· Città del Vaticano ·

L’immagine del mondo come dovrebbe essere

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08 ottobre 2021

Con la croce pettorale donatagli dal patriarca ecumenico di Costantinopoli — indossata anche nei giorni scorsi in onore del fratello Bartolomeo — Francesco è arrivato al Colosseo, alle ore 16.15 di giovedì 7 ottobre, dove è stato accolto da Marco Impagliazzo e Andrea Riccardi, presidente e fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Il Papa ha quindi scambiato un abbraccio con Karekin ii , patriarca supremo e catholicos di tutti gli armeni. E insieme con lui e con Bartolomeo ha percorso a piedi il breve tratto di strada per arrivare al palco per l’incontro di preghiera tra i cristiani, con la partecipazione del vescovo evangelico-luterano Heinrich Bedford-Strohm, presidente della Chiesa evangelica di Germania. E anche dell’arcivescovo Ian Ernest, direttore del Centro anglicano di Roma, e della pastora Mirella Manocchio, presidente dell’Opera delle Chiese metodiste in Italia.

Dopo il segno della croce, Bartolomeo ha invitato a pregare per «il dono della pace che viene da Dio», perché «siano vinti ogni odio e ogni violenza», perché «l’umanità sia guarita dalla pandemia e l’intero creato possa vedere l’alba di un nuovo giorno».

È stato proclamato il passo del Vangelo di Giovanni 14, 26-27 — «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» — a cui è seguita l’omelia di Karekin ii che ha fatto presente come la vera pace non sia mai il risultato di una vittoria militare, ma un dono che implica il superamento delle cause della guerra e l’autentica riconciliazione tra i popoli.

Il Padre nostro
e il segno della pace

Si è quindi pregato il Signore perché «la terra sia libera da guerra e violenza», perché doni ai cristiani «la forza umile del Vangelo» per essere «tenaci operatori di pace». E anche per i profughi, i prigionieri, i malati e anche «per chi governa le nazioni». Francesco ha quindi elevato la supplica.

Il Padre nostro, il segno della pace e la benedizione impartita da Bartolomeo, dal vescovo Bedford-Strohm e dal Papa hanno concluso il momento di preghiera dei cristiani.

Sempre insieme, i cristiani hanno camminato per raggiungere il vicino palco dove ad attenderli c’erano i rappresentanti delle altre religioni. In un clima di fraternità.

In particolare, Ahmad Al-Tayyeb, Grande imam di Al Ahzar; Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza dei rabbini europei; Shoten Minegishi, rappresentante del buddismo soto zen; Sayyed Abu al-Qasim al-Dibaji, dell’organizzazione mondiale Pan-Islamic Jurisprudence (Kuwait); la scrittrice Edith Bruck, testimone della shoah; Lakshmi Vyas, presidentessa dello Hindu Forum of Europe; Jaswant Singh, del Consiglio di presidenza del Gurdwara Shri Kalgidhar Sahib (sikh).

Ha quindi preso la parola Andrea Riccardi per ricordare che «siamo all’appuntamento di un mondo nuovo, decisi a far tesoro della lezione sofferta della storia delle donne e degli uomini, decisi a costruirlo con tutti, specie i poveri e i giovani».

Gesti e testimonianze

È stata poi la volta di Angela Merkel, cancelliere della Repubblica Federale di Germania, a capo di un Paese che, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, ha posto a fondamento della Costituzione «il rispetto della dignità dell’uomo». Invitando a insistere nel lavoro per la pace e a non abituarsi alle immagini che ci giungono quotidianamente dalle regioni in crisi, anche se lontane.

Il Grande imam Al-Tayyeb ha fatto presente che la crisi causata dalla pandemia «ha messo a nudo una povertà estrema a livello del dovere della coscienza e della responsabilità, e il mondo ha subito una sconfitta nonostante gli sforzi profusi dalle istituzioni religiose per favorire un approccio di collaborazione e lo scambio dei beni, dando precedenza all’interesse pubblico rispetto agli interessi privati». E ha affermato che «non vi è alternativa o mezzo se non la preghiera e le invocazioni con un cuore puro e un comportamento retto».

Quindi Goldschmidt, che è stato rabbino capo a Mosca, ha osservato che per poter arrivare alla pace «dobbiamo cambiare e lottare insieme dal profondo del nostro cuore con tutte le nostre differenze, con tutte le nostre distintive narrative religiose e nazionali, con le nostre storie, con i nostri ricordi di glorie e disastri». E Papa Francesco ha poi pronunciato il suo discorso.

Ricordando
le vittime di tutte le guerre

Sugli schermi allestiti intorno al palco sono state mostrate alcune incalzanti immagini per raccontare «il dolore del mondo» e ricordare le vittime di tutte le guerre.

L’Appello di pace (il testo è pubblicato in queste pagine) è stato significativamente letto da una giovane afghana, Sabera Ahmadi, vestita con gli abiti tradizionali della sua terra. Infine, con un semplice gesto che apre alla speranza, il Papa e tutti i leader religiosi sul palco hanno consegnato personalmente il testo dell’Appello ai bambini, «perché raggiunga tutti popoli». E i bambini, a loro volta, lo hanno consegnato simbolicamente ai presenti.

Hanno partecipato alcuni cardinali, tra cui il decano del collegio Giovanni Battista Re; gli arcivescovi Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, e Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati; e numerosi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede. Tra gli altri presenti, il ministro degli Interni del governo italiano, Luciana Lamorgese, e numerosi rappresentanti delle diverse religioni, impegnati nel dialogo e nelle azioni di pace.

Il segno della pace «come fratelli e sorelle dell’unica famiglia umana» ha concluso l’incontro. Ma, in realtà, lo ha rilanciato, come ha affermato il patriarca Bartolomeo, «al termine di questi giorni di dialogo, di incontro e preghiera per la pace — benedetti dal Signore che è il Dio della pace — prima di tornare alle nostre città e ai nostri Paesi».