· Città del Vaticano ·

A Bergamo la cerimonia del Premio Carlo Castelli indetto dalla Società San Vincenzo de’ Paoli

Parte dal carcere il contagio della solidarietà

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09 ottobre 2021

«Sì, la vita continua, oggi che si fa sempre più evidente quanto siamo capaci di donarci a chi soffre, oggi che la pandemia ci ha reso migliori, ne sono convinto, andrà tutto bene». Il messaggio di speranza e di conforto nei confronti di chi ha perso i propri cari e ha patito più di tutti il dilagare della pandemia arriva da dove meno te lo aspetti. È contenuto nell’elaborato di Roberto Cavicchia, detenuto a Genova, che ha vinto il Premio Carlo Castelli, il riconoscimento riservato ai detenuti delle carceri italiane indetto dalla Società di San Vincenzo de’ Paoli. Giunto alla sua 14ª edizione quest’anno i volontari hanno scelto come tema «Il contagio della solidarietà vince ogni pandemia e ogni barriera», per sottolineare che, superato lo sconcerto iniziale, i detenuti si sono sentiti coinvolti e partecipi di una “gara di condivisione” dando vita a raccolte di generi alimentari da destinare fuori ai bisognosi, mettendo insieme piccole somme di denaro, aiutando alcuni ospedali ad acquistare materiale indispensabile nel gestire l’emergenza, donando sangue e, non ultimo, mettendosi a produrre mascherine.

Quest’anno la cerimonia conclusiva si è svolta nella Casa Circondariale di Bergamo. Scelta tutt’altro che casuale perché, secondo Teresa Mazzotta, direttrice dell’istituto intitolato a don Fausto Resmini, l’ex cappellano scomparso proprio a causa del covid, «questa terra ha affrontato e vissuto in maniera drammatica il periodo della pandemia, ma i principi solidaristici e di sostegno si sono rilevati anche quando è stata attivata la didattica a distanza grazie ad un corpo insegnante eccezionale, che ha supportato e sostenuto i detenuti, perché educare significa molto di più rispetto al semplice concetto di istruzione. Una solidarietà che fortemente è emersa anche quando un terribile dolore colpiva la comunità penitenziaria bergamasca: il coronavirus si è portato via il nostro amato don Fausto».

«Il richiamo al contagio della solidarietà — ha spiegato il presidente della giuria, Luigi Accattoli — ha provocato i partecipanti al concorso a segnalare similitudini e difformità nella reazione alla pandemia da parte del popolo delle carceri rispetto all’insieme della società, con particolare attenzione ai sentimenti e alle iniziative solidali che la sfida del covid-19 ha suscitato tra i detenuti e verso il mondo esterno».

Quanto al vincitore, il cui testo rievoca il messaggio di incoraggiamento che ciascuno, non solo in carcere, ha fatto proprio, Andrà tutto bene!, ha rivelato, secondo le motivazioni, una notevole abilità compositiva e un realistico equilibrio tra la percezione del dramma collettivo e personale e la speranza che esso, almeno in parte, possa risolversi positivamente. «I segni della montante pandemia e quelli della reazione solidale nel mondo del carcere sono proposti come in filigrana nella narrazione dell’attesa della prima giornata di permesso ottenuta dall’autore, giornata che arriva all’indomani della notizia d’essere stato abbandonato dalla compagna. I colloqui più allusi che narrati con l’avvocato e con il cappellano, che l’attende in macchina fuori del portone del carcere, hanno questa funzione di contemperare il dramma e la speranza».

«Il concorso nasce con il desiderio di dare maggiore attenzione al mondo del carcere ed occasione di libertà al detenuto attraverso la scrittura, perché è importante che la sua voce possa giungere ovunque fuori, dove la vita segue i ritmi di una competizione sfrenata, proiettata ai consumi e al possesso di beni materiali, ma molto poco attenta ai temi della giustizia sociale», ha detto il presidente della Società San Vincenzo de’ Paoli, Antonio Gianfico, presentando il volume che raccoglie gli scritti nel corso del forum pomeridiano al quale hanno preso parte, tra gli altri, il provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria per la Lombardia, Pietro Buffa, il magistrato del Tribunale di Milano, Pietro Caccialanza, la direttrice di «Spazio, diario aperto dalla prigione» (giornale dei detenuti del carcere di Bergamo), Carla Chiappini, il dirigente della polizia penitenziaria, Aldo Scalzo e il presidente vicario del tribunale di sorveglianza di Brescia, Gustavo Nanni.

La Società di San Vincenzo de’ Paoli è un’organizzazione cattolica internazionale laica, fondata a Parigi nel 1833 da un gruppo di studenti universitari guidati dal beato Federico Ozanam e posta sotto il patrocinio di san Vincenzo de’ Paoli, il santo dei poveri, vissuto in Francia nel secolo xvii . Il fine della Società è accompagnare i propri membri in un cammino di fede. Un cammino che individua anche nel covid «un disegno divino per cui sembrava non esserci risposta — scrive Cavicchia — o forse sì, forse la risposta era proprio questa, se la pandemia è stata capace di scuotere le nostre coscienze, le coscienze di coloro che per antonomasia una coscienza non ce l’hanno, cosa poteva fare fuori di qui? Almeno in questo il virus aveva fallito, si erano chiuse le attività, si era costretti alla distanza fisica gli uni dagli altri, ma mai come in questi giorni ci sentivamo vicini, uniti contro il nemico comune».

di Davide Dionisi