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Intervista con padre Scalese per sette anni in Afghanistan come superiore della Missione «sui iuris»

Tra frustrazione e speranza

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12 ottobre 2021

Quelli trascorsi in Afghanistan sono stati sette anni non facili, soprattutto per il rischio di attentati. Ma ora che, dopo l’ascesa al potere dei talebani, è dovuto rientrare in Italia insieme con le suore che svolgevano opera caritativa nella nazione, il barnabita padre Giovanni Scalese, superiore della Missione «sui iuris» in Afghanistan, non perde la speranza: «Se ci fossero le condizioni per un ritorno, sarei pronto a riprendere la missione». Al “parroco di Kabul” è affidata la cura pastorale dei fedeli presenti sul suolo afghano, tutti stranieri, in un Paese che riconosce l’islam come “religione di Stato” e vieta le conversioni religiose. Per motivi di sicurezza, la sua presenza negli ultimi anni è stata confinata nella cappella che sorge all’interno dell’ambasciata italiana a Kabul, secondo l’accordo stipulato cento anni fa tra la Santa Sede e il re Amanullah. Ma la sua attenzione, il suo cuore, i suoi pensieri sono e saranno sempre legati alla nazione, come racconta in questa colloquio con «L’Osservatore Romano».

L’Afghanistan, un Paese che cambia guida politica: quali prospettive, a suo parere, si aprono per la nazione con i talebani al potere e quali sfide per la popolazione?

È difficile fare previsioni in questo momento. I talebani hanno preso il potere da neppure due mesi. Il nuovo governo, a quanto mi risulta, si è riunito appena u na volta. Sono ancora in corso colloqui internazionali e contatti diplomatici sull’Afghanistan. Sembrerebbe di capire, dagli eventi più recenti, che il terrorismo non abbia intenzione di lasciare in pace questo povero Paese. È presto per formulare ipotesi su come evolverà la situazione. Spero che l’Afghanistan possa ritrovare un po’ di tranquillità e di stabilità, condizione essenziale, questa, per una ripresa economica che si rende estremamente necessaria in un Paese che esce da quarant’anni di guerra.

Quali passi spera possa compiere la comunità internazionale? Quale potrebbe essere, a suo parere, il giusto approccio politico verso l’attuale governo afghano?

Personalmente, penso che si debba stabilire un rapporto di rispetto, dialogo e collaborazione, un rapporto improntato a un sano realismo, certamente franco ma scevro di pregiudiziali ideologiche e di atteggiamenti di presunta superiorità morale. Solo nel dialogo e nella cooperazione si potranno far valere alcuni valori non-negoziabili, quali il rispetto dei diritti umani. L’atteggiamento più sbagliato, a mio parere, sarebbe quello di ignorare o, peggio, demonizzare l’Afghanistan, considerandolo uno “Stato canaglia” da punire con l’emarginazione internazionale e le sanzioni economiche. Chi ci rimetterebbe sarebbe solo il popolo afghano, che merita ogni bene e un futuro di pace.

Quali sono i suoi ricordi più belli degli anni trascorsi a Kabul?

Sono stati anni molto difficili: sono più numerosi i ricordi di eventi funesti, come gli attentati, alcuni dei quali rimasti impressi per la loro efferatezza, che non gli eventi piacevoli. Bisogna però dire che, forse proprio perché ci si trovava a vivere in condizioni di estrema precarietà, si sono stabiliti rapporti di forte affiatamento all’interno della comunità cristiana, una comunità molto variegata dal punto di vista etnico e culturale. C’era un profondo afflato spirituale. Un rapporto privilegiato è quello che si è stabilito con le suore cattoliche che svolgevano opera umanitaria, caritativa a servizio dei più poveri, degli emarginati, dei bisognosi.

Cosa l’affascinava del Paese? Com’erano i rapporti con la gente locale, nelle occasioni in cui ne ha avuti?

Purtroppo la delicata situazione politico-militare non mi ha permesso di conoscere a fondo il Paese, che comunque resta nel mio cuore. Anche i rapporti con la gente del luogo si sono praticamente limitati al personale dell’ambasciata. Devo dire che sono stati rapporti sempre improntati al grande rispetto reciproco. Quel che mi ha colpito di più del popolo afghano è la sua fierezza, che non si è mai arresa alle pretese delle grandi potenze che, nel corso della storia, hanno cercato di imporre il loro dominio, e la consapevolezza di affondare le proprie radici in un passato lontano, precedente allo stesso islam.

La fine pro tempore di una missione cattolica in Afghanistan: sue riflessioni, impressioni, pensieri, speranze.

È ovvio che dispiace vedere interrotta la presenza della Chiesa in Afghanistan, anche perché si vorrebbe che essa non fosse condizionata dai mutamenti politici: la Chiesa dovrebbe avere la possibilità di svolgere la sua missione in un determinato Paese a prescindere da chi c’è al governo. In questo momento provo un certo senso di frustrazione, sia per non aver potuto fare molto nei sette anni di permanenza in Afghanistan, sia per la forzata interruzione di quel poco che si stava facendo. Mi conforta, però, quanto scrive il Santo Padre nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale di quest’anno: «Il libro degli Atti degli Apostoli ci insegna a vivere le prove stringendoci a Cristo, per maturare la “convinzione che Dio può agire in qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti” e la certezza che “chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo” (cfr. Giovanni, 15, 5) [Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 279]». Spero che, al più presto, con o senza di me, la Missione possa riprendere la sua attività in condizioni di sicurezza e di libertà.

Può ripercorrere sinteticamente i passaggi fondamentali dei novant’anni di missione barnabitica in Afghanistan?

I primi cinquant’anni sono stati, tutto sommato, abbastanza tranquilli: durante la monarchia, l’Afghanistan, pur essendo un Paese islamico, godeva di una certa stabilità e libertà; il sacerdote poteva muoversi senza problemi, era rispettato e stimato; la comunità cristiana era fiorente, la domenica venivano celebrate diverse sante messe, in varie lingue, si amministravano sacramenti come battesimi, prime comunioni, cresime. I primi problemi iniziarono con lo scoppio della guerra civile (1978) e l’intervento sovietico (1979-1989), a cui seguirono il governo di Najibullah (1989-1992), quello dei mujaheddin (1992-1996) e infine quello dei talebani (1996-2001). Nel 1994 il mio predecessore, padre Giuseppe Moretti, rimase ferito da un razzo che colpì l’ambasciata e fu costretto a rientrare in Italia; vi rimase fino al 2002, quando Papa Giovanni Paolo ii eresse la Missione «sui iuris». Si sperava che questo fosse l’inizio di un nuovo periodo di pace e di stabilità, ma così non fu: la situazione continuò a deteriorarsi fino al crollo definitivo — sostanzialmente incruento, mentre c’era il rischio di una nuova guerra civile — nell’agosto scorso. Una storia illustre con un finale malinconico? Le vie del Signore non sono le nostre vie. Guardiamo questa storia come guidata dalla provvidenza di Dio. In questi novant’anni la missione ha gettato un seme che giungerà a maturazione se, quando e come Dio vorrà. Il 13 ottobre 2017, al termine del centenario delle apparizioni della Vergine a Fátima, abbiamo consacrato al Cuore immacolato di Maria non solo la Missione ma lo stesso Afghanistan. E la storia ci insegna che la consacrazione alla Madonna non è solo un atto di devozione, ma ha spesso risvolti anche a livello geopolitico.

Cosa si può dire, in particolare, della prima stagione di governo dei talebani (1996-2001)? Com’erano le relazioni allora?

Come detto, durante il precedente periodo talebano (1996-2001), padre Moretti non era in Afghanistan, perché rientrato in Italia nel 1994, sebbene la missione fosse comunque viva e presente. Durante quegli anni, l’unica presenza cristiana a Kabul era costituita dalle Piccole Sorelle di Gesù, donne consacrate ispiratesi a Charles de Foucauld, che rimasero nel Paese ininterrottamente fino al 2017 e furono sempre rispettate, come fu rispettata la chiesa dell’ambasciata italiana, che pure era stata chiusa. Ora rimettiamo la nostra missione nelle mani di Dio e viviamo un “tempo di avvento”, nell’attesa che, a Dio piacendo, si possa aprire una nuova pagina di questa avventura missionaria che dura da quasi un secolo.

di Paolo Affatato