· Città del Vaticano ·

Tutto nacque da una “nota” durante il Vaticano ii

Figli del concilio

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24 settembre 2021

Il Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee) celebra quest’anno il suo cinquantesimo anniversario di fondazione: le norme istitutive furono approvate dalla Congregazione per i vescovi, firmate direttamente da Paolo vi il 25 marzo 1971 e rese definitive da Giovanni Paolo ii nel 1995. Voluto come organismo di comunione tra le conferenze episcopali del continente, ebbe da subito come finalità principale la promozione e la custodia del bene della Chiesa, ma anche, come recita lo Statuto, «l’esercizio della collegialità nella comunione gerarchica cum et sub romano Pontefice» e, sempre secondo lo Statuto, per «favorire una più stretta cooperazione tra i vescovi e le conferenze episcopali, promuovere e ispirare la nuova evangelizzazione, contribuire al dialogo ecumenico per l’unità dei cristiani, offrire una testimonianza ecclesiale nella società europea».

Favorire l’incontro degli episcopati, la reciproca conoscenza e lo scambio di esperienze con l’obiettivo di un nuovo annuncio di Cristo fu un segno dell’attenzione della Chiesa verso il mondo in cambiamento ma anche una vera e propria profezia: dalle instabilità del 1968 agli eventi del 1989, che portarono alla riunificazione europea tanto desiderata e attesa, fino alle sfide attuali che vedono ancora le Chiese impegnate per la costante rinascita umana e spirituale del continente. «Quanto più sembra scomparire Dio dall’orizzonte dell’uomo moderno, e crescere l’inquietudine esistenziale, paure e spinte divisive, tanto più la Chiesa è chiamata ad annunciare Cristo nostra speranza, e a testimoniare la via della comunione e della collaborazione, via che non annulla le differenze ma le rispetta e le valorizza in superiore armonia», scrive il cardinale Angelo Bagnasco, presidente del Ccee, nel suo messaggio per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario, proseguendo con una lucida analisi: «Oggi sembra diffusa una certa diffidenza verso la ragione, e questo spiega, in parte, la difficoltà della fede a trovare attenzione nelle menti e spazio nei cuori. Ne consegue lo smarrimento circa l’identità della persona umana con ricadute etiche e sociali rilevanti: ciò è evidente anche con la crisi demografica diffusa, un’incerta cultura della vita nella sua intera parabola, la percezione della libertà come assoluto individualista, il bisogno di un’educazione integrale e armonica».

Tutto nacque da una semplice “Nota” fatta circolare come proposta durante il concilio Vaticano ii dall’allora monsignor Roger Etchegaray, che teorizzava un minimo di struttura di coordinamento per creare uno scambio di comunicazione costante tra i vescovi europei. Da quell’iniziativa sbocciò «una storia lunga cinquant’anni, fortemente radicata nelle tradizioni delle Chiese locali, eppure protesa verso l’esterno, non provinciale, addirittura profetica, dal momento che fin dalla sua origine non guarda all’Europa secondo i confini politici, che al tempo si fermavano alla “Cortina di ferro”, ma ai confini culturali. L’Europa è cristiana, al di là dei confini politici, i cristiani sono ovunque. E dovunque vanno considerati, accompagnati e sostenuti. Era una Chiesa in uscita, secondo un’espressione che è diventata nota con Papa Francesco. Era una Chiesa che guardava alle periferie. Ma mantenendo una consapevolezza forte: che nella Chiesa non ci sono periferie, perché dove c’è l’Eucaristia c’è sempre il centro della Chiesa» (Andrea Gagliarducci, Cristo speranza dell’Europa, 50 anni della Chiesa europea tra passato e futuro, Città Nuova, 2021, pag. 7). Nell’ambito del cammino del Ccee si staglia la figura di Karol Wojtyła, che già da cardinale intuisce le possibilità di un “network di vescovi” che li aiuterà a centrare l’attenzione sui problemi del mondo contemporaneo, a parlare e a sostenere la libertà religiosa, per una sempre maggior presenza nella sfera sociale e culturale. «Per Giovanni Paolo ii non si tratta solo di essere sale della terra, ma di essere anche luce del mondo», scrive Gagliarducci nel suo lavoro di ricerca. Il programma delle Chiese europee è ben racchiuso in quello che è il documento fondamentale di questo cammino: l’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa di Giovanni Paolo ii del 2003. È stato proprio il Papa polacco a parlare dell’Europa come continente della speranza, di quell’unica speranza che può provenire da Cristo. E se il vento del concilio Vaticano ii continua a soffiare sulla barca della Chiesa, oggi è quanto mai «necessario porre attenzione al dialogo fra tutte le religioni come base per la costruzione di un mondo fraterno», scrive ancora Bagnasco, «nonché un urgente impegno verso il creato di cui siamo custodi. Sfide, queste, sulle quali Papa Francesco richiama l’attenzione e offre indicazioni operative».

Attualmente il Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, che ha la sua sede a San Gallo, in Svizzera, è composto da 39 membri, di cui 33 sono conferenze episcopali alle quali si aggiungono gli arcivescovi del Lussemburgo e del Principato di Monaco, l’arcivescovo di Cipro dei Maroniti, il vescovo di Chişinău (Moldova), il vescovo dell’eparchia di Mukachevo (Ucraina) e l’amministratore apostolico dell’Estonia. Insieme rappresentano la Chiesa cattolica in 45 Paesi del continente europeo. Prima del cardinale Bagnasco ha avuto sei presidenti: il cardinale Roger Etchegaray (1971-1979); il cardinale Basil Hume (1979-1986); il cardinale Carlo Maria Martini (1986-1993); il cardinale Miloslav Vlk (1993-2001); monsignor Amédée Grab (2001-2006); il cardinale Péter Erdő (2006-2016).

Una missione, quella della Chiesa in Europa, che guarda alle diverse sfide che la attendono nel prossimo futuro, a cominciare da una giusta ripresa dopo questa pandemia. Un cammino sempre di più teso alla comunione, a uno stile sinodale da assumere, che ha portato a decine di simposi, alla partecipazione attiva ai sinodi del 1991 e del 1999, a tre grandi assemblee ecumeniche, a cinquanta assemblee plenarie. Nel messaggio del presidente Bagnasco, mentre si prende atto della situazione religiosa del continente che sembrerebbe caratterizzata da un “deserto spirituale”, si indicano vie e germogli di speranza che commuovono, infondono fiducia ed entusiasmo nell’annuncio integrale del Vangelo. Il porporato invita a lanciare lo sguardo oltre le apparenze: «Sotto la superficie, infatti, vive uno stuolo di persone di ogni età che cercano il senso dell’esistenza e sentono nostalgia di Dio». E definisce questa «l’ora di un risveglio delle coscienze, risveglio forse lento ma inarrestabile. È uno dei segni che confermano che lo Spirito del Risorto soffia sempre sulla barca della Chiesa».

Benedetto xvi e Francesco, al timone della Chiesa in questo primo scorcio di terzo millennio, proseguiranno nella scia tracciata da Giovanni Paolo ii , non solo per richiamare le radici cristiane dell’Europa, indicandole come la linfa e l’anima dell’intero continente, ma anche per guardare al futuro con realismo e speranza, impegnando i credenti a essere protagonisti delle nuove sfide. Con Ratzinger si aprì un nuovo capitolo per la Chiesa; si guardava alle sfide in modo diverso, razionale e dialogico. Benedetto xvi puntò molto sulla sussidiarietà e sull’impegno di ciascuna Chiesa, indicando chiaramente quelli che sono i valori fondanti che accomunano le nazioni: «La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma, dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa» (Discorso al Parlamento federale tedesco, 22 settembre 2011).

L’avvento di Papa Francesco orienterà maggiormente l’impegno dell’episcopato europeo verso un’idea concreta di sinodalità, fino alla riforma della stessa con il Sinodo dei vescovi chiamato a essere, in questo tempo, un processo più che un evento. Il Pontefice sta ponendo segni forti che interpellano, credenti e pastori, per una Chiesa ancora più aperta all’accoglienza dell’altro, in virtù di quella fraternità che è identitaria, che travalica gli stessi confini non solo geografici ma anche culturali. Il crescente fenomeno migratorio, dovuto alle guerre e alla fame, offre nuove basi di riflessione sul ruolo e sul servizio delle Chiese europee, per attivare forme di dialogo con altre esperienze religiose.

di Debora Ruffolo