· Città del Vaticano ·

La figura di santa Teresa di Lisieux

Modello dei tempi postmoderni

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01 ottobre 2021

«La santa più grande dei tempi moderni»; così Pio x definisce santa Teresa di Lisieux. Inserendomi nel solco tracciato dalle sue parole, direi «la più grande santa dei tempi postmoderni», intendendo con ciò che Teresa è «maestra di vita spirituale mediante una dottrina, insieme semplice e profonda, che ella ha attinto alle sorgenti del Vangelo» (lettera apostolica Divini amoris scientia) anche e soprattutto ai nostri tempi, segnati dalla liquefazione dell’umano. A tal riguardo, in un articolo del 2 settembre su «L’Osservatore Romano», il vescovo di Noto, Antonio Staglianò — cogliendo l’invito del Papa ad una teologia popolare che si interessi alla «condizione disgraziata dell’umano» — propone un rinnovamento del linguaggio teologico con «nuovi registri linguistici estetici e artistici», e una teologia che sia disposta ad una «contaminazione dei saperi», giungendo al rischio del paradosso di un “ateismo teologico”.

Vorrei riflettere su come la santa di Lisieux possa essere esempio di tale teologia perché ha avuto una profonda conoscenza dell’umano; ha messo in pratica il messaggio evangelico nel buio della fede; ha posseduto un particolare genio femminile. Nel Manoscritto c la santa scrive: «Farmi diversa da quel che sono, più grande, mi è impossibile: mi devo sopportare per quello che sono con tutte le mie imperfezioni», 2v); «Ora capisco che la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti altrui, non stupirsi assolutamente delle loro debolezze… ma soprattutto ho capito che la carità non deve affatto restare chiusa in fondo al cuore» (12 r).

Certamente Teresa ha uno stile figlio del suo tempo, ma sappiamo che i suoi testi «colgono il centro stesso del messaggio della rivelazione in una visione originale ed inedita, presentando un insegnamento qualitativamente eminente» (Divini amoris scientia, 8) e che «Teresa è Maestra per il nostro tempo, assetato di parole vive ed essenziali, di testimonianze eroiche e credibili. Perciò è amata e accolta anche da fratelli e da sorelle delle altre comunità cristiane e perfino da chi neppure è cristiano» (11). È noto che l’ultimo anno di vita della santa fu segnato da un’atroce malattia e da una durissima prova di fede. Eppure sono di quell’anno i suoi scritti più densi e maturi. Nel Manoscritto c scrive: «Madre amata, forse sembra che io esageri la mia prova: in effetti, se giudica dai sentimenti che esprimo nelle poesiole che ho composto quest’anno, devo sembrarle un’anima piena di consolazioni e per la quale il velo della fede si è quasi squarciato; eppure non è più un velo per me, è un muro che si alza fino ai cieli e copre il firmamento stellato!» (7v). In queste parole sembra di ritrovare il paradosso di un “ateismo teologico”, e un riferimento alla teopoetica di cui parla Staglianò: un linguaggio che va oltre l’idea di un Dio sostanza, e «dischiude nuove visioni» che puntano a trasformare la vita e a «rinnovare con amore le relazioni umane».

Il primo aspetto di tale teopoetica è filosofico, il secondo esistenziale. Teresa accenna a un muro che le copre il firmamento stellato. Maurice Blanchot, ne La scrittura del disastro, afferma che il pensiero umano è proprio la perdita della sicurezza delle stelle, ed Emmanuel Lévinas, in Dio, la morte, e il tempo, parla di una trascendenza di Dio che è al di là dell’idolatria di un cielo stellato, e del narcisismo umano di una stabile terra.

Il secondo aspetto è quello esistenziale, segnato dalla carità. «Ah, Gesù mi perdoni se gli do dispiacere, ma Lui sa bene che, pur non avendo il godimento della Fede, mi sforzo almeno di compierne le opere… Corro verso il mio Gesù. Gli dico che sono pronta a versare fino all’ultima goccia il mio sangue per testimoniare che esiste un Cielo» (Manoscritto c, 7r). Levinas dice che la prima affermazione su Dio non può essere «io credo in Dio», perché Dio non è un concetto, non è una sostanza; ma il primo atteggiamento del rapporto dell’uomo con Dio è la testimonianza dell’amore per il prossimo. Ed è solo in questa relazione etica che è possibile dare alla parola “Dio” una significazione oltre l’idea della “morte di Dio”. Anche in questo la santa di Lisieux è maestra per i nostri tempi. Tra i suoi atti di carità cristiana voglio ricordare l’episodio in cui Teresa, disturbata in preghiera da un rumore fatto da una sua consorella, decide di concentrarsi proprio su quel brusio, e tutta la sua orazione «(che non era quella di quiete) trascorreva nell’offerta di quel concerto a Gesù» (Manoscritto c, 30v).

Un altro aspetto che fa della santa una modella per il nostro tempo è che «Teresa è una donna che, nell’accostarsi al Vangelo, ha saputo cogliere ricchezze nascoste con quella concretezza e profonda risonanza vitale e sapienziale che è propria del genio femminile» (Divini amoris scientia, 11). A tal riguardo sarà intrigante riportare un suo ricordo del pellegrinaggio in Italia: «Non riesco ancora a capire perché le donne sono così facilmente scomunicate in Italia; ad ogni momento ci dicevano “Non entrate qua… Non entrate là, sareste scomunicate!”.... Ah, povere donne, come sono disprezzate!... Eppure amano il Buon Dio in numero molto più grande degli uomini e durante la Passione di Nostro Signore le donne ebbero più coraggio degli apostoli, perché sfidarono gli insulti dei soldati e osarono asciugare il Volto adorabile di Gesù. Forse è per questo che Egli permette che il disprezzo sia la loro sorte sulla terra, dal momento che l’ha scelto per Sé… In Cielo saprà pur dimostrare che i suoi pensieri non sono quelli degli uomini, perché allora le ultime saranno le prime» (Manoscritto a , 66v).

In conclusione: col suo genio femminile, con la profonda conoscenza delle proprie ed altrui debolezze, e la sua pura carità, Teresa ha realizzato pienamente un modello di umanità proponibile ad un mondo postmoderno, un’umanità che nella fede possa ritrovare la peculiarità del pensare. Quando era bambina, alla sorella che le chiese cosa facesse dietro una tenda alle spalle del proprio letto, la santa rispose: «Penso al Buon Dio, alla vita… all’eternità, insomma penso!» (Manoscritto a, 33v).

di Giuseppe Stinca