· Città del Vaticano ·

Il cinquantesimo anniversario del Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa (Ccee)
L’omelia di Papa Francesco durante la messa in San Pietro

Ricostruire un continente
malato di stanchezza

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24 settembre 2021

Nel cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee), ieri pomeriggio, giovedì 23 settembre, Papa Francesco ha presieduto nella basilica di San Pietro la messa con i partecipanti all’assemblea plenaria dell’organismo, riunito a Roma fino a domenica 26. Assente per aver contratto il covid-19 il cardinale presidente Bagnasco, al momento della preghiera eucaristica sono saliti all’altare della cattedra i vicepresidenti, il cardinale inglese Nichols e l’arcivescovo polacco Gądecki. Oltre ai presidenti delle Conferenze dei presuli del vecchio continente, hanno concelebrato porporati e presuli invitati da altre aree geografiche. Pubblichiamo l’omelia pronunciata dal Pontefice dopo la proclamazione delle letture (Aggeo 1, 1-8, Salmo 149, Luca 9, 7-9).

Ci sono tre verbi che oggi ci offre la Parola di Dio e che ci interpellano come cristiani e pastori in Europa: riflettere, ricostruire, vedere.

Riflettere è ciò che il Signore invita anzitutto a fare per mezzo del profeta Aggeo: «Riflettete bene sul vostro comportamento». Due volte lo dice al popolo (Ag 1, 5.7). Su quali aspetti del proprio comportamento doveva riflettere il popolo di Dio? Ascoltiamo che cosa dice il Signore: «Vi sembra questo il momento di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?» (v. 4). Il popolo, tornato dall’esilio, si era preoccupato di risistemare le sue abitazioni. E ora si accontenta di starsene comodo e tranquillo a casa, mentre il tempio di Dio è in macerie e nessuno lo riedifica. Questo invito a riflettere ci interpella: infatti, anche oggi in Europa noi cristiani abbiamo la tentazione di starcene comodi nelle nostre strutture, nelle nostre case e nelle nostre chiese, nelle nostre sicurezze date dalle tradizioni, nell’appagamento di un certo consenso, mentre tutt’intorno i templi si svuotano e Gesù viene sempre più dimenticato.

Riflettiamo: quante persone non hanno più fame e sete di Dio! Non perché siano cattive, no, ma perché manca chi faccia loro venire l’appetito della fede e riaccenda quella sete che c’è nel cuore dell’uomo: quella «concreata e perpetua sete» di cui parla Dante (Paradiso, ii , 19) e che la dittatura del consumismo, dittatura leggera ma soffocante, prova a estinguere. Tanti sono portati ad avvertire solo bisogni materiali, non la mancanza di Dio. E noi di certo ce ne preoccupiamo, ma quanto ce ne occupiamo davvero? È facile giudicare chi non crede, è comodo elencare i motivi della secolarizzazione, del relativismo e di tanti altri ismi, ma in fondo è sterile. La Parola di Dio ci porta a riflettere su di noi: proviamo affetto e compassione per chi non ha avuto la gioia di incontrare Gesù oppure l’ha smarrita? Siamo tranquilli perché in fondo non ci manca nulla per vivere, oppure inquieti nel vedere tanti fratelli e sorelle lontani dalla gioia di Gesù?

Su un’altra cosa il Signore, tramite il profeta Aggeo, chiede al suo popolo di riflettere. Dice così: «Avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati» (v. 6). Il popolo, insomma, aveva quanto voleva, e non era felice. Che cosa gli mancava? Ce lo suggerisce Gesù, con parole che sembrano ricalcare quelle di Aggeo: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, [...] ero nudo e non mi avete vestito» (Mt 25, 42-43). La mancanza di carità causa l’infelicità, perché solo l’amore sazia il cuore. Solo l’amore sazia il cuore. Chiusi nell’interesse per le proprie cose, gli abitanti di Gerusalemme avevano perso il sapore della gratuità. Può essere anche il nostro problema: concentrarsi sulle varie posizioni nella Chiesa, su dibattiti, agende e strategie, e perdere di vista il vero programma, quello del Vangelo: lo slancio della carità, l’ardore della gratuità. La via di uscita dai problemi e dalle chiusure è sempre quella del dono gratuito. Non ce n’è un’altra. Riflettiamoci.

E dopo aver riflettuto, c’è il secondo passaggio: ricostruire. «Ricostruite la mia casa», chiede Dio tramite il profeta (Ag 1, 8). E il popolo ricostruisce il tempio. Smette di accontentarsi di un presente tranquillo e lavora per l’avvenire. E siccome c’era gente che era contraria a questo, ci dice il Libro delle Cronache che lavoravano con una mano sulle pietre, per costruire, e l’altra mano alla spada, per difendere questo processo di ricostruzione. Non è stato facile ricostruire il tempio. Di ciò ha bisogno la costruzione della casa comune europea: di lasciare le convenienze dell’immediato per tornare alla visione lungimirante dei padri fondatori, una visione — oserei dire — profetica e d’insieme, perché essi non cercavano i consensi del momento, ma sognavano il futuro di tutti. Così sono state costruite le mura della casa europea e solo così si potranno rinsaldare. Ciò vale pure per la Chiesa, casa di Dio. Per renderla bella e ospitale, occorre guardare insieme all’avvenire, non restaurare il passato. Purtroppo è di moda quel “restaurazionismo” del passato che ci uccide, ci uccide tutti. Certo, dobbiamo ripartire dalle fondamenta, dalle radici — questo sì, è vero —, perché da lì si ricostruisce: dalla tradizione vivente della Chiesa, che ci fonda sull’essenziale, sul buon annuncio, sulla vicinanza e sulla testimonianza. Da qui si ricostruisce, dalle fondamenta della Chiesa delle origini e di sempre, dall’adorazione a Dio e dall’amore al prossimo, non dai propri gusti particolari, non dai patti e negoziati che possiamo fare adesso, diciamo, per difendere la Chiesa o difendere la cristianità.

Cari Fratelli, vorrei ringraziarvi per questo non facile lavoro di ricostruzione, che portate avanti con la grazia di Dio. Grazie per questi primi 50 anni a servizio della Chiesa e dell’Europa. Incoraggiamoci, senza mai cedere allo scoraggiamento e alla rassegnazione: siamo chiamati dal Signore a un’opera splendida, a lavorare perché la sua casa sia sempre più accogliente, perché ognuno possa entrarvi e abitarvi, perché la Chiesa abbia le porte aperte a tutti e nessuno abbia la tentazione di concentrarsi solo a guardare e cambiare le serrature. Le piccole cose squisite... E noi siamo tentati. No, il cambiamento va da un’altra parte, viene dalle radici. La ricostruzione va da un’altra parte.

Il popolo d’Israele ricostruì il tempio con le proprie mani. I grandi ricostruttori della fede del continente hanno fatto lo stesso — pensiamo ai Patroni. Hanno messo in gioco la loro piccolezza, fidandosi di Dio. Penso ai Santi, come Martino, Francesco, Domenico, Pio che ricordiamo oggi; ai patroni come Benedetto, Cirillo e Metodio, Brigida, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce. Hanno cominciato da sé stessi, dal cambiare la propria vita accogliendo la grazia di Dio. Non si sono preoccupati dei tempi bui, delle avversità e di qualche divisione, che c’è sempre stata. Non hanno perso tempo a criticare e colpevolizzare. Hanno vissuto il Vangelo, senza badare alla rilevanza e alla politica. Così, con la forza mite dell’amore di Dio, hanno incarnato il suo stile di vicinanza, di compassione e di tenerezza — lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza —; e hanno costruito monasteri, bonificato terre, ridato anima a persone e Paesi: nessun programma “sociale” fra virgolette, solo il Vangelo. E con il Vangelo sono andati avanti.

Ricostruite la mia casa. Il verbo è coniugato al plurale. Ogni ricostruzione avviene insieme, nel segno dell’unità. Con gli altri. Ci possono essere visioni diverse, ma va sempre custodita l’unità. Perché, se custodiamo la grazia dell’insieme, il Signore costruisce anche lì dove noi non riusciamo. La grazia dell’insieme. È la nostra chiamata: essere Chiesa, un Corpo solo tra di noi. È la nostra vocazione, in quanto Pastori: radunare il gregge, non disperderlo e nemmeno preservarlo in bei recinti chiusi. Questo è ucciderlo. Ricostruire significa farsi artigiani di comunione, tessitori di unità a ogni livello: non per strategia, ma per Vangelo.

Se così ricostruiamo, daremo la possibilità ai nostri fratelli e sorelle di vedere. È il terzo verbo, con il quale si conclude il Vangelo odierno, con Erode che cercava di “vedere Gesù” (cfr. Lc 9, 9). Oggi come allora si parla tanto di Gesù. A quei tempi si diceva: «Giovanni è risorto dai morti [...] È apparso Elia [...] È risorto uno degli antichi profeti» (Lc 9, 7-8). Tutti costoro apprezzavano Gesù, ma non comprendevano la sua novità e lo rinchiudevano in schemi già visti: Giovanni, Elia, i profeti... Gesù, però, non si può incasellare negli schemi del “sentito dire” o del “già visto”. Gesù sempre è novità, sempre. L’incontro con Gesù ti dà stupore, e se tu nell’incontro con Gesù non senti lo stupore, non hai incontrato Gesù.

Tanti in Europa pensano che la fede sia qualcosa di già visto, che appartiene al passato. Perché? Perché non hanno visto Gesù all’opera nelle loro vite. E spesso non lo hanno visto perché noi con le nostre vite non lo abbiamo mostrato abbastanza. Perché Dio si vede nei visi e nei gesti di uomini e donne trasformati dalla sua presenza. E se i cristiani, anziché irradiare la gioia contagiosa del Vangelo, ripropongono schemi religiosi logori, intellettualistici e moralistici, la gente non vede il Buon Pastore. Non riconosce Colui che, innamorato di ogni sua pecora, la chiama per nome e la cerca per mettersela sulle spalle. Non vede Colui di cui predichiamo l’incredibile Passione, proprio perché Egli ha una sola passione: l’uomo. Questo amore divino, misericordioso e sconvolgente, è la novità perenne del Vangelo. E domanda a noi, cari Fratelli, scelte sagge e audaci, fatte in nome della tenerezza folle con cui Cristo ci ha salvati. Non ci chiede di dimostrare, ci chiede di mostrare Dio, come hanno fatto i Santi: non a parole, ma con la vita. Chiede preghiera e povertà, chiede creatività e gratuità. Aiutiamo l’Europa di oggi, malata di stanchezza — questa è la malattia dell’Europa di oggi —, a ritrovare il volto sempre giovane di Gesù e della sua sposa. Non possiamo che dare tutto noi stessi perché si veda questa intramontabile bellezza.