· Città del Vaticano ·

Garantire la verità nella libertà

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09 ottobre 2021

Cari fratelli e sorelle che qui manifestate la varietà dei doni e carismi, dei ministeri e delle vocazioni di cui è ricco l’unico popolo santo di Dio.

Al segretario generale del Sinodo dei vescovi tocca il compito di concludere questa prima sessione di lavori, così intensa. Cosa dire dopo le parole del Santo Padre, dopo l’invito all’ascolto da parte del cardinale Hollerich, relatore della xvi assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi, dopo le testimonianze che ci sono state offerte? Chiudere un incontro comporta sempre la responsabilità di fornire almeno un primo bilancio di quanto si è fatto. Mi pare giusto e doveroso, all’inizio del processo sinodale, dare un resoconto di quanto è stato fatto finora, e allargare poi lo sguardo su quanto ci rimane da fare, per garantire che l’itinerario sinodale sia fino in fondo una esperienza di quel «camminare insieme» del popolo santo di Dio, che costituisce l’esercizio più bello di una Chiesa sinodale.

Tante volte sono già risuonate le parole «Sinodo» e «processo sinodale». Una prima precisazione è d’obbligo: il fatto che parliamo di «apertura del processo sinodale della xvi assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi» non significa ridurre la prima fase a una preparazione previa di questo processo. Forse qualcuno potrà intendere in questo modo la formulazione dell’esortazione apostolica Episcopalis communio, dove si parla di «fase preparatoria», ma la Segreteria del Sinodo, sostenuta dal parere concorde di tanti esperti, intende la prima fase come parte integrante del processo sinodale. D’altra parte, è la dottrina stessa a determinare tale conclusione: se la sinodalità è dimensione costitutiva della Chiesa - popolo di Dio, come potrebbe darsi processo sinodale senza il soggetto primo della sinodalità? E se la Chiesa sinodale «è una Chiesa dell’ascolto», come potrebbe darsi esercizio pieno della sinodalità senza l’ascolto del popolo santo di Dio? Inoltre la prima fase abbraccia anche il discernimento da parte dei pastori nelle Conferenze episcopali nazionali e continentali. Come potremmo intendere tutto questo processo come una fase meramente previa, che qualcuno vorrebbe ridurre a fase decorativa e non necessaria? Ribadisco perciò che le tre fasi sono integranti del processo sinodale e che la xvi assemblea generale ordinaria del Sinodo inizia il 10 ottobre 2021, con la solenne celebrazione eucaristica in San Pietro presieduta dal vescovo di Roma, «visibile principio e fondamento di unità» di tutta la Chiesa.

Se poi fissiamo la nostra attenzione al lungo processo sinodale che ci attende, il primo pensiero è di gratitudine. Gratitudine a Dio che ci chiama a «camminare insieme». Ma anche gratitudine verso i tanti che hanno reso possibile questo avvio con il loro lavoro. La Chiesa è oggi in grado di iniziare il cammino che lo Spirito le va aprendo, perché molti — Consiglio del Sinodo dei vescovi, officiali, consultori, esperti delle quattro Commissioni, insieme con me e con suor Nathalie e monsignor Marín — hanno creato tutte le condizioni necessarie per rendere possibile l’avvio della prima fase del cammino. Quando guardiamo alla Chiesa come popolo di Dio che si mette in cammino, possiamo accostarla a Israele che cammina nel deserto verso la terra promessa. Il concilio istituisce questo parallelismo: «Come già Israele in cammino nel deserto era chiamato Chiesa, così pure il nuovo Israele che avanza nel tempo presente alla ricerca della città futura e stabile, si chiama Chiesa di Cristo» (Lg 9). Alla gioia di vedere la Chiesa che non solo recepisce la dottrina conciliare sulla Chiesa come popolo di Dio, ma si dispone a vivere il dinamismo che la qualifica dal di dentro — essere il popolo di Dio che cammina verso il compimento del Regno —, si accompagna il grazie per quanti hanno esplorato e misurato il terreno, fin dove hanno potuto e come permetteva la loro conoscenza ed esperienza, per posizionare cartelli indicatori che aiutassero il popolo di Dio a orientarsi nel cammino. Il Documento preparatorio e il Vademecum sono questa segnaletica discreta ma chiara, che vuole aiutare la «Chiesa di Dio convocata in Sinodo» nella prima fase del processo sinodale.

L’esempio mi porta ad offrire un’ulteriore precisazione: in nessun modo il Documento preparatorio e il Vademecum vogliono precostituire le condizioni del cammino o dettare la strada, obbligando la Chiesa a un percorso stabilito in anticipo. Per questo ho parlato di segnaletica, non di strada. Una volta costruita, la strada obbliga il cammino di chi la percorre. Se questa fosse stata la nostra intenzione, avremmo preteso di obbligare lo Spirito, il quale invece guida la Chiesa come vuole. Siamo noi a dover obbedire allo Spirito, non viceversa. E se ci lasciamo condurre dallo Spirito, possiamo, come dice la Lettera agli Ebrei, «fare strade dritte ai nostri passi» (cfr. Eb 12, 13). Più che costruire una strada, abbiamo riscoperto sentieri, itinerari, o per me che sono uomo di mare, le rotte che già la Chiesa ha percorso lungo i secoli come ci attesta la Tradizione. La sinodalità non la inventiamo noi: è un dono e una dimensione della Chiesa - popolo di Dio che lo Spirito ci fa riscoprire e sperimentare. Uno stile e una forma che era abituale nella Chiesa dei Padri e che — lo abbiamo sottolineato nel Documento preparatorio — il concilio Vaticano ii ci ha riconsegnato. Il cammino oggi intrapreso può essere il segno che siamo convinti — finalmente — che la Chiesa è definita dalla sua tensione verso il Regno. Questa tensione la costituisce come popolo in cammino. Solo questa certezza può motivare e sostenere la scelta del processo sinodale anche quando emergeranno difficoltà e stanchezze. Oggi ci basta vivere la gioia di essere parte del popolo di Dio in cammino, ciascuno mettendo a servizio degli altri i doni, i carismi, i ministeri, le funzioni che lo Spirito ha distribuito con abbondanza tra quanti siamo qui, grati di condividere l’impegno di questa prima tappa della dinamica sinodale.

Ma il lavoro è appena iniziato! Alla gioia per il cammino che si avvia si accompagna il senso di responsabilità per le tappe che ci attendono: quella celebrativa, con l’assemblea dell’ottobre 2023, e quella successiva, che Episcopalis communio chiama attuativa. Due tappe assai diverse, non solo per le modalità di svolgimento, ma per la riflessione che le accompagna e le sostiene. La fase celebrativa può giovarsi dell’esperienza di tante assemblee sinodali: ordinarie, straordinarie, speciali; la fase attuativa, che forse già possiamo immaginare come fase della recezione, non va molto al di là di una prima formulazione terminologica. Su queste fasi mi permetto due rilievi, che mostrano la grande cura con cui dobbiamo garantire la verità del processo sinodale, per non pregiudicarne la libertà di svolgimento.

Perché il processo sinodale sia vero; perché, in altre parole, non ci siano — o si riducano al minimo — i rischi di precostituire un risultato, bisogna garantire la libertà non solo nello Spirito, ma dello Spirito. È lo Spirito Santo il primo soggetto della sinodalità. La Chiesa è sinodale perché lo Spirito di Cristo guida la Chiesa nel suo cammino verso la Patria. La Chiesa è sinodale, perché quanti camminano — il popolo santo di Dio — obbediscono allo Spirito che li guida. La forma e lo stile sinodale della Chiesa scaturiscono da questo ascolto dello Spirito che passa attraverso l’ascolto reciproco di tutti: la totalità dei battezzati, la totalità dei pastori al servizio del popolo di Dio, il vescovo di Roma come principio di unità che rende possibile l’esercizio della sinodalità a tutti i livelli della Chiesa. Assolutamente ha ragione il cardinale Kasper quando recentemente mi ha fatto questa osservazione: «Il modo spirituale nel quale il Santo Padre intende la sinodalità è spiritualmente molto esigente»!

In questa dinamica ecclesiale si innesta facilmente la tentazione di risolvere l’ascolto attraverso le dinamiche democratiche; soprattutto di conferire al voto un valore che rischia di trasformare l’assemblea sinodale in un parlamento, introducendo nella Chiesa le logiche della maggioranza e della minoranza. Per quanto sia consapevole che anche in concilio il consenso dell’aula è misurato dal voto, mi chiedo e vi chiedo se non dobbiamo riflettere su questo punto, per trovare altre soluzioni per verificare il consenso. Molto spesso incontrando le assemblee ecclesiali ed altri gruppi siamo interpellati sulla questione del voto! È così impossibile immaginare, ad esempio, di ricorrere al voto sul Documento finale e sui suoi numeri singoli solo quando il consenso non sia certo? Non basta prevedere obiezioni motivate al testo, magari firmate da un numero congruo di membri dell’assemblea, risolte con un supplemento di confronto, e ricorrere al voto come istanza ultima e non desiderata? Mi limito a queste poche domande, non per dare una soluzione, ma per segnalare un problema su cui dobbiamo attentamente riflettere.

Un solo punto anche sulla fase di recezione. Sappiamo che la recezione è il processo attraverso cui le decisioni di un concilio — in questo caso potremmo dire di un sinodo — vengono recepite e assimilate nel vissuto della Chiesa nella sua più vasta articolazione. Mi chiedo: se invece di terminare l’assemblea consegnando al Santo Padre il documento finale, facessimo un altro passaggio, quello di restituire le conclusioni dell’assemblea sinodale alle Chiese particolari dalle quali è iniziato tutto il processo sinodale? In questo caso il documento finale arriverebbe al vescovo di Roma, che da sempre e da tutti è riconosciuto come colui che emana i decreti stabiliti dai concili e dei sinodi, già accompagnato dal consenso di tutte le Chiese. Peraltro il consenso sul documento potrebbe non limitarsi solamente al placet del vescovo, ma estendersi anche al popolo di Dio da lui nuovamente convocato per chiudere il processo sinodale aperto il 17 ottobre 2021. In questo caso il vescovo di Roma, principio di unità di tutti i battezzati e di tutti i vescovi, riceverebbe un documento che manifesta insieme il consenso del popolo di Dio e del collegio dei Vescovi: si darebbe il caso di un atto di manifestazione del sensus omnium fidelium, che sarebbe al contempo anche un atto di magistero dei vescovi sparsi per il mondo in comunione con il Papa.

I due esempi che ho menzionato sono suggerimenti per stimolare la riflessione e ci dicono quanto lavoro di approfondimento interdisciplinare e discernimento ci aspetta ancora. Già i giorni prossimi saranno occasione di confrontarci, tutti insieme e nelle diverse commissioni, per immaginare un processo sinodale veramente aperto allo Spirito. Ci sostiene in questa opera l’incoraggiamento del Santo Padre, più volte rivolto alla Segreteria del Sinodo, di «andare avanti»! Ci sostiene la convinzione che «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Ci sostiene e ci conforta la certezza che il nostro servizio contribuisce al cammino della Chiesa. Ma dobbiamo fare le cose con ordine: ora ci aspetta il compito di riflettere sul tema che ci siamo assegnati per i gruppi di studio: Come accompagnare le diocesi nella prima fase sinodale? Buon lavoro.

di Mario Grech