· Città del Vaticano ·

Un laboratorio di futuro

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08 ottobre 2021

Un’Accademia deve essere un vero e proprio «laboratorio culturale», un luogo dove s’indaga il passato per costruire il presente. E per ritrovare le basi di un dialogo che superi anche divisioni e conflitti. Che costruisca ponti. Tanto più necessari oggi, dopo oltre un anno e mezzo di isolamento imposto dalla pandemia. A qualche settimana dalla sua nomina a presidente della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, Maurizio Sannibale traccia così i punti cardinali della strada che intende percorrere.

Come si sente di fronte a questo nuovo incarico?

È importante entrare in un ruolo esaminando il proprio sentire, con la normalità dell’essere persona; è ancora viva in me l’emozione per essere stato chiamato da Papa Francesco a presiedere questa Accademia di illustre tradizione. Non potendo qui ricordare tutte le figure che si sono avvicendate nei suoi 211 anni di storia, vorrei almeno rivolgere un sentito ringraziamento al presidente emerito Marco Buonocore per i suoi dieci anni di autorevole mandato, al quale succedo in ideale e sostanziale continuità, nonché a Paolo Liverani che al contempo ha rivestito l’importante carica di Segretario. Con gratitudine mi preparo ad affrontare questa nuova responsabilità a servizio della Santa Sede, dei soci dell’Accademia che mi onoro di rappresentare e di tutta la comunità degli studiosi. Sono comunque consapevole che questo innegabile coronamento di un percorso umano e professionale rappresenta l’inizio di un nuovo viaggio, in cui vorrei come compagnia la curiosità dell’intelletto e la serenità che tutto anima e armonizza.

Quali progetti vuole realizzare durante il suo mandato?

Le linee guida della progettualità futura sono già in nuce nei fini statutari dell’Accademia che opera «per il progresso del sapere e lo sviluppo della cultura». Ce n’è già abbastanza per dare senso a una vita intera. Sarà sicuramente necessario assicurare continuità e impulso alla sua attività corrente che prevede un nutrito calendario di conferenze, pubblicazioni e la promozione di ricerche e studi, ovviamente nel campo dell’archeologia, della storia dell’arte antica e medievale, senza dimenticare il privilegiato e storico riferimento ai monumenti archeologici e artistici della Santa Sede. Naturalmente un’accademia non è un’azienda, il suo metodo di lavoro e la sua risorsa è la collegialità, il suo bilancio è soprattutto morale e immateriale che non manca tuttavia di avere le sue concrete ripercussioni. In questo lungo periodo condizionato dalla pandemia, l’attività ha sofferto per la mancanza di occasioni pubbliche, di incontri diretti. Nonostante tutto l’attività scientifica ed editoriale non è mai venuta meno, proprio per un dovere morale: alla parola scritta è stata affidata la memoria di quanto non è stato possibile esporre pubblicamente e il frutto degli studi comunque condotti in questi anni difficili. Auspico quanto prima una ripresa e un rilancio dell’attività, incluse anche le relazioni con altre istituzioni affini, attività che non può prescindere dai rapporti interpersonali, dallo scambio dialettico ed empatico, sia all’esterno che all’interno dell’Accademia.

Come potrebbe la prestigiosa accademia che dirige essere più in relazione con la società?

In realtà l’Accademia è già pienamente nella società e con essa interagisce. Come avviene per altri settori, la ricerca pura e applicata è presente nella vita quotidiana anche quando non ce ne rendiamo conto. Quando visitiamo un museo, leggiamo un libro, andiamo a scuola o all’università raccogliamo il frutto del lavoro di generazioni. Non dobbiamo pensare all’archeologia come a un eccentrico passatempo per ricchi, né tantomeno alla nostra Accademia come a una entità distaccata dal mondo e adagiata sugli allori di una illustre e lunga tradizione. Il sapere è destinato comunque a diffondersi e a costituire una sorta di lievito per la crescita della società. L’archeologia si è costruita come metodo e come disciplina autonoma volta alla ricostruzione della storia, con approccio empirico e critico. Quello dell’archeologo è divenuto un mestiere al servizio della società, che opera nella tutela del patrimonio culturale, nella ricerca, nell’insegnamento. Per il grande pubblico, anche se distante dal lavoro specialistico, resta tuttavia il fascino esercitato da una disciplina che interroga la terra per ricostruire storie, dalla vita quotidiana ai grandi eventi. Sia che si guardi all’alba dell’umanità o alle grandi civiltà del passato, ai luoghi biblici o al primo cristianesimo, all’arte paleolitica o a Fidia, al centro ritroviamo sempre l’uomo. È questo il punto focale e la specificità, oserei dire la responsabilità della ricerca archeologica. Ognuno svolge ovviamente il proprio lavoro. La ricerca specialistica non può surrogare le funzioni educative del sistema scolastico, ma ovviamente fornisce la materia prima per i contenuti. È comunque fondamentale comunicare e divulgare le finalità e i risultati del proprio operato e lei oggi me ne offre una preziosa opportunità. Naturalmente chiunque può partecipare alle nostre adunanze pubbliche, che spero riprendano presto. Non ultimo mi piace cogliere l’alto valore di questa istituzione della Santa Sede, quale luogo di dialogo e incontro con una proiezione ampia e internazionale.

Si è laureato alla Sapienza con Giovanni Colonna, discepolo di Massimo Pallottino, il primo docente di etruscologia all’ateneo romano. Qual è l’insegnamento più prezioso che ha ricevuto e che cosa direbbe a un ragazzo che oggi volesse diventare etruscologo?

Quello che ho appreso ha una validità estesa e non vorrei sembrare ovvio. Mi limiterei ad accennare al rigore e al metodo nel condurre una ricerca, ai dati che vanno separati dall’interpretazione e dall’ipotesi, l’ipotesi che si esaurisce al primo stadio e non diviene dato. Aggiungerei poi la prospettiva storica da associare al dato, la visione d’insieme con un approccio multidisciplinare e l’ingaggio delle scienze naturali. Non si tratta ovviamente di un primato dell’Etruscologia, o almeno non più, tuttavia la materia si presta dato che contempla almeno il primo millennio avanti Cristo, spaziando dalla protostoria al tardo ellenismo. Di fatto ha mutuato il proprio metodo sia dalle scienze preistoriche sia dall’archeologia classica. Da Pallottino ci viene una grande lezione: pur essendo uno specialista non è mai stato monotematico, ma sempre presente nel dibattito culturale e nella società, con una proiezione internazionale; sua, tra le altre, la direzione dell’Enciclopedia universale dell’arte. Una volta affermò che «la scienza può riconoscere ancora una volta il suo debito alla poesia»: direi che è abbastanza per colorare di vita anche la più grigia delle ricerche. Quello dell’archeologo non è un mestiere qualunque: richiede un forte motivazione e costanza. Mi auguro ci siano sempre giovani brillanti e generosi disposti a intraprendere questo percorso.

È autore di molte pubblicazioni e i suoi lavori sembrano seguire il fil rouge degli intrecci tra i Paesi del Mediterraneo. Come può contribuire l’Accademia a costruire ponti?

Che il Mediterraneo rappresenti un’area di circolazione, di contatto e di conflitto, come pure un’area culturale multipolare e condivisa è un dato di fatto, sia guardando al mondo antico, sia vivendo la drammaticità degli eventi contemporanei. Questo mare che ha unito e non separato ha comunque rappresentato la vita e la morte, l’incontro e la guerra, il viaggio e il ritorno, basti solo pensare ai poemi omerici. Limitandosi al mondo dell’archeologia, la condivisione della conoscenza, l’amore per l’oggetto stesso della ricerca, i rapporti tra studiosi e istituzioni hanno sempre permesso di gettare ponti, di superare le divisioni e i rancori, come è avvenuto all’indomani di guerre devastanti nella nostra Europa. La cultura è sempre stata un precursore e un veicolo della diplomazia, rappresentando una zona franca. Lo status particolare di questa Accademia, storicamente insediata a Roma e incardinata nella cultura europea, aperta al mondo come istituzione della Santa Sede, può offrire in tal senso un sostanziale contributo.

È tempo di costruire una cultura di pace. Anche studiando archeologia è possibile?

Ritengo che gli studi umanistici nella nostra cultura, basata sulla storia e sulla memoria sia nei valori civili sia nella dimensione etica e religiosa, restino centrali nella formazione della coscienza dell’individuo e della società. Sostanzialmente bisogna conoscere da dove si viene per vivere il presente e immaginare i passi futuri. Conosciamo le aberrazioni e le sofferenze prodotte da chi la storia ha voluto riscriverla o addirittura cancellarla. Attraverso l’archeologia si può costruire una cultura di pace, rendendoci empiricamente consapevoli delle comuni radici e del comune destino della famiglia umana, la cui storia è patrimonio universale. Tuttavia l’archeologia non è una scienza neutra e può generare anche il contrario. Le bombe piovute sulle civili e inviolabili città dell’Europa sono state anche l’esito imprevedibile di scritti scellerati, di un uso distorto della storia. La cultura umanistica, nonostante venga dichiarata ripetutamente in declino, può ancora contribuire al nostro bisogno di umanità, soprattutto quando questa sembra venir meno. Non viviamo tempi banali.

di Rossella Fabiani