· Città del Vaticano ·

I racconti della domenica

Balaam e l’asina che parla per conto di Dio

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25 settembre 2021

Nella mentalità dei nostri antenati la magia raccoglieva molteplici espressioni culturali e spirituali. Nella Bibbia la figura dell’indovino Balaam reclutato dal re di Moab Balac ha un fascino particolare. Membro ora del popolo arameo, ora del popolo degli ammoniti, secondo il libro dei Numeri 22-24, Balaam incontra la vicenda di Israele in cammino verso la terra promessa, nelle steppe di Moab. Battaglieri gli Israeliti seminano il panico tra le popolazioni locali durante il loro cammino. I Moabiti decidono di ricorrere non alle armi ma piuttosto alla magia. Il loro re Balac interpella Balaam affinché fermi questi invasori con le sue imprecazioni. Ma una sorpresa interviene: con tutta la sua tenacia, il mago Balaam non riesce a maledire Israele. Pronuncia solo benedizioni, divenendo in modo paradossale un “profeta” di Israele, malgrado sé stesso e l’ordine del suo mittente, il re di Moab. Giunto a vedere da alture vicine il campo degli Ebrei, Balaam ripete per tre volte successive la benedizione ispiratagli da Dio invece della maledizione proposta da Balac. «Che belle sono le tue tende Israele». Prima di ripartire alla volta del suo paese enuncia un ultimo oracolo di carattere messianico: «Un astro spunterà da Giacobbe, uno scettro sorgerà da Israele». Stranamente Dio si è servito del gioco di forze antagoniste per ottenere la salvezza del suo popolo. Balaam diventa uno strumento nella mano di Dio per confermare il permanere della promessa.

La stella mattutina era il simbolo religioso del re di Babilonia (Is 14, 12). Ecco come la versione sinagogale lo interpreta: «Un re spunta da Giacobbe». La stella si è trasformata in un sovrano, il re Messia. Così accadrà per Cristo, svelato ai Magi (sacerdoti del culto di Zoroastro e colleghi di Balaam) da una stella, e definito nell’Apocalisse di Giovanni «stella radiosa del mattino» (Ap 22, 16). La luce, marchio divino, accompagnerà anche il canto messianico di Isaia: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9, 1).

Lo scettro è il segno di riconoscimento dell’autorità regale nella Bibbia. Ma anche qui il Targum riflettendo sulla tradizione sinagogale, traduce: «Un Messia sorge da Israele». Era già il senso della benedizione che il patriarca Giacobbe aveva riservato alla tribù di Giuda dalla quale sarebbe nato Davide e, quindi, il re messianico: «Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e al quale è dovuta l’obbedienza dei popoli» (Gn 49, 10). Abbiamo, così, negli oracoli del mago d’Oriente un lampeggiare del ritratto del Messia. Da notare che fu un pagano l’autore di queste profezie messianiche. Per i cristiani la stella e lo scettro rimandano ad una persona precisa, Gesù Cristo.

Gesù è la stella mattutina, come dice Pietro (2Pt 1, 19), e il sole di giustizia (Mal 4, 2). Le rivelazioni parlano del suo scettro, per indicare la sua provenienza regale in quanto discendente dal re Davide, e dal suo impero che non avrà fine (Lc 1, 33).

Mentre Balaam viaggiava cavalcando l’asina verso la terra di Moab, l’angelo del Signore gli si para dinnanzi con la spada in mano. Sembra che l’unica a vedere l’angelo sia l’asina, che quindi devia. Balaam infuriato si accanisce contro la bestia che curiosamente comincia a parlare, e a lamentarsi del trattamento ricevuto dal suo padrone. Contemporaneamente Dio concede anche a Balaam di vedere l’angelo: il profeta comprende, si pente, chiede se deve tornare indietro. Ma l’angelo gli ordina di proseguire, intimandogli di fare, quando sarà presso il re di Moab, il volere del Signore. Balaam andrà, incontrerà il re, ma non accoglierà la sua proposta di tradire Israele, che anzi benedirà.

Origene commenta la benedizione dell’uomo dall’occhio penetrante: «Quando Balaam dice belle le case di Giacobbe, non credo che lodi le loro dimore terrene… non loda le case — perché non sono arrivati alla fine — bensì ammira le tende, sotto le quali sono sempre in viaggio e, quanto più progrediscono, tanto più si allunga la via del progresso spirituale» (Omelia 17). La  tenda ricorda che tutti sono pellegrini sulla terra. Lo ricorda la festa delle capanne.

L’asina di Balaam viene identificata con la Chiesa da Origene (Omelia 13, 676). Essa è schiacciata dal peso del peccato impersonato dal cavaliere pagano, ma riscattata dall’essere stata scelta come umile cavalcatura da Cristo per il suo ingresso a Gerusalemme. Da notare infine un elemento miracoloso del racconto: Dio è stato capace di aprire la bocca dell’asina, gesto altamente simbolico. A dir poco: abbiamo qui un’ecclesiologia originale.

di Frederic Manns