· Città del Vaticano ·

Intervista ad Ahmad Muhammad Al Tayyeb, Grande Imam di Al Azhar

«Fratelli tutti» enciclica anche per i musulmani

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08 ottobre 2021

«Ciascuno di noi ha scoperto una grande sintonia spirituale e di pensiero nei confronti delle crisi che affliggono l’uomo contemporaneo...». Ahmad Muhammad Al Tayyeb, Grande Imam di Al Azhar, nei giorni della sua presenza a Roma per partecipare ad alcuni importanti eventi accanto a Papa Francesco e ad altri leader religiosi, ha fatto visita agli studi di Radio Vaticana - Vatican News e ha risposto ad alcune domande sul suo rapporto con il Pontefice, a un anno dalla pubblicazione dell’enciclica Fratelli tutti.

Innanzitutto può raccontarci come è nata e si è sviluppata l’amicizia con Papa Francesco? Che cosa significa per Lei questa amicizia?

Le origini si possono ritrovare all’inizio del rapporto dell’islam con il cristianesimo, quando il profeta Maometto inviò in Abissinia, dove regnava il re cristiano Negus, i suoi compagni e seguaci oppressi e poveri che avevano subito crudeli torture da parte dei pagani alla Mecca. Questo re accolse i musulmani, garantendo loro rifugio e protezione, ed essi ritornarono nella penisola araba solo dopo che la società musulmana aveva acquisito forza. Così fu difficile, se non impossibile, che essi subissero torture o abbandonassero la loro religione. Questo rapporto fra il cristianesimo e l’islam è continuato per dieci secoli, con alti e bassi, ma anche nei momenti più bui, come le guerre e i conflitti armati, c’è stato dialogo. La filosofia medievale è ricca di questo patrimonio. Nell’epoca attuale è stata istituita ad Al Azhar una commissione per il dialogo con la Santa Sede, che ha continuato a riunirsi un anno qui in Vaticano e poi l’anno successivo ad Al Azhar. L’attività di questa commissione si è interrotta per un periodo di sei o sette anni circa, per ricominciare di nuovo dopo l’elezione del caro fratello Papa Francesco. Al Azhar ha preso l’iniziativa di congratularsi con lui e abbiamo ricevuto una bella risposta da Francesco. Una risposta che ci ha incoraggiato ad iniziare di nuovo un rapporto. E così ho deciso di visitare il Papa in Vaticano, nel maggio 2016. Durante questa visita ciascuno di noi ha scoperto una grande sintonia spirituale e di pensiero nei confronti delle crisi che affliggono l’uomo contemporaneo e in modo particolare verso i poveri, gli orfani, gli infermi, le vedove, le vittime di guerre e i senzatetto. Questa sintonia fra me e lui può offrire molto per alleviare queste crisi. Da quel momento, non c’è stata più alcuna esitazione. Personalmente non ho esitato a tendere la mano. Fin dal primo minuto del nostro incontro con lui ho avuto conferma che è uomo di pace e di umanità per eccellenza. Le cose sono proseguite bene e in appena tre anni abbiamo avuto sei summit. Nel quinto di questi abbiamo firmato il Documento sulla Fratellanza umana. I dettagli su questo argomento si possono trovare nel libro L’Imam, il Papa, e il percorso spinoso, che è stato tradotto recentemente in italiano, scritto dal mio studente e figlio, il giudice Mohammad Abdelsalam.

Perché ha voluto impegnarsi personalmente in questo percorso senza precedenti?

Grazie alla mia formazione ad Al Azhar e anche grazie all’essere cresciuto nella città turistica di Luxor, fin dall’infanzia ho preso coscienza attraverso reperti archeologici dei faraoni che la religione si mescola con la scienza e la civiltà in un modo sorprendente. Così sono cresciuto con la convinzione, che fino ad oggi scorre nelle mie vene, dell’estrema importanza della religione nel costruire le civiltà e lo sviluppo materiale e spirituale. E anche del ruolo della religione nel custodire queste conquiste di civiltà, perché esse non siano deviate e diventino così un male per l’uomo, e non solo per l’uomo ma anche per gli animali, le piante e anche le pietre. Poi è cresciuta in me la piena consapevolezza dell’importanza della religione con i miei studi di scienze islamiche e la specializzazione nella facoltà di teologia di Al Azhar. Mi sono reso conto che il messaggio della religione può portare i frutti desiderati solo se è annunciato da credenti fedeli, riconciliati per primi fra di loro. Fra coloro che portano agli uomini questo messaggio ci deve essere pace, concordia e collaborazione. Perché se fra loro regnano divisione e conflitto, essi non sono in grado di trasmettere alla gente il messaggio di pace. Conosciamo il famoso proverbio che dice: Chi non ha qualcosa, non ne può dare. Per questo ho pensato che Al Azhar debba prendere l’iniziativa di comunicare con i rappresentanti delle religioni per raggiungere prima una conciliazione fra essi e poi dirigersi verso il mondo per annunciare il messaggio di pace. Ho compreso che le religioni monoteiste apparse nel corso della storia hanno una sola fonte, Dio, il Glorioso, l’Altissimo. Abbiamo dei testi chiari nel sacro Corano che dicono che quello che è stato rivelato da Dio a Maometto è lo stesso che è stato rivelato ad Abramo e Mosè e Gesù. C’è una fonte unica. Si tratta di tutto ciò che è utile per l’umanità come valori, insegnamenti e comandamenti, che non sono differenti fra una religione e un’altra. Era questo che mi ha indotto a partire e a mettermi accanto ai miei fratelli e colleghi rappresentanti delle religioni, per scoprire questi elementi comuni, e grazie a Dio andiamo riconciliati verso la gente sperando che questo aiuti ad alleviare i dolori dell’uomo di oggi.

Qual è il contributo dell’enciclica di Papa Francesco «Fratelli tutti» che lei ritiene più significativo? È un messaggio che interessa anche i musulmani?

Questa enciclica è sicuramente di un’enorme importanza, specialmente in questo tempo, sia per i musulmani che per i non musulmani. Posso dire che questa enciclica si inserisce nella cornice dei nostri incontri ed è ispirata da essi. Il Papa stesso ne fa cenno, credo nella prefazione. L’enciclica va nella stessa direzione, quella del dialogo e della convivenza fra gli uomini: è, in sintesi, un appello ad applicare i principi morali delle religioni per creare una vera fratellanza dove non c’è spazio per la discriminazione sulla base delle differenze di religione, di confessione, di razza, di genere, o per altre forme di intolleranza. L’enciclica è utile per i musulmani e nello stesso momento per gli altri, perché dice che siamo tutti fratelli. E il Corano dice ai musulmani: avete dei fratelli e siete uguali nell’umanità. Noi diciamo che l’uomo è simile o uguale a me ed è un mio fratello nell’umanità. Può essere fratello di religione, ma può essere per me anche un fratello di umanità. Questo è il centro dell’enciclica Fratelli tutti.

Che cosa possono fare concretamente le religioni per diffondere pace, rispetto, comprensione reciproca, e combattere il fondamentalismo che bestemmia il nome di Dio attraverso l’odio e il terrorismo?

Le religioni si basano sul principio della conoscenza reciproca, della comprensione e della collaborazione fra gli uomini, e di evitare l’odio, i conflitti e le guerre quando è possibile. Nel sacro Corano c’è una esortazione vincolante, non solo per i musulmani ma per tutti, perché il versetto inizia con “O uomini”: «O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda». Lo scopo della creazione e la diversità che è in essa, è dunque quello di conoscersi a vicenda. Questa esortazione è uno dei punti comuni fra tutte le religioni monoteiste. Immaginiamoci un mondo che faccia tesoro di questa indicazione divina, e si basi sul principio di collaborazione e mutua conoscenza con il rispetto per le diversità come legge divina sulla quale Dio ha creato gli uomini. Credo fermamente che una società che applica questo principio nelle sfere politiche, economiche, sociali e culturali, non si può trovare in un qualsiasi momento costretta ad entrare in conflitti o guerre con altri. Dire che le religioni come sono state rivelate da Dio l’Altissimo sono state causa di guerre nella storia è impreciso, perché quelli che sono conosciuti come conflitti in nome della religione, sono in verità conflitti politici che hanno rubato il nome alla religione caricandola di interpretazioni corrotte per ottenere conquiste e interessi mondani, che non hanno alcun legame, neanche lontanamente, con la vera religione. Devo dire che quelli che diffondono oggi l’odio fra le persone, e praticano la violenza e lo spargimento di sangue nel nome della religione o di Dio, sono menzogneri e traditori delle religioni di cui alzano le bandiere, quali che siano queste religioni o dottrine o confessioni nel cui nome parlano.

Nella Dichiarazione di Abu Dhabi sulla Fratellanza umana si parla della promozione dell’uguaglianza tra uomo e donna e della dignità della donna. Ci sono segnali preoccupanti che mostrano il risorgere di un fondamentalismo che non rispetta questa dignità. Come si può combattere?

Voglio chiarire innanzitutto che quanto dichiarato dal Documento sulla Fratellanza umana è quanto stabilito dall’islam per quanto riguardo il rispetto per la donna e il pieno rispetto di suoi diritti. Affermo inoltre che nessuno può privare la donna di uno solo dei suoi diritti, che sono stati stabiliti dal profeta dell’islam Maometto, e che si ritrovano in una sua frase chiara e sintetica: «Le donne sono uguali agli uomini». Nessuno può fare questo quando noi musulmani, da Marrakesh a Giacarta, sappiamo e anzi sanno i nostri figli nelle scuole, che le donne andavano a pregare con il profeta nella sua moschea, vedevano il profeta e lui le vedeva, e si scambiavano con lui domande sulla fede e sul mondo. Aisha, la moglie del profeta, la madre dei fedeli, ha partecipato all’insegnamento e alla politica: correggeva quello che le sembrava errato nella comprensione di alcune leggi della sharia da parte di alcuni sahàba, compagni del profeta. Questi sono fatti documentati, che abbiamo imparato e stiamo insegnando ai nostri studenti ad Al Azhar. Voglio dire, di fronte a questa verità, che nessun musulmano fedele al suo credo può togliere alla donna i diritti garantiti dall’islam. Dobbiamo dire che tutto ciò che si solleva oggi in questo campo non è altro che una vittoria di abitudini e costumi sorpassati e antichi, che fanno danni alla legge dell’islam e alle sue regole. Per onestà, però, parlando di questo argomento, dico anche che bisogna essere vigili e distinguere — nell’espressione “diritti della donna” — fra diritti plasmati da civiltà contemporanee ignorando la morale religiosa e i sentimenti della natura umana, e altri diritti formulati nelle società in cui la religione è una base solida nel costruirne la cultura e gli stili di vita.

di Andrea Tornielli