· Città del Vaticano ·

Sulla strada dei santi

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09 ottobre 2021

Lo storico Andrea Riccardi ha scelto la metafora dell’incendio che ha devastato la cattedrale di Notre-Dame di Parigi per descrivere la situazione nella quale si trovano cristianesimo e cattolicità nel suo recente La Chiesa brucia?, edito da Laterza. La grafica della copertina trasforma il punto interrogativo nell’estremità di un pastorale, aggiungendo assertività a quella che si proponeva come semplice domanda. Il testo non nega questa forzatura del titolo.

I dati forniti da Riccardi sono duri, come rigorosa risulta la loro interpretazione.

Non ci possono essere dubbi: la Chiesa cattolica, e tutta la cristianità, stanno vivendo una crisi di particolare violenza. Le vocazioni sono diminuite, la partecipazione alle liturgie si è ridotta ai minimi termini, la consapevolezza dell’essere cristiani sembra evaporata nella popolazione di regioni un tempo considerate pienamente conquistate al vangelo; su alcuni temi, in particolare famiglia, sessualità, rapporto con la morte, gli stessi fedeli non riconoscono la giurisdizione decisionale dei loro pastori. Tutto questo induce a utilizzare i termini di scristianizzazione, di laicizzazione della società, di riduzione della Chiesa a una delle tante agenzie che operano nella società contemporanea, appena venata da una colorazione fideistica, di sua irrilevanza.

Non è solo Riccardi ad affrontare il tema. Per l’Italia esiste una inchiesta sociologica diretta da Franco Garelli, realizzata nel 2017 e pubblicata dal Mulino nel 2020 con il titolo allusivo di Gente di poca fede, che certifica la diminuzione costante della percentuale di fedeli, soprattutto nell’area indistinta di quanti si dichiarano cattolici non praticanti, ponendosi in un limbo che si va rapidamente prosciugando. Scristianizzazione, addirittura scomparsa della Chiesa, o comunque sua prossima e decisiva marginalizzazione sono temi affrontati da molti dei testi teologici ed ecclesiologici di recente pubblicazione, come La città post-secolare di Paolo Costa, Rifare i preti di Enrico Brancozzi e La Chiesa e il suo dono di Roberto Repole. In ciascuno di questi libri, la cui elaborazione ha richiesto un tempo notevole, maggiore di quello necessario per produrre una riflessione d’occasione, l’argomento della secolarizzazione è posto in primo piano, fino a essere presentato come “il” tema centrale, non eludibile, la questione da affrontare in questo tempo, pena l’ininfluenza della riflessione, la sua marginalità, la lontananza dalla problematica di fondo.

Cosa sia la secolarizzazione può apparire sfuggente, ma la semplificazione proposta da Charles Taylor nel suo L’età secolare descrive in modo esemplare la percezione da parte dei credenti di ciò che accade. Tre elementi la caratterizzano: la perdita di rilevanza civile e sociale delle religioni, la diminuzione della credenza e della pratica religiosa e infine la transizione da una società in cui la fede era incontestata a una in cui viene considerata un’opzione tra le altre. Taylor tende a considerare alternative le tre modalità descrittive, ma è piuttosto la loro sommatoria a essere esaustiva rispetto all’individuazione del fenomeno dall’interno della Chiesa.

Dal punto di vista filologico, il termine secolarizzazione nasce per indicare il processo di appropriazione dei beni ecclesiastici da parte dello Stato avviato dall’Illuminismo a partire dalla metà del Settecento e culminato con l’incameramento delle proprietà religiose operato dalle repubbliche del cosiddetto socialismo reale. Le premesse agli espropri erano state poste in tutta Europa dalla metà del Settecento, anche l’Italia ne conobbe parecchi, iniziati già prima dell’arrivo dei francesi con Napoleone e proseguiti in modo sempre più vasto al momento dell’unificazione. A ben guardare non si trattava di una novità, quanto di una modalità moderna per affrontare l’antico problema delle investiture, che aveva visto contrapposti Papi, re e imperatori in relazione alla nomina dei vescovi-conti e degli abati di complessi monastici sorti con il sostegno pubblico. L’eliminazione dell’ordine dei templari da parte di Filippo iv di Francia fu dovuta anche a solidi interessi reali e la riforma protestante conobbe l’aspetto economico di ricondurre le proprietà ecclesiastiche nel controllo e nella disponibilità del potere politico locale, in concorrenza con l’autorità pontificia.

Questa considerazione spinge a riflettere sulla correttezza della brillante metafora ideata da Riccardi. È certo vero che la Chiesa brucia, le fiamme si levano alte e divorano retti e solai, inframezzi e addobbi, rischiando di compromettere la stabilità dell’edificio. Ma si tratta di un incendio locale? Forse la metafora più utile sarebbe quella del grande incendio di Chicago del 1871, durante il quale andò distrutta la cattedrale cattolica della città, dedicata a Santa Maria. Guardare solo al fuoco che aggredisce l’edificio religioso spiega però poco di quanto stava succedendo e rischia anzi di indurre l’osservatore a perdere di vista il fenomeno nel suo complesso. Tocqueville avverte che «chi abbia veduto e studiato solo la Francia, non intenderà mai nulla della Rivoluzione francese», come ci ricorda Sabino Cassese nel suo recente Intellettuali, mentre è Riccardi stesso a citare la “desecolarizzazione del mondo” evocata da Peter L. Berger. Parafrasando si potrebbe dire che vedendo e studiando solo la Chiesa non si comprende la secolarizzazione. Si tratta infatti di un fenomeno che trascende i confini della Chiesa ed è bene per lei che sia così: ne conferma l’intima contiguità con il mondo, nel quale è chiamata a vivere, senza appartenergli.

Se ci guardiamo attorno scopriamo senza difficoltà che tutto si è secolarizzato, volendo utilizzare questa parola per definire la generale crisi dell’autorità e di ogni sistema gerarchico esistente. La politica per prima non ha visto una brutale riduzione del proprio seguito, come dimostra il calo degli elettori più ancora che l’indirizzo del loro voto. Le ideologie e i partiti politici organizzati che le sostenevano sono scomparsi. Persino le grandi fabbriche hanno chiuso i battenti e gli spazi da loro occupati hanno cambiato destinazione. Anche la scienza viene guardata con diffidenza, persino quando dà il meglio di sé, come nel caso della creazione e produzione a tempo di record del vaccino contro il covid. L’autorevolezza è un carattere molto raro, che viene comunque attribuito a persone e non a istituzioni. Il concetto di pater familias è appassito per il cambiamento di forma delle famiglie, alle quali mancano i numeri per sostenere figure patriarcali, strette come sono nella loro nuclearità. Il lavoro da remoto, del quale la pandemia ha costretto a fare una pratica allargata, aumenta la solitudine e l’isolamento.

Qualcosa è già cambiato e sta cambiando, non solo nella Chiesa. Non foss’altro che per l’allungamento della speranza di vita per donne e uomini, passata nel mondo dai 46 anni del 1951 ai 72 del 2019, una trasformazione sconvolgente, alla quale la società stenta ad adattarsi. In una recente intervista pubblicata da questo giornale, Giuseppe De Rita, rifacendosi alla teoria di Gioacchino da Fiore, sostiene che «tutto segnala la necessità di un cambio di paradigma perché nell’era dello Spirito non c’è più spazio per una Chiesa “organizzata”». Essa dunque deve cambiare, ma non perché ha perso contatto dalla società, dal mondo, quanto piuttosto perché da queste realtà è trascinata verso il nuovo in quanto ne costituisce una componente integrante e necessaria.

In pochi segnalano una crisi di spiritualità. Nella ricerca del 2017 alla domanda «Lei ritiene di avere una vita spirituale, di coltivare i valori dello spirito?», solo il 17 per cento degli intervistati ha risposto di no, la stessa percentuale che non crede si possa avere «una vita spirituale indipendentemente dal rapporto con una religione organizzata». Del resto la ricerca dice anche che persino la metà dei fedeli convinti e attivi ritiene che si possa essere buoni cattolici anche senza seguire le indicazioni del Papa e dei vescovi nel campo della morale sessuale. La crisi insomma sta nelle regole, nelle gerarchie, nel tentativo di imporre comportamenti, non nel desiderio di un incontro con il trascendente. Inoltre ci sono esempi di nuove forme di ricerca spirituale, o di ricerca tout court, e alla loro radice troviamo molto spesso la Chiesa cattolica, che dimostra così di avere già in sé gli strumenti per effettuare il cambio di paradigma che molti giudicano necessario.

Un esempio per tutti può essere quello dei cammini, che attraversano ormai tutta l’Europa e costituiscono un laboratorio di umanizzazione di estrema importanza. È evidente infatti che alla radice dell’esperienza del viaggiare a piedi, con fatica e sopportando disagi a volte gravi, ci sono il desiderio e la scoperta di un umanesimo per il quale la felicità non sta nel consumo di beni materiali. Il pellegrino ha nello zaino solo lo stretto necessario e la tradizione vuole che la prima attività quando si arriva al termine di una tappa consista nel lavaggio della biancheria.

La storia dell’origine dei pellegrinaggi contemporanei non è nota a tutti e spesso viene confusa con la semplice continuazione della tradizione antica. Invece la devozione consistente nel raggiungere a piedi le reliquie di san Giacomo apostolo a Santiago de Compostela si era spenta completamente fin dai tempi dell’invasione napoleonica del nord della Spagna. Fu don Elías Valiña, parroco di O Cebreiro, a farla rinascere all’inizio degli anni Sessanta. Non si limitò a ideare la freccia gialla, come recita la maggior parte delle guide turistiche. Ricostruì il tracciato, lo segnalò, produsse la prima guida ciclostilata, ideò le credenziali e i timbri da apporvi sopra, organizzò convegni internazionali, convinse i colleghi dei paesini sul percorso a ospitare i pellegrini. Un lavoro enorme che conseguì un successo assoluto. Una cattedrale mediatica, una via che esiste perché viene usata, la cui importanza sta negli uomini e nelle donne che ogni giorno la percorrono. Una gigantesca preghiera collettiva. Già nel 1970 Joseph Ratzinger sosteneva che «il futuro della Chiesa verrà fuori dai nuovi santi». Forse Elías Valiña è uno di loro.

Oggi sono duecentomila i pellegrini che arrivano ogni anno alla Cattedrale di Santiago. Lo fanno per le ragioni più diverse, dalla fede alla noia esistenziale. San Giacomo accoglie tutti i pellegrini che salgono ad abbracciare la sua statua a lato dell’altare, senza chiedere le ragioni della visita. La Chiesa, madre dell’impresa di ricostruire il cammino, lo ha donato al mondo per renderlo più ricco e accogliente. Forse lo sta addirittura sottovalutando. Non esiste un’organizzazione di accompagnamento spirituale dei pellegrini lungo il percorso: le occasioni che esistono sono affidate alla buona volontà di alcuni religiosi e di qualche sacerdote. Eppure è in quel genere di luoghi e occasioni che la temperatura spirituale è più elevata, lì ci si sente circondati dal desiderio, dal bisogno di Chiesa, di accompagnamento nella ricerca.

Un esempio fra i molti possibili. Se ne potrebbero fare altri, nel campo delle attività di misericordia e in quelle contemplative. Sono spiragli, fessure, attraverso le quali gettare uno sguardo sul futuro di una Chiesa diversa da quella di oggi, rinata ancora una volta da se stessa, come tante volte ha dovuto fare nella storia, rimanendo sempre abbracciata all’umanità, dalla quale non può, non vuole, non sa separarsi e della quale condivide ogni temperie. Scriveva Hans Küng: «Se la Chiesa intende rimanere fedele alla propria natura, non può semplicemente conservare il proprio passato, ma deve cambiare proprio perché realtà storica».

di Sergio Valzania