· Città del Vaticano ·

La resistenza degli indios isolati

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30 settembre 2021

Nel suo splendore e  nel suo mistero, l’Amazzonia cela un dramma che, a differenza della distruzione della foresta e dell’attentato alla vita dei 390 popoli indigeni che l’abitano da sempre, non si vede. È la vicenda di 116 popoli “isolati”, in isolamento volontario, e che rifiutano qualsiasi contatto con chiunque e anche con gli altri popoli indigeni. Braccati da tutti, fuggono dai cacciatori, dai pescatori, dai madeireiros, i tagliatori di alberi dal legno pregiato, dai garimpeiros, i cercatori d’oro che devastano i villaggi, avvelenano i fiumi e introducono alcol, droga e prostituzione, e soprattutto dai fazendeiros, che spudoratamente distruggono la foresta per ridurla a savana, cacciando e uccidendo chiunque si opponga al loro agrobusiness.

Chico Mendes e suor Dorothy Stang sono solo due dei tanti martiri uccisi per aver tentato di difendere l’Amazzonia. Ma la vita di questi popoli (che secondo una ricerca recentissima potrebbero essere 170) è costantemente in pericolo di estinzione. Spesso si tratta di piccoli nuclei familiari, consapevoli di essere gli ultimi depositari di una sapienza ancestrale destinata a scomparire con loro. Il simbolo di tutti loro è un indio isolato, solo al mondo, ultimo rappresentante del suo popolo, i Corumbaria della Rondonia. Non si conosce il suo nome, si sa solo che ha attorno ai 40 anni, che vive scavando buche nella terra, e per questo viene chiamato “l’indio del buraco”. In queste buche, ogni notte diverse, si cala per dormire, dopo aver fissato l’amaca e coperto la cavità con un tetto di legna e foglie.

Lo incontrò per la prima volta, cinque anni fa, una spedizione di esperti della Funai (l’ente federale che presiede alla protezione dei popoli indigeni), contro la quale l’indio scoccò le sue frecce avvelenate. Di nuovo, un’altra équipe della Funai lo incontrò l’anno scorso. Da allora, nessuna altra notizia su questo uomo misterioso.

Guenter Francisco Loebens, missionario laico che lavora su questo difficile fronte dal 1978 per il Cimi (il Consiglio indigenista missionario) è il massimo esperto dei popoli isolati. Lo incontro a Manaus, nella casa dei gesuiti, nel barrio dell’Aparecida, dove il padre Paulo Tadeu presiede a una impressionante rete di associazioni, laiche e religiose, indigene e non, che lavorano per il riscatto degli indios. «Non essendo possibile alcun contatto diretto con loro — mi dice —  il nostro lavoro consiste innanzitutto nel dar loro visibilità, nel dire al mondo che questi popoli esistono. E poi cerchiamo di raccogliere informazioni sul loro numero, sui luoghi dove stazionano. Vogliamo sapere se hanno coperte e cibo, e se ci sono progetti di invasione dei territori dove esistono gruppi di “isolati”. Le nostre fonti sono i popoli rivieraschi — i riverinhos — e altri indigeni che sono entrati in contatto con loro. Ed è un lavoro reso più difficile da un clima politico avverso a questi popoli, a cui anzi si vuole imporre il contatto forzato».

E poi Francisco mi racconta la storia dell’etnia Juma, sterminata nel 1963 nello Stato dell’Amazonas. Si salvarono solo in 9, che furono trasferiti forzatamente dalla Funai in Rondonia. Qui, due vecchi morirono in una settimana per la tristezza di aver dovuto lasciare la loro terra. (crepacuore). Poi la Funai fu costretta dal governo, nell’83, a riportare i superstiti vicino al luogo dello sterminio. Ma alla fine rimase solo Arukà, l’ultimo rappresentante del popolo Juma, sopravvissuto ai massacri e alle invasioni, ma non al covid-19, che se lo portò via qualche mese fa. 

Attualmente, la regione che ha la più alta concentrazione di indios isolati è la Vale do Javari, lungo l’omonimo rio che separa il Brasile dal Perú. Ad Atalaia du Norte, la città dove inizia la Valle, non lontana da Tabatinga-Leticia, nel triplice confine tra Brasile, Colombia e Perú, incontro Marcos, il portavoce del cassique (il capo) dei Mayuruna, e membro dell’Unione dei Popoli della Vale do Javari (Univaja). Ha studiato a Rio de Janeiro ed è fervente sostenitore della difesa e della promozione della cultura dei popoli indigeni, compresi gli “isolati”. «Qualche mese fa, qui nella Vale do Javari — mi racconta — un gruppo di “isolati” assaltò un villaggio dei Marubo e rapì una donna. Il consigliere (militare) della Funai consigliò di uccidere i responsabili, ma i Marubo lo denunciarono perché loro, come noi, vogliono il dialogo con gli “isolati”, non la guerra. Perché tutti i popoli indigeni sono parenti fra di loro». «Tu Marcos propugni un dialogo sempre più intenso tra tutti i popoli indigeni, oggi non permesso; ma pensi che si possa aprire un dialogo anche tra cultura ancestrale e cultura occidentale?», gli chiedo. «Sì, è possibile, e anche augurabile, il dialogo tra la nostra e la vostra cultura, ma a una condizione, che gli indigeni, e soprattutto i giovani, si riapproprino della cultura ancestrale, così potentemente incentrata sull’armonia con la Madre Terra». Un’affermazione importante, anche perché il Forum Sociale Panamazzonico del prossimo anno a Belem verte proprio sul tema arduo e decisivo di questo dialogo tra culture così differenti, ma che a ben vedere abbisognano l’una dell’altra.

di Raffaele Luise