un tabù, una zona nera da confinare nell’angolo invisibile della vita. È paura per qualcosa che non si conosce; è il terrore di finirne invischiati; è, anche, quell’associazione subdola con un’idea di colpa, come se essa fosse la conseguenza di comportamenti sbagliati (del singolo, della famiglia) o rivelasse una mancanza di volontà…

E dire che l’Italia è stata uno dei Paesi all’avanguardia, con la legge 180 del 1978 che, come scrisse Clara Sereni, resta a tutt’oggi l’unica legge rispetto alla quale un’avanguardia culturale, politica e scientifica è stata capace di farsi legge dello Stato e fa tuttora scuola nel mondo. Eppure nel suo Paese questa legge viene applicata in misura parziale se non addirittura deviata, cosicché la grande sfida della chiusura dei manicomi si risolve per lo più nel rendere manicomio la realtà familiare, abbandonata a se stessa (e molto potrebbe dirsi anche rispetto alla scuola e al lavoro).

La 180 è stata voluta (seppur con qualche differenza) da quell’uomo incredibile che è stato Franco Basaglia (1924-1980). Di lui e della luce portata dal suo lavoro parliamo spesso nelle pagine di questo giornale, anche perché Basaglia continua a essere mal citato, etichettato come quello che ha buttato in strada i pazzi, come se si fosse trattato di una decisione improvvisata, senza senso, quasi dannosa per l’ordine sociale. Quante volte abbiamo sentito l’espressione “i manicomi andrebbero riaperti”? Per Basaglia vale un po’ quel che si dice di Maria Montessori, ricordata come “quella” che ha tolto le regole ai bambini rendendoli selvaggi: pochi li conoscono, tanti ne straparlano.

Eppure i temi restano all’ordine del giorno: investire nei piccoli e, venendo a questo numero di «Quattro Pagine», occuparsi dei malati di mente. Perché la malattia mentale, purtroppo, esiste.

La racconta, ad esempio, Il caso Potenzoni (Torino, Einaudi 2021, pagine 240, euro 17), il libro in cui Federica Sciarelli (con Francesco Potenzoni) ripercorre la vicenda di Daniele Potenzoni, scomparso nel nulla a Roma nel 2015, dove si era recato per una gita di qualche giorno con il centro diurno frequentato a casa, a Pantigliate, in provincia di Milano. Dando voce a Daniele, il libro rivela anche l’approssimazione che regna attorno alle persone con problemi mentali da parte di chi dovrebbe prendersene cura. Non è tanto il problema dei singoli, ma di un assetto guidato da scorciatoie. Perché, ad esempio, la questione di quanti operatori dovrebbero accompagnare persone incapaci di provvedere a se stesse, rivela molto di come quelle persone vengono considerate: sono numeri o individui fragili desiderosi di relazione?

Relazione che nei decenni passati è stata negata in modo strutturale. Il manicomio infatti era in tutto e per tutto una prigione a cui si era inchiodati a vita, una prigione fatta di pratiche violente, autentiche torture, rapporti disumanizzanti per annientare ogni singolarità. Lo racconta benissimo, tra gli altri, Ci chiamavano matti. Voci dal manicomio (1968-1977) di Anna Maria Bruzzone, ripubblicato a cura di Marica Setaro e Silvia Calamai in una versione arricchita da Il Saggiatore (Milano 2021, pagine 416, euro 29). Un libro che è come uno scrigno: sono pietre preziose ognuna con il suo colore, la sua venatura, la consistenza, il taglio particolare; ognuna indistinguibile nella sua assoluta unicità. Insieme formano un mosaico. Ma che siano preziose te ne accorgi dopo. Inizialmente sembrano solo pietre.

Il volume raccoglie le voci dei “matti” ascoltate a Gorizia e ad Arezzo da Bruzzone (1925-2015), ricercatrice di storia orale, psicologia e storia delle donne, autrice di libri importanti come, solo per citarne alcuni, In guerra senza armi. Storie di donne (1940-1945) (con Anna Bravo, Laterza 2000) e Le donne di Ravensbrück (con Lidia Beccaria Rolfi, nuova edizione Einaudi 2020).

È proprio a Gorizia che, nei primi anni Sessanta, Basaglia inizia a pensare l’impensabile, e cioè a considerare i malati mentali come persone umane. Nella primavera del 1968 la quarantenne Bruzzone arriva in città e per due mesi, ogni giorno, va ad ascoltare le voci dei ricoverati. Partecipa alle riunioni di reparto e, soprattutto, trascorre ore e ore con i degenti, trascrivendo fedelmente le loro parole. Non ci sono domande e risposte come nelle interviste, il colloquio è libero, Bruzzone ascolta, vuole essere solo lo strumento di trasmissione di voci che non hanno voce. Una voce a tratti difficile da ascoltare, tanto è il dolore, la sofferenza, il non senso, l’ingiustizia, la rassegnazione che risulta dai racconti di queste trenta persone.

Meno di dieci anni dopo, nel 1977, Bruzzone fa un’altra esperienza simile, questa volta all’Ospedale neuropsichiatrico di Arezzo, da 6 anni diretto da Agostino Pirella, conosciuto proprio a Gorizia. Da allora la rivoluzione di Basaglia è avanzata, e anche la modalità di raccolta delle fonti orali è cambiata (ad esempio, è possibile anche registrare gli incontri). Le 33 testimonianze aretine (che confluiranno nel 1979 in un libro edito da Einaudi) hanno molto in comune con quelle goriziane, ma ora i pazienti, finalmente definibili in questi termini, raccontano anche il cambiamento — lento, difficile a volte, ma vitale. Perché dalle mura dei manicomi che crollano cercano di uscire persone, vite, parole.

Con queste pagine, Bruzzone traccia un racconto collettivo dell’istituzione manicomiale («un ospedale disgraziato», nelle parole di Filomena), contribuendo a squarciare un silenzio fatto di ombre, contenzioni, sedativi, elettroshock, alimentazioni forzate, privazione della dignità, ricatti psicologici.

Ascoltare queste voci è entrare nel loro dolore; è sentire di potere essere, insieme, la vittima e, con la nostra indifferenza, l’artefice di questa sofferenza che graffia dentro come un’unghia appuntita. Ma leggere queste pagine è anche intravedere la speranza, più o meno flebile, di qualcosa che è possibile, forse, definire «futuro». Lo esprime benissimo Giustina, ricoverata ad Arezzo, che conclude il suo lungo e duro racconto di una vita fatta di umiliazioni e violenze di ogni tipo, confidando a Bruzzone «ma tutte le notti moio e la mattina rinasco».

Accompagnato da Marco Cavallo, l’enorme ronzino di legno e cartapesta alto 4 metri che dal 25 febbraio 1973 è diventato il simbolo dell’abbattimento dei muri tra il manicomio e la società, questo numero di «Quattro Pagine» ascolta quindi le voci di Tommaso Losavio, 82 anni, uno dei protagonisti della riforma psichiatrica in Italia, che (dopo aver spiegato la cruciale differenza tra deistituzionalizzare e deospedalizzare) così chiude l’intervista a Marina Piccone: «Questi anni mi hanno fatto capire che è possibile cambiare ciò che sembrava immutabile, ciò che si era sedimentato in centinaia di anni nella violenza, nella negazione dei diritti, nella cronicizzazione istituzionale. (…) E questo è avvenuto non per magia ma per azioni concrete. Poi, come ha scritto Franco Basaglia, i manicomi, più o meno truccati, possono anche tornare. L’importante è che abbiamo dimostrato che è possibile farne a meno». E proprio a Basaglia è dedicato il romanzo a fumetti di Andrea Laprovitera e Armando Polacco, uscito per i tipi di Becco Giallo, presentato da Nicla Bettazzi. Infine la voce di Hilary Mantel, famosa e pluripremiata scrittrice inglese, che in I fantasmi di una vita, racconta con voce «terribilmente onesta», come scrive Silvia Gusmano, la malattia che l’ha travolta.

Per abbattere i muri, e per cercare di evitare che se ne formino di nuovi, servono luce, cura e parole. Servono a tutti, perché il problema riguarda tutti.

di Giulia Galeotti