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Il Teologo

Nel nome di quale padre?

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04 dicembre 2021

Fuori e dentro del contesto di preghiera la formula “Nel nome del Padre” ci è così familiare che non sempre siamo portati a chiederci del tutto ragione di quello che diciamo. Diamo per scontato che rivolgersi a Dio e chiamarlo Padre sia una cosa naturale e scontata. E in buona parte lo è anche. Ma sulla portata e sulle implicazioni di quelle parole merita sostare un momento, magari sgranare gli occhi e porsi qualche domanda.

Nella prerogativa di Padre attribuita a Dio si incrociano due traiettorie. Anzitutto c’è quella di Gesù che rivela il volto del suo Padre celeste, con il quale egli è “una sola cosa” (Gv 10, 30): è l’annuncio su cui si fonda la salvezza, buona novella, la cui promessa Dio stesso aveva fatto nel primo patto, mai revocato, di alleanza, assicurando di essere “un padre per Israele” (Ger 31,9). Poi c’è la traiettoria del credente che, accoglie l’annuncio e nella fede riconosce il Dio che salva. Ma volendo dare plasticità e sostanza a questo Dio, fonde insieme la rivelazione da parte di Dio in Gesù Cristo e il senso del legame familiare a lui più vicino e lo estende per somiglianza e analogia a Dio. C’è dunque un intreccio tra rivelazione e attribuzione, due movimenti convergenti, ma non uguali. L’uno è ispirato dalla volontà di rivelarsi di Dio stesso come Padre, l’altro è affidato fiducialmente alla possibilità espressiva dell’analogia, pur sempre esposta alla fragilità della sua tenuta, legata all’esperienza del legame familiare. Nella simbolica di questo intreccio si leggono in filigrana significati e compiti che ci toccano molto da vicino.

Dal figlio al padre

L’andamento della relazione padre-figlio può avere direzioni diverse. Qui diamo maggiore enfasi a quella che va dal figlio al padre. Capire la paternità – anche e soprattutto quella di Dio – a partire dal riconoscersi figli significa anzitutto sapere di non essere soli al mondo. La prospettiva della filiazione sviluppa in noi la consapevolezza di un’appartenenza rivelativa di un trovarsi nella filiera della generatività, quella che ci immette nella storia e ci consente di essere parte di essa.

La prospettiva della generatività sottrae il padre all’esclusività del rapporto con il figlio; in un certo senso allarga la maglia di tale rapporto, includendo la polarità della dimensione materna in un circuito unitario di relazione genitoriale. Forse è proprio questa la radice più profonda per la quale, e non da oggi, si attribuisce a Dio anche la prerogativa di madre.

È celebre il riferimento della mistica medievale Giuliana di Norwich (1342-1416), contenuto nel capitolo 59 del suo Libro delle rivelazioni (Áncora), al quale hanno fatto da riscontro espressioni di simile segno in tempi più recenti, non ultimo anche da parte di pontefici, come Giovanni Paolo i e Giovanni Paolo ii . Certo l’estensione alla sfera materna viene spesso rivestita di significati attinenti a funzioni e ruoli, atteggiamenti e virtù che solo per un distorto condizionamento culturale si ritengono essere esclusivamente prerogative femminili, quasi che solo così si possa dire di Dio che è amorevole nella cura e sensibile alle fragilità dei suoi figli. L’essere di Dio in un tempo padre e madre, in questa ottica di generatività allargata ed inclusiva, porta a compimento il disegno di relazione di Dio con il mondo e con gli uomini ed esprime a massima potenza che il destino della storia dell’uomo e del mondo sta a cuore a Dio che genera la vita.

Il padre sul figlio

L’appartenenza, iscritta nel perimetro della paternità generativa ed inclusiva, è a duplice valenza e sta sotto la minaccia di un duplice rischio. Nella prospettiva del figlio essa può degenerare in inerzia, passività, svuotando dal di dentro l’assunzione di responsabilità da parte di questi di costruirsi come soggetto maturo, capace di camminare sulle proprie gambe, autonomo e relazionale per stare bene al mondo e costruire comunità. Nella prospettiva del padre, l’appartenenza può incentivare la smania di possesso della vita del figlio, il presunto diritto di disporre di lui attraverso il dominio e il controllo. La storia ci presenta una galleria di modelli del paterno che tante volte sbordano nell’attitudine padronale. La figura della madre viene evocata non più come inclusiva nell’idea di generatività, ma a compensazione dell’arroganza del padre che esprime la stessa brama di controllo su di lei e sui figli. Solo delicati e complicati processi di emancipazione da questi modelli del paterno dominante riescono a restituire dignità di persona alle donne e alle madri e possibilità di sviluppo alle figlie e ai figli. Chi fa esperienza del paterno arrogante non sa più impiegare l’analogia del legame familiare per avvicinarsi a Dio e chiamarlo Padre. È una tragica conseguenza di rapporti padre-figlio fuori misura quella di rendere esistenzialmente impossibile a questi soggetti svantaggiati il riconoscimento del volto paterno di Dio.

Paternità e maschilità – non tutto fila liscio

Dietro tutto questo c’è una falsa idea di maschilità, ritenuta normativa nel modo di svolgere il proprio ruolo di maschi e nella volontà di esercitare controllo e dominio per governare il mondo. Essa in realtà è nient’altro che maschilità tossica, le cui espressioni non sono rare e tutte tristemente colorate di toni scuri, spesso sporcate dalla violenza, segnate dal sangue e dalla morte. Questi modelli di paternità non si prestano alla mediazione per entrare nell’analogia con la paternità di Dio che, invece, parla il linguaggio dell’accudimento, del rispetto dell’alterità dell’altro, del riconoscimento del diritto di diventare sé stesso, attraverso la costruzione di un proprio disegno di vita. Il cammino di liberazione della paternità dai lacci della maschilità tossica è lungo e faticoso e chi si dispone a compierlo deve sapere che non solo crea condizioni più umane di vita per ogni figlia e ogni figlio; non solo arricchisce la propria umanità e redime la propria maschilità, ma restituisce a Dio la luminosità riconoscibile del suo vero volto di Padre.

E se Gesù di Nazareth avverte: «non chiamate nessuno “padre” sulla terra» (Mt 23,9) non lo fa certo per minare alla base i legami familiari, ma forse solo per dirci che padre e madre si può essere solamente rendendo trasparente e contagioso il modo di esserlo di Dio. Per questo possiamo e dobbiamo osare ancora di chiamarlo Padre.

di Antonio Autiero
Professore emerito di teologia morale – Università di Münster (Germania)