· Città del Vaticano ·

Donne di frontiera

Essere cristiani a Kabul

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04 dicembre 2021

La nuova vita in Italia di Pary Gul e della sua famiglia 


Ogni tanto, sul viso di Pary Gul, compare l'accenno di un sorriso. Ma è un istante. Come quando sistema il velo rosa che le copre la testa. Poi torna subito quell'espressione indecifrabile. Come di chi è in pace, ma pronta a difendersi. E ha dovuto difendersi da quando è nata. Cinquantasette anni, mamma di 5 figli, tutte femmine di cui due sposate, ha visto i talebani portarsi via il marito. Non ne sa più niente. Solo quando il discorso cade su di lui, quella fermezza, che emana da tutto il corpo, crolla. E piange.

La incontriamo a Roma, in una casa che la Fondazione Meet Human ha trovato provvisoriamente per lei e i suoi familiari (14 in tutto, di cui 7 bambini) appena arrivati da Kabul. Per ragioni di sicurezza non possiamo fare i nomi del marito, delle figlie, dei nipoti, né mostrare i loro volti. Sono in salvo, ma restano nella black list di chi, a Kabul, li voleva uccidere. E tuttora ricevono minacce. Persino la località dove ora vivono, vicino a Bergamo, non può essere divulgata. La Fondazione Meet Human ha trovato loro una casa definitiva e li sta aiutando a cominciare una nuova vita. Le figlie di Pary Gul cominceranno nei prossimi giorni corsi di parrucchiera e di cucina, i mariti verranno aiutati a trovare lavoro come autista e meccanico, quello che facevano a Kabul. I bambini torneranno a scuola, chi alla materna, chi alle scuole elementari o superiori. Per ora, ogni giorno, fanno lezioni di italiano. Bambini e adulti. E tutto con il solo aiuto della Provvidenza. «Abbiamo deciso — ci spiega Francesco Napoli, responsabile Relazioni Istituzionali della Fondazione — di non utilizzare finanziamenti e fondi pubblici per far fronte agli aspetti economici della loro accoglienza sollecitando invece chi vorrà liberamente dare del suo e contribuire. Rischiamo tutto sulla carità per la carità, per affermare con responsabilità l’unica ragione del nostro agire e cioè che nulla può rispondere al desiderio di felicità del cuore dell’uomo se non chi lo ha fatto». La vita, faticosamente, ricomincia. Ma le ferite restano. Pary Gul è scappata, suo marito forse morto, i suoi familiari perseguitati, perché cristiani. Un’appartenenza che, sommata, per lei e le sue figlie, al fatto di essere donne, le ha rese bersaglio nell’attuale Afghanistan. Per lei non è una novità. Si ricorda di quando i talebani erano al potere negli anni Novanta, prima dell’arrivo degli americani. Ma anche dopo, per i cristiani, le cose non sono molto cambiate: non c’erano chiese, non c’era la possibilità di andare a messa. Eppure lei e la sua famiglia non hanno mai smesso, racconta, di essere cristiani. Già i suoi nonni lo erano, anche se non potevano dirlo. Come è possibile, le chiediamo, vivere una fede che non si può manifestare e a causa della quale rischi la vita? Non viene voglia di abbandonarla? Ci guarda, stupita. «Non ho mai pensato di convertirmi, no. La mia paura era solo che sapessero che eravamo cristiani e ci torturassero. Certo, uno potrebbe convertirsi per vivere più tranquillo. Ma io volevo essere fedele alla mia fede». E si può, dice. Anche se il contesto è ostile. «Pregavamo dentro di noi. Per me essere cristiana vuole dire essere felice, in pace. Come quando ho incontrato Papa Francesco. È stato come nascere di nuovo». A salvarli, portandoli in Italia, è stata l'amicizia con Alì Ehsani, giornalista e scrittore afghano trentaduenne, scappato da Kabul a 13 anni. «Sei mesi fa» ci racconta Alì «avevo conosciuto una figlia di Pary Gul su internet. All’inizio pensava fossi una spia. Poi pian piano si è creato un clima di fiducia, gli ho detto che ero cristiano e lei mi ha detto che anche lei e i suoi familiari lo erano. Così ho iniziato a trasmettere loro, via whatsapp, la messa». Il 14 agosto scorso il portiere della loro casa sente i canti liturgici provenienti dal telefonino. Chiede se sono cristiani. Il giorno dopo i talebani irrompono in casa e rapiscono il marito di Pary Gul. Capiscono che, per loro, i giorni sono contati. Scappano. Si rifugiano in un sotterraneo. Avvisano Alì, che a sua volta lancia un appello, ripreso dall’agenzia di informazione Sir. Daniele Nembrini, presidente della Fondazione Human Meet, lo legge, contatta Alì. Dopo sei giorni si riesce a trovare posto in un aereo dell’esercito italiano per le tre famiglie. Nel tragitto per l’aeroporto vengono bloccati più volte dai telebani. Picchiano il marito di una figlia, un nipote e la stessa Pary Gul, che si lancia a difesa del ragazzo.

«Il dolore più grande — racconta la donna — è il pensiero di mio marito. Non sono arrabbiata con Dio, ogni cosa che succede è dentro quello che Dio vuole. Ma la perdita di mio marito è come un pozzo senza fondo», dice. Il dolore di Pary, però, non è solo privato. Il suo pensiero è alle tante donne della sua terra. «La condizione più terribile riguarda le vedove e le ragazze. Se non puoi lavorare, come ti mantieni? Se non puoi studiare, che futuro hai?». In questi venti anni, come lei, tante donne hanno sperato che le cose potessero cambiare. «Abbiamo sognato la democrazia. Le donne potevano finalmente lavorare, studiare. Le mie figlie sono andate a scuola, hanno trovato un lavoro». Una faceva la parrucchiera, un’altra lavorava in aeroporto.

Ora Pary Gul e la sua famiglia hanno ricominciato una nuova vita. «Vorrei lasciare alle mie figlie, come insegnamento, il rispetto per le persone, e la possibilità di poter esprimere i propri desideri». Si guarda l’anello che porta all’anulare sinistro. L’unico oggetto prezioso che si è portato dall’Afghanistan. Lo voleva donare al Papa, quando, il 22 settembre, sono stati ricevuti in visita privata. Il Santo Padre ha simbolicamente accettato il regalo, ma le ha chiesto di tenerlo per lui. Lo tocca, sorride. Anche loro, dice, indicando i nipoti, hanno fantasmi da combattere. I giorni nel sotterraneo, le violenze dei talebani. Ricordi che un bambino non dovrebbe avere. Ma il presente, la possibilità di un futuro, sono la medicina. E questa serenità impressa sul volto di Pary Gul.

di Elisa Calessi