· Città del Vaticano ·

La voce del popolo di Dio

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09 ottobre 2021

C’è tutta l’esperienza cristiana della sofferenza nella testimonianza portata in Aula dalla sudafricana Dominique Yon. Coordinatrice della Gioventù cattolica per l’arcidiocesi di Cape Town, fa parte dell’Organismo consultivo internazionale dei giovani. Studentessa liceale, «solo cinque giorni dopo la domenica di Pasqua», Dominique viene ricoverata d’urgenza in ospedale dove scopre di avere il cancro. «Ho dovuto sottopormi alla chemioterapia e ai suoi effetti collaterali per diversi mesi» ha detto in inglese, sottolineando che quell’esperienza le ha dato «una nuova percezione della fede e della missione, grazie alle persone che ho avuto la benedizione di avere accanto». La fede, ha detto, «mi ha rafforzato e ciò non sarebbe stato possibile se non fosse stato per il mio coinvolgimento nella Chiesa». Perciò, ha aggiunto, «voglio dare agli altri la cura e il sostegno che ho avuto il privilegio di ricevere nel momento del bisogno» E, ha concluso, «riadattando le parole di Nelson Mandela — “la visione senza azione è solo un sogno, l’azione senza visione fa solo passare il tempo, e la visione insieme all’azione può cambiare il mondo” — non vedo l’ora di trasformare la nostra Chiesa, insieme».

Attraverso un video suor Donna L. Ciangio, domenicana del New Jersey, negli Stati Uniti d’America, cancelliere donna dell’arcidiocesi di Newark, ha parlato in inglese della propria esperienza di consacrata. «Papa Francesco ci chiede di essere discepoli missionari — ha esordito — e per me ciò significa che il battesimo comporta il compito di portare Cristo a tutti nelle molteplici circostanze della vita. Come religiosa la mia vocazione comprende anche contemplazione, studio, edificare comunità di fede e pregare». Nelle comunità femminili statunitensi si sperimenta la sinodalità, ha assicurato, sottolineando che il modo in cui si prendono decisioni passa attraverso «raccolta di informazioni, studio, contemplazione, discernimento dello spirito Santo» al fine di giungere a scelte condivise.

«Ho ricevuto il battesimo nella vigilia del Natale del 1966. Avevo 16 anni. Ero il primo cristiano nella mia famiglia». Così l’arcivescovo coreano Lazarus You Heung-sik, prefetto della Congregazione per il clero, ha iniziato la sua testimonianza in italiano. «Sono nato in una famiglia senza fede religiosa» ha confidato, raccontando: «Ho fatto le medie e il liceo in una scuola cattolica, che portava il nome del nostro martire Andrea Kim Taegon. Egli è stato il primo sacerdote coreano e ha dato la vita per gli altri. La sua testimonianza mi ha attirato». Il successivo ingresso nel seminario maggiore di Seoul non è stato facile, «perché — ha spiegato — nessuno nella mia famiglia capiva questa decisione». Dopo tre anni, l’esperienza della «forza della testimonianza» durante il servizio militare: «a poco a poco centinaia di miei compagni si sono fatti battezzare». Nei suoi 41 anni trascorsi come sacerdote e poi come vescovo — ha spiegato — «mi ha sempre interpellato l’esempio di Gesù nella lavanda dei piedi. E più ancora la sua offerta in croce». Questo, ha continuato, «mi ha fatto capire che vivere il sacerdozio in pienezza significa dare la vita per gli altri, mettersi al servizio, essere un uomo del dialogo e della comunione». Ed essere Chiesa sinodale «significa vivere e camminare come famiglia, in ascolto del grido dell’umanità, al servizio degli esclusi... Io mi attendo dal cammino sinodale — ha concluso — che impariamo sempre più a vivere come fratelli e sorelle, ascoltandoci a vicenda e ascoltando lo Spirito, sapendo cogliere e far crescere tutto il bene che si trova nell’umanità. Vivere come Chiesa sinodale non sarà un cammino senza fatica, ma significa aprire le porte allo Spirito per una nuova Pentecoste».

Quale differenza può fare una Chiesa sinodale per le famiglie cristiane? È l’interrogativo a cui ha cercato di dare una risposta l’arcidiocesi australiana di Brisbane attraverso un video in lingua inglese che è stato proiettato nell’Aula. Prendendo la parola l’arcivescovo Mark Coleridge ha rimarcato: «Siamo tutti insieme sulla strada, questo significa sinodo; pellegrini insieme, tutti quanti i battezzati, che si ascoltano l’uno con l’altro e ascoltano la voce di Dio. E questo è importante perché non c’è altra strada», ha commentato mentre scorrevano immagini di vita famigliare.

Quindi hanno preso la parola Toni Janke, madre di due figlie grandi, Eric Robinson, padre di famiglia che ha tre bimbi piccoli, Teresa McGrath, madre di due, Cosme Cham, padre di uno, e Chantale Wilsom che di figli ne ha quattro: tutti concordi nel dire che la «Chiesa deve restare sinodale se vuol rimanere rilevante» nella vita sociale.

Il sacerdote brasiliano Zenildo Lima Da Silva, rettore di seminario a Manaus, ha poi raccontato attraverso un filmato la propria esperienza vocazionale in seno a una famiglia non cattolica e il proprio impegno ministeriale, soprattutto tra gli indigeni e i giovani delle periferie. Accoglienza, difesa della giustizia e della solidarietà contraddistinguono il suo stile presbiterale, che egli esercita in una modalità basata sul dinamismo di comunione, partecipazione e missione. Ricordando i missionari italiani della Consolata e il loro lavoro di evangelizzazione, ha evidenziato il valore dell’esperienza del recente Sinodo dedicato all’Amazzonia e ha rimarcato l’importanza della sinodalità come criterio guida anche nell’attuale servizio come formatore di candidati al ministero ordinato. «Serve una Chiesa in uscita — ha concluso — con un governo basato sulla partecipazione e non sulla verticalità».

Infine è intervenuto in francese frère Aloïs, priore della Comunità di Taizé. «Questo processo sinodale giunge in un momento cruciale in cui assistiamo a due sviluppi contraddittori», ha detto. «Da un lato — ha spiegato — l’umanità è più chiaramente consapevole che siamo tutti legati gli uni agli altri e legati a tutta la creazione. Dall’altro, le polarizzazioni si stanno aggravando a livello sociale, politico, etico, e provocano nuove fratture nelle società, tra i paesi, e anche all’interno delle famiglie». Purtroppo, ha continuato, «tra le nostre Chiese e all’interno delle nostre Chiese, anche le differenze tendono a diventare polarizzazioni divisive, mentre la nostra testimonianza di pace sarebbe vitale». Insomma, come far avanzare l’unità dei cristiani? Di recente, ha raccontato, «ho posto la domanda al pastore Larry Miller, ex segretario generale del Forum cristiano mondiale. Egli ha risposto che non va bene iniziare dicendo: “Ecco chi siamo e perché abbiamo ragione”. Si tratta piuttosto di riconoscere le debolezze e chiedere alle altre Chiese di aiutarci a ricevere ciò che manca: è l’ecumenismo ricettivo, che permette di accogliere ciò che viene dagli altri». Questo pastore «vede giusto. Tutti — ha insistito frère Aloïs — portiamo il tesoro di Cristo in vasi di creta, e forse risplende ancora di più quando riconosciamo umilmente ciò che ci manca». A questo proposito, il priore di Taizé, ha voluto condividere «un sogno: sarebbe possibile che un giorno, durante il processo sinodale, non solo i delegati, ma il popolo di Dio, non solo i cattolici ma i credenti delle varie Chiese, venissero invitati a un grande raduno ecumenico?». Incoraggiato dall’esperienza di Taizé, il priore ha proposto che «un simile raduno a Roma e contemporaneamente altrove nel mondo», potrebbe avere «al centro una sobria celebrazione dell’ascolto della Parola di Dio, con un lungo momento di silenzio e un’intercessione per la pace. I giovani potrebbero esserne gli animatori? Una tale celebrazione potrebbe essere prolungata in scambi interconfessionali? Scopriremmo che essendo uniti in Cristo diventiamo operatori di pace».