· Città del Vaticano ·

Alla scuola di San Giuseppe

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04 dicembre 2021

Giuseppe probabilmente è il santo che più di ogni altro può parlare all’uomo del nostro tempo. Proprio lui, del quale il Vangelo non ci tramette neppure una parola. Ed è molto fecondo confrontarsi con l’esistenza anche simbolica del carpentiere di Nazareth.

I passaggi fondamentali della vicenda esistenziale e spirituale di Giuseppe sono trauma, sogno, azione.

Noi oggi siamo tuttora immersi nel trauma.

Il punto è che, dopo il trauma, nella vita di Giuseppe segue il sogno e, dopo il sogno, un’azione trasformativa. È la dinamica attraverso cui egli diventa padre. Perché padri lo si diventa, non lo si è automaticamente, solo perché si è genitori biologici.

Il primo trauma di Giuseppe è la gravidanza di Maria, che per lui è né più né meno che un tradimento bello e buono; un tradimento delle sue attese, dei suoi sogni, delle sue speranze.

Nel trauma Giuseppe si addormenta, cioè si abbandona, e sogna. Nel sogno incontra l’angelo del Signore che non gli risolve il problema, non gli cambia la realtà, semplicemente gli chiede di guardare le cose da un altro punto di vista.

Lì comincia la sua avventura di padre.

Dopo il sogno, prendendo Maria “con sé”, Giuseppe cambia il suo rapporto con Dio e con la Legge. Era un uomo giusto, ma dopo il sogno la sua giustizia è oltre la legge. Diventa “giusto” non in nome della legge, ma in nome dell’amore. E questa non è solo una questione singolare, è questione delle comunità. Giuseppe non è solo un simbolo singolare, è un simbolo plurale, per questo è molto amato dal popolo, come scrive il Papa nella Patris corde.

Giuseppe cosa fa come padre?

Aiuta il figlio a venire al mondo, crea le condizioni perché il figlio, cioè la vita, venga al mondo, dentro i limiti che gli imponeva l’osservanza della legge: doveva andare a Betlemme per il censimento imposto dai dominatori romani.

Lì succede un altro trauma: il potere, il sistema vuole il figlio!

Quante analogie con il nostro tempo! Erode è simbolo del potere, del sistema. Non dimentichiamo che un ebreo osservante doveva obbedire anche al re, non solo al sacerdote. Giuseppe non consegna il figlio al re. Così come prima non aveva consegnato l’amata Maria alla legge della Torah, che lo costringeva in maniera perversa a consegnarla al pubblico ludibrio.

Pensiamo oggi al rapporto fra le tecnocrazie e i nostri figli.

Uno è un padre se non consegna il figlio al sistema e al potere e costruisce le condizioni perché il figlio sia emancipato da quel potere. Siamo certi, noi, di non consegnare i nostri figli al potere, pagando noi di persona per salvare il figlio?

Giuseppe dopo quel secondo trauma fa un altro passo necessario per un padre. Abbandona la sua religione, la sua lingua, la sua cultura, il suo lavoro, le sue tradizioni per non consegnare il figlio ad Erode. Siamo capaci noi di partire per un viaggio per costruire le condizioni perché il mistero e il sogno del nostro figlio possa non solo venire al mondo, ma anche crescere?

C’è un terzo trauma nella vita di Giuseppe. Dopo che si era “sistemato” in Egitto, il segnale ricevuto in sogno è: devi tornare a casa tua. Pensa di tornare a Gerusalemme, ma, e sarà il quarto trauma, quello del quarto sogno, gli viene detto di tornare a Nazareth.

Il viaggio di Giuseppe è un viaggio di trasformazione della quotidianità: da Nazareth a Nazareth. Quando Giuseppe ritorna a Nazareth è diventato padre.

Essere padre è la condizione umana per essere fino in fondo figlio.

Ciò che ci accomuna è che siamo tutti figli. Io ho avuto questa esperienza con mio padre: negli ultimi anni della sua vita lui era il figlio, io il padre che lo accudiva: ha fatto il padre per tutta la vita e alla fine… è stato figlio! Per un credente questo sta anche nella tradizione della fede: alla fine noi saremo tutti fratelli, solo fratelli. Il padre non è altro che l’evoluzione della libertà della persona, che si mette a disposizione nell’essere il “tu” dell’altro.

Di questo Giuseppe è un segno limpidissimo. Il fatto che non parli mai nel Vangelo è il segno evidente del superamento del proprio “io”. Non della potenza del proprio io, ma del superamento del proprio io, attraverso l’essere il “tu” di Maria e il “tu” di Gesù.

Come comincia per Giuseppe il suo diventare Padre? Prendendo “con sé”, non “per sé” la donna che amava. Passa alla realtà di padre attraverso l’accoglimento fino in fondo della realtà della donna che amava.

Un giovane è preparato per essere padre quando accoglie e accetta la realtà, che solitamente ti ferisce, non è quasi mai, né mai del tutto quello che ti aspettavi. Non è questa la nostra storia? Questo ci dice che il ruolo del padre è un ruolo “transitivo”, per questo ogni padre è “l’ombra del padre”: non si è padri per tutta la vita. Il pellegrinaggio del padre, quindi, è quello di un figlio che, attraverso l’esperienza di essere padre, diventa più consapevolmente figlio.

Questo è l’ultimo regalo che Gesù fa al padre suo Giuseppe nel racconto evangelico. Gesù, ritrovato nel tempio dopo tre giorni, ricorda a Giuseppe di avere un altro Padre. Perché tutti i padri sono adottivi ed affidatari: nessun figlio è proprietà del padre. Il vero padre è Dio, o, per i non credenti, la vita, il mistero. Al di fuori di questa consapevolezza ci sono le perversioni della paternità: il padre-tiranno, che usa il potere del ruolo per uccidere il figlio, cioè il padre-Erode, oppure il padre perverso che gioca alla pari del figlio.

Giuseppe ci consegna la figura del padre-deponente, cioè il padre che si fa attraversare dall’autorità di Dio nella relazione con il figlio, ed è a servizio del figlio, non dei suoi capricci ma del suo mistero.

Il mondo purtroppo è pieno di padri (e di madri) che mettono i loro sogni e le loro aspettative sul figlio, condizionandone la libertà, invece che mettersi a servizio del sogno e della libertà del figlio. Giuseppe non ha visto nulla del figlio nel suo manifestarsi come Messia e Salvatore. Stando a quanto sappiamo dal Vangelo, sparisce dalla vita di Gesù prima dell’inizio della sua vita pubblica, della sua manifestazione.

Il padre non vede il successo del figlio e non è un padre perché misura e gode dei successi del figlio, è un padre perché sogna la libertà del figlio. Come siamo lontani da tutto questo in una società che fa uscire di casa figli a 35 anni, in nome della sicurezza, bruciando la loro giovinezza e l’ebrezza, il rischio e la grazia della loro libertà. Giuseppe ci insegna che la vita è rischiosa, non è sicura.

Giuseppe non ha mai maledetto i traumi. Le sue azioni conseguenti ci dimostrano che ha sempre benedetto la vita, la vita complicata che gli è toccata. Così Giuseppe è giusto, giusto come lo intenderà Gesù quando fa della giustizia una delle beatitudini. La giustizia non è semplice legalità, non è semplice rispetto delle regole. È la giustizia della vita. Certo ognuno ha le sue consuetudini e le sue regole, ma la vera giustizia si vive anche sapendo quando si può o si deve trasgredire.

Giuseppe è il fragile, che non teme però la propria fragilità. Del resto “non temere”, gli aveva detto l’angelo, come lo aveva detto a Maria. Che cosa temiamo noi? La sproporzione tra la nostra fragilità e le sfide della vita.

Giuseppe è simbolo dell’autorità, di quella vera. Già il suo nome lo dice: “colui che fa crescere”. Giuseppe è il custode, ma in un senso grande, che vuol dire più custodire la domanda che avere la pretesa di avere una risposta per ogni domanda. Giuseppe le risposte non le ha trovate con il pensiero, ma con il sogno e custodendo la domanda. Noi siamo come dominati, nel sistema digitale e binario, dalla dinamica domanda-risposta. La via di Giuseppe è un’altra: custodire la domanda, attraverso il silenzio, l’ascolto, la preghiera.

Padri e madri di oggi sono capaci di sostenere l’impossibilità di dare a volte le risposte alle domande dei figli, hanno il coraggio e la pazienza di custodire le loro domande?

Giuseppe l’uomo del lunedì. Cioè l’uomo feriale.

La “tenuta” del padre non è quella della domenica, ma quella del lunedì, cioè quella della vita quotidiana. Tutto questo rende Giuseppe una compagnia importante nella nostra vita. Importante per i padri e per gli educatori. L’insegnamento fondamentale di Giuseppe sull’educare è che educare non è istruire, non è addestrare, non è informare. A volte l’educare si serve anche di queste cose. Ma l’educare è accompagnare il mistero del figlio e aiutarlo a venire al mondo.

L’altro grande insegnamento di Giuseppe è sulla libertà.

Giuseppe ci insegna che la libertà non è libertà di scegliere. Lui nella vita non ha scelto niente. La libertà è essere ciò che siamo chiamati ad essere; è una vocazione, sia in termini personali che comunitari.

Ci sono nella vita domande che ci accompagnano sino alla fine. Un figlio è sempre una domanda, fino alla fine. Per custodire questa domanda in epoca di individualismo è importante stare con gli altri, non chiudersi in una logica di famiglia chiusa in sé stessa.

La pagina dello smarrimento di Gesù e del suo ritrovamento è per noi sconvolgente. Giuseppe e Maria avevano perso Gesù e cominciano a cercarlo solo ventiquattro ore dopo, e lo trovano dopo tre giorni. Un po’ angosciati, è vero, ma tutto sommato sereni: erano in pellegrinaggio, in una carovana comunitaria, contavano sulla comunità. Qualcosa che oggi, purtroppo direi, è quasi impensabile!

Non è facile interpretare oggi il ruolo del padre. A che cosa non può rinunciare un padre per poter vivere la sua chiamata pienamente, onorare la sua vocazione? La paternità infatti è una vocazione, non è una condizione naturale, né un compito, né tantomeno una competenza. Da un certo punto di vista anche più forte di quella materna. E oggi la paternità viene messa fortemente in discussione; questo però non è di per sé una cosa negativa.

Negli ultimi cinquant’anni noi abbiamo vissuto una versione di paternità che, sostanzialmente, ha cercato di combattere la visione del padre che noi abbiamo costruito in tremila anni di storia. In una società machista, fortemente connotata dal maschilismo, la figura del padre che ci portavamo dietro era la figura del potere. Negli ultimi cinquant’anni questa questione è stata fortemente, ma anche giustamente, contestata e combattuta.

Non c’ è nulla da rimpiangere del padre che poteva picchiare un figlio e nessuno gli diceva nulla, del padre che opprimeva con la propria volontà la volontà dei figli. Il nostro tempo ha abbattuto, almeno in parte e almeno nella nostra cultura occidentale, la figura del padre tiranno, che in fondo, dobbiamo dirlo, era un po’ la proiezione di una certa immagine di Dio. E ne è venuto fuori un padre un po’ più debole, un po’ disorientato, che fatica a trovare il suo spartito da interpretare, come se, tolto quella specie di potere assoluto che lo caratterizzava in passato, non restasse più nulla o quasi del senso della sua figura.

Siamo in una fase molto generativa dal punto vista paterno, proprio perché si sta come esaurendo questa figura tirannica e oppressiva del padre e, dall’altra parte, ciò che siamo per ora riusciti a mettere al mondo è una figura un po’ blanda, un po’ insipida.

Dentro questo percorso di riflessione a me è capitato di scoprire – sarei disonesto a dire un’altra cosa – la figura di Giuseppe di Nazareth che fino a qualche anno fa per me non significava granché.

Oggi credo che la figura di Giuseppe raccolga, nella sua avventura di padre, proprio ciò a cui un padre non può rinunciare.

A cosa non può rinunciare un padre?

Non può rinunciare all’amore.

Noi oggi abbiamo dell’amore un’idea molto emotiva, molto sentimentaloide, direi da telenovela, legata ad elementi di istantaneità e di emotività. L’amore è quasi sempre testimoniato dal figlio e il figlio non è quasi mai come noi lo pensavamo o lo volevamo, ma è lui il simbolo dell’amore.

Un padre non può rinunciare alla custodia dell’amore.

Non a fare dell’amore quello che pensiamo noi, o a fare dell’amore quello che vogliamo noi. Alla fine, insisto, siamo tutti figli, padri lo siamo solo a tempo, padri affidatari, anche rispetto ai nostri figli carnali, o alle nostre opere che per noi sono come figli: i nostri figli, come le nostre opere, ad un certo punto li dovremo lasciare andare.

Un padre non può rinunciare a custodire l’amore attraverso la legge e oltre la legge: questo Giuseppe lo insegna molto bene.

La paternità richiede la responsabilità di compiere la legge e di andare oltre la legge: la giustizia in termini umani non basta, non basterà mai. Ci sono molti momenti nella vita dei padri e delle madri, nella vita familiare e coniugale, nella vita comunitaria, in cui bisogna trasgredire le regole per custodire il mistero e il sogno del figlio. Non parlo della trasgressione adolescente, controdipendente, ma della trasgressione consapevole, direi del tutto responsabile.

L’altra cosa a cui un padre non può rinunciare è ad “esserci”, nei momenti fondamentali.

Esserci nel far venire al mondo il figlio; esserci – prima ancora – nel desiderarlo; esserci quando poi bisogna custodirlo

E finalmente un padre non può rinunciare a lasciare andare il figlio.

Faccio un riferimento alla parabola del figlio prodigo: il paradosso di quella parabola è che il figlio “sano” è quello che se ne va, che distrugge tutto il patrimonio del padre, che rischia la morte; quello meno sano è quello che sta in casa, nascosto e accucciato dietro la regola del padre, ma non si gioca mai la sua libertà. Non si sa come va a finire quella storia: quando il padre esce per la seconda volta, non si sa se quel figlio che era sempre stato dentro ed ora, incattivito, restava ostinatamente fuori, sia poi entrato nella festa del Padre.

L’ultima cosa irrinunciabile per un padre è che non può rinunciare a benedire la propria fragilità.

Niente come la verità del figlio – ma non immaginiamo solo i figli biologici – mette a nudo la fragilità del padre. Il padre ha poco a che fare con l’eroe, ha più che fare con il servo, con il giocare con serenità la sua esperienza e la sua testimonianza con il figlio; non ha tanto a che fare con le prediche.

La domanda martellante che ci facciamo sempre è: come si fa?

Questo è sempre il nostro assillo: sapere del come.

Giuseppe non ha mai saputo del come: questa è la domanda che si è custodita nel cuore tutta la vita, domanda mai espressa, perché non necessaria a generare la vita.

Nella vita di Youssef dopo ogni sonno, ogni sogno, c’è stato un risveglio, segnato da un nuovo cammino.

Forse anche per noi, “transmillenari” come lui, che nei primi vent’anni di questo millennio abbiamo attraversato e stiamo attraversando flagelli e disgrazie che ci fanno pensare alle piaghe d’Egitto, questa è la sensazione che proviamo dentro il sussurro o il grido di una speranza tenace, di una voglia di vivere da uomini nuovi in un mondo nuovo.

Abbiamo cominciato il nuovo millennio con la tragedia epocale della distruzione delle Torri Gemelle nel 2001, vissuta come la fine di un’epoca. Il terrorismo si è espanso su scala mondiale, seminando morte e paura.

Nel 2008 siamo entrati in una crisi economica e finanziaria mondiale che ancora dura, sperimentando il crollo della sicurezza posta nel potere economico e nel regime capitalistico, che ci aveva illusi con il mito della crescita e dello sviluppo senza freni e senza limiti, per entrare in un tempo di instabilità, di stagnazione e anche di decrescita.

Nel 2020 la pandemia del Covid19 ci ha costretto a fare i conti con il limite dell’esistere e con i nostri limiti; ci ha restituito alla nostra fragilità di piccole creature dentro un mondo oscuro e misterioso, che ci eravamo illusi di controllare e di dirigere esclusivamente con la nostra volontà di potenza; ha distrutto la nostra illusione di risolvere tutto con le conquiste della scienza e della tecnica; ci ha fatto entrare in un tempo di incertezza e anche di paura; ci ha ricordato che “siamo tutti su una stessa barca” e che nessuno si salva da solo in questo mondo.

Ci sembra di vivere come dentro un sogno, un incubo da cui vogliamo risvegliarci. Ma come ci risveglieremo?

Ascoltando le voci, le parole, le esperienze dei sogni, del sonno, dei traumi e degli incubi, come Giuseppe, e con il coraggio di rimetterci insieme in cammino, rifondando la speranza.

In questo momento, chi non spera non è libero.

Siamo stati tutti "reclusi" e abbiamo capito almeno un po' la condizione che i carcerati vivono per anni e che i poveri vivono per tutta la vita: abbiamo così scoperto che la libertà non è solo libertà di scegliere, ma libertà di essere quello che siamo, indipendentemente dalla condizione in cui viviamo.

Avremo un irrigidimento delle forme statuali di controllo e polizia da un lato e, dall’altro, si rafforzerà il mito di una tecnocrazia vissuta quasi come una religione, che sembra assicurarci sempre delle vie d’uscita e di salvezza. La speranza è una virtù bambina, insegnava Charles Péguy.

Se dobbiamo partire dall’oggi e dalla sua profondità, dobbiamo lasciarci provocare da alcune importanti questioni, che valgono per il compito di padri. E di educatori, che valgono per la vita intera.

La prima, la più importante è la non rimozione della nostra fragilità. La pandemia ci ha fatto capire che siamo tutti fragili e la fragilità non va riparata, ma accolta come unica possibilità di incontro vero con gli altri.

La seconda questione è che la speranza non possiamo possederla. La speranza è un dono, non viene da un merito umano. Non è un business plan, non è un progetto: è un movimento corale.

In questo passaggio, siamo chiamati a discernere che cosa dobbiamo salvare e che cosa dobbiamo lasciare, come Giuseppe, che nei crocevia essenziali della sua storia ebbe il coraggio di scegliere, di salvare ciò che era più importante — l’amore per Maria e la responsabilità su Gesù — lasciando andare tutto il resto.

di Johnny Dotti
Pedagogista e imprenditore sociale

 

Simposio


“Con san Giuseppe oltre il 2021” è il titolo del simposio che si tiene dal 6 all’8 dicembre presso la Casa Generalizia degli Oblati di San Giuseppe a Roma.

Don Tullio Locatelli, superiore generale Giuseppini del Murialdo introdurrà i lavori; subito dopo l’intervento di Johnny Dotti dal titolo “Con la fede adulta di san Giuseppe, in abbandono filiale a Dio”, del quale diamo una anticipazione con questo articolo.

Nei tre giorni sono previsti interventi di suor Sara Nicolini, di padre Michele Davide Semeraro, don Cesare Pagazzi, Stefania Colafranceschi, suor Daniela Del Gaudio, don Giuseppe De Virgilio, Andrea Riccardi  della Comunità Sant’Egidio. Riflessioni conclusive a cura del Comitato san Giuseppe.