· Città del Vaticano ·

Un ponte tra cristianità e laicità

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04 ottobre 2021

Un dicastero-ponte tra le due rive della cristianità e della laicità, dove la cultura intesa nel senso più ampio è la strada che collega le due sponde e il luogo, ma anche il “cortile”, dell’incontro. Alle soglie dei 40 anni di vita — e con alle spalle altri 17 anni di “gestazione” nella forma del Segretariato per i non credenti — il Pontificio Consiglio della cultura ha costruito negli anni una fitta rete di contatti e di collaborazioni con istituzioni internazionali, diventando una presenza costante all’interno di grandi manifestazioni — Expo, Biennale, Saloni del libro — o promuovendole in prima persona, come il Cortile dei Gentili. Una missione che fa leva su un bilancio che è parte dei 21 milioni di budget stanziati complessivamente in quest’anno per una trentina di istituzioni vaticane. Ma anche una missione — spiega il suo presidente, il cardinale Gianfranco Ravasi — che si discosta da quella più tradizionale degli altri dicasteri.

Il Pontificio Consiglio che lei presiede — sulla scia del Segretariato per i non credenti istituito da Paolo vi nel 1965 per raccogliere l’eredità del concilio Vaticano ii — dà vita a un dialogo aperto e creativo con il variegato mondo della cultura contemporanea. Con quale stile e con quali obiettivi?

Il Segretariato per i non credenti completava la serie di organismi vaticani di dialogo con cui Paolo vi voleva idealmente abbracciare l’intera umanità: le Chiese e le comunità cristiane, i credenti delle altre religioni e, infine, tutte le persone di buona volontà che non si riconoscono in una religione determinata. Nel contesto della guerra fredda, tuttavia, il dialogo con i non credenti fu spesso fortemente condizionato dalla presenza dei regimi dove imperava una concezione materialista. Il Segretariato fu, così, spinto a orientarsi verso la cultura come ambito di dialogo con i non credenti. Giovanni Paolo ii , eletto nel 1978, portò con sé il suo interesse per l’antropologia e la cultura, e così fondò il Pontificio Consiglio della cultura nel 1982. Successivamente, dopo la caduta del muro di Berlino, il Segretariato per i non credenti fu assorbito dal Pontificio Consiglio della cultura. L’obiettivo era proporre il messaggio evangelico alla cultura e alle culture, e promuovere l’inculturazione del Vangelo nelle società del nostro tempo, anche in quelle secolarizzate, così che il messaggio cristiano, espresso in una forma qualificata, potesse essere comprensibile e significativo. Lo stile è stato ed è quello del dialogo, rappresentato dall’immagine di un ponte ideale che collega le due diverse sponde, e consente sia di far sentire la voce della Chiesa e della cristianità negli ambienti della cultura, sia di far arrivare nel cuore della Chiesa la voce della contemporaneità nella sua molteplicità variegata.

L’incontro tra il Vangelo e le culture favorisce rapporti di amicizia e di collaborazione con i rappresentanti della scienza, della letteratura, di tutte le arti e dello sport, accolti come compagni di viaggio e cercatori autentici del vero, del buono e del bello. Qual è il senso di queste esperienze, in un tempo fortemente segnato dal secolarismo e dall’indifferenza religiosa?

Il Consiglio è riuscito a tessere in questi decenni una rete di contatti, principalmente con istituzioni “laiche” e non cattoliche, che ci consentono di poter realizzare molte iniziative dai diversi profili. Ciò è possibile perché la nostra presenza non si pone come una realtà calata dall’alto o separata. È, invece, una sorta di vicinanza che ha una propria identità, ma che cammina spalla a spalla con l’uomo e la donna contemporanei condividendone gli interrogativi e le attese, le gioie e le speranze, le sofferenze e le angosce. È una presenza discreta ma incisiva. Pensiamo, ad esempio, cosa significhi il padiglione della Santa Sede all’interno di un’Expo, come quella di Milano nel 2015 o quella dell’orticultura a Pechino nel 2019, oppure ora a Dubai: il padiglione della Santa Sede, è stato sempre uno dei più visitati, nonostante le sue piccole dimensioni e il fatto che non venissero distribuiti gadget o prodotti tipici. Lo stesso si può dire dei padiglioni della Santa Sede alla Biennale di Venezia, sia in quella dell’Arte, sia dell’Architettura, con un esito straordinariamente efficace, persino a livello popolare, come è accaduto per le dieci cappelle di famosi architetti di diverse nazioni, stili e fedi, nell’isola di San Giorgio. Di grande impatto è pure la ricerca condotta nel settore della tecnologia, della scienza e della cultura digitale. Anche in ambienti fortemente secolarizzati si può, perciò, aprire una finestra verso il trascendente attraverso l’arte, la scienza, la riflessione. Questo approccio non sostituisce l’evangelizzazione diretta, ma sviluppa un terreno fecondo per poter dialogare e confrontarsi serenamente, senza asperità o scontri preconcetti e radicali.

Elaborazione culturale e amministrazione economica sembrano due sfere apparentemente distanti, se non inconciliabili. Quali sono i criteri di gestione dell’attività del dicastero e in che modo “bilancio patrimoniale” e “bilancio di missione” riescono a procedere di pari passo?

A differenza di altri Dicasteri della Santa Sede che hanno compiti prettamente pastorali, amministrativi e legislativi, la cui attività è orientata verso l’ambito interno ecclesiale, il Consiglio è uno di quegli organismi che si proiettano ad extra. La sua attività si dispiega in molteplici iniziative, realizzate per lo più in collaborazione con altri enti e istituzioni, spesso di matrice “laica”. La creatività spiegata dal nostro dicastero è, allora, accompagnata dalla mobilitazione nel ritrovare partner e sponsor anche nel mondo economico-finanziario, sempre con rigore, trasparenza e sobrietà. È grazie a queste partnerships che il Dicastero riesce a realizzare tante iniziative nella maggior parte dei casi senza oneri per l’amministrazione della Santa Sede. Molto rilevante è, al riguardo, l’impegno che viene dedicato alla cultura digitale e alle sue applicazioni, così come ad alcune questioni scientifiche come la genetica, le neuroscienze e l’intelligenza artificiale, con convegni a livello internazionale il cui supporto organizzativo ed economico è spesso sostenuto da istituzioni esterne che collaborano col dicastero.

Il Cortile dei Gentili, promosso dal Pontificio Consiglio per favorire l’incontro e il dialogo tra credenti e non credenti, festeggia il suo decimo compleanno. Quali sono i risultati conseguiti finora e quali le prospettive future in ordine ai grandi temi che interessano la società contemporanea?

L’idea del Cortile dei Gentili è stata proposta da Benedetto xvi in un famoso discorso natalizio alla Curia romana nel 2009. Questa intuizione è stata accolta come un’indicazione per il nostro Dicastero che — come si è detto — aveva già il compito del dialogo con i non credenti, dandovi nuovo slancio. Da allora il Cortile si è trasformato in una Fondazione che ne mantiene vivo lo spirito attraverso innumerevoli iniziative di dialogo. Sono decine e decine i “cortili” già effettuati o in programmazione che intrecciano dialoghi, eventi e opere sui grandi temi dell’esistenza umana, oppure su aspetti culturali specifici, dall’economia alla politica, dalla diplomazia alla scienza, dalle carceri alla giustizia, dalla moda al giornalismo, e così via. Alcuni eventi sono a livello di confronto alto soprattutto in ambito scientifico e filosofico, altri sono più popolari e si sono svolti in molte capitali di vari continenti. Questa struttura del dicastero è, in assoluto, quella che attua il maggior contatto con un orizzonte “lontano” e lo fa con incessante creatività e con un impegno molteplice. Essa si avvale anche di una Consulta scientifica che annovera personalità di alto profilo nei vari campi della scienza e della tecnica, con una produzione imponente di eventi e di testi di analisi e di ricerca socio-culturale.

Le celebrazioni per i 700 anni della morte di Dante Alighieri sono un’occasione importante per riscoprire l’universalità di un messaggio che interpella ancora oggi il mondo della cultura, anche non cattolico. In fin dei conti, Dante è veramente attuale e che cosa ha ancora da dire all’uomo del nostro tempo?

La figura di Dante è universale ed è l’emblema più alto dell’intreccio tra fede e arte, tra teologia, poesia e storia, nello spirito della via pulchritudinis. La bellezza è, infatti, la terza categoria culturale fondante, oltre al vero e al bene. Nel dicastero è presente un Comitato dantesco che ha organizzato una serie di eventi connessi al vii centenario della morte del poeta e alla lettera apostolica Candor lucis aeternae: rilevanti, ad esempio, un percorso con letture dantesche da parte di attori famosi nelle catacombe di San Callisto e un congresso internazionale sull’escatologia della Divina Commedia, oltre a interventi nelle celebrazioni dantesche ufficiali.

Il vostro dicastero ha scelto di avvalersi della collaborazione di una Consulta femminile, composta da figure di alto profilo — non solo cattoliche — e anche di una Consulta di giovani. Che “scambi” state avendo con queste due vivaci realtà?

La Consulta femminile è stata istituita per prima ed è nata dalla constatazione che nel nostro dicastero, e più in genere nella Curia romana, non sono molte le voci femminili qualificate che possano offrire un loro punto di vista sulle questioni che sono oggetto del nostro impegno. Non si tratta, quindi, di una struttura dedicata alle questioni femminili, bensì della ricerca di un punto di vista femminile su tutto il nostro operato. La Consulta giovanile, più recente, parte da un presupposto simile: non si tratta di un comitato di esperti che possano dettare una guida o svolgere analisi riguardanti la generazione giovanile, ma, al contrario, è un invito rivolto a un gruppo di giovani di diversa estrazione, credenti e non, perché offrano il loro punto di vista, pur se ancora imperfetto o in formazione, ma creativo e originale, sulle grandi questioni dell’esistenza, che sono il nucleo più intimo di ogni esperienza umana: il mistero della vita e della morte, il senso dell’esistenza, la bellezza, il lavoro, l’amore e l’amicizia, e così via. È, questo, un modo anche per comprendere dal vivo le culture giovanili con le loro sensibilità (ad esempio, nel settore della musica). Gestire questi organismi non è sempre facile, ma è un rischio positivo se si vuole veramente avere un giudizio e una verifica esterna e libera sulle nostre attività.

Nella cultura rientra anche lo sport, il cui linguaggio è forse oggi tra i più universali e condivisi. Proprio nell’ambito del Pontificio Consiglio si sta sviluppando Athletica Vaticana, nata di recente con l’obiettivo di promuovere un’autentica cultura sportiva come “ponte” di pace e di collaborazione tra gli uomini. Può tracciare un primo bilancio di questa esperienza e indicarne le prospettive future?

Lo sport è uno dei fenomeni più caratterizzanti della nostra cultura. I maggiori eventi sportivi sono grandi rituali, quasi delle liturgie attorno alle quali le folle si ritrovano e possono sperimentare una sorta di coralità e di gratuità festosa. Lo sport è anche sorgente di epica e di modelli ispiratori per la società. In questo senso, era necessario un approccio non solo pastorale, ma anche culturale ed etico al fenomeno sportivo. Esso si è tradotto in molteplici iniziative e si è avvalso dei rapporti con le istituzioni sportive internazionali. Athletica Vaticana, poi, è nata sotto gli auspici del nostro dicastero, anche se ora è una realtà indipendente: è la prima società sportiva strettamente vaticana, ovviamente non per conquistare medaglie e trofei sportivi, ma per far presente concretamente e in modo semplice alcuni valori e stili di vita di questa realtà minuscola che è il Vaticano ma che — attraverso la voce del Papa — ha un rilievo universale. La straordinaria simpatia con cui questa piccola realtà è stata accolta è un indizio della necessità di nuove forme di fare sport, con maggiore attenzione ai valori e alla dimensione educativa, culturale e spirituale rispetto a quella economica e del profitto, combattendo anche le degenerazioni che si annidano nel mondo sportivo.

di Alessandro De Carolis