· Città del Vaticano ·

Il magistero

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23 settembre 2021

Venerdì 17

In cerca
di nuovi
“alfabeti”
della fede

Il luogo privilegiato della catechesi è la celebrazione eucaristica, dove i fratelli e le sorelle si ritrovano insieme per scoprire sempre di più i differenti modi della presenza di Dio nella loro vita.

Nel Vangelo di Matteo i discepoli chiedono a Gesù: «Dove vuoi che prepariamo, perché tu possa mangiare la Pasqua?».

Le parole con cui li invia sono: «Andate in città».

Questo particolare ci fa rileggere il cammino della catechesi come momento attraverso il quale i cristiani, che si preparano a celebrare il culmine del mistero della fede, sono invitati ad andare prima “in città”, per incontrare le persone indaffarate nei loro impegni quotidiani.

La catechesi non è una comunicazione astratta di conoscenze teoriche da memorizzare come formule di matematica o di chimica.

È l’esperienza di quanti imparano a incontrare i fratelli dove vivono e operano.

Dobbiamo insistere per indicare il cuore della catechesi: Gesù Cristo risorto ti ama e non ti abbandona mai!

Questo primo annuncio non può mai trovarci stanchi né ripetitivi.

Per questo ho istituito il ministero di catechista. Stanno preparando il rituale per la “creazione” dei catechisti.

Perché la comunità cristiana senta l’esigenza di suscitare questa vocazione e di sperimentare il servizio di alcuni uomini e donne che, vivendo della celebrazione eucaristica, sentano più viva la passione di trasmettere la fede come evangelizzatori.

Essi sono testimoni che si mettono al servizio della comunità, per sostenere l’approfondimento della fede nel concreto della vita quotidiana... persone che annunciano senza stancarsi il Vangelo della misericordia; capaci di creare i legami necessari di accoglienza e vicinanza che permettono di gustare la Parola di Dio e di celebrare il mistero eucaristico.

Ricordo con amore le due catechiste che mi hanno preparato per la Prima Comunione, e ho continuato il rapporto con loro da sacerdote e anche, con una di loro che era viva ancora, da vescovo.

Sentivo un grande rispetto, anche un sentimento di ringraziamento, senza esplicitarlo, ma si sentiva come una venerazione. Perché mi avevano preparato per la Prima Comunione, insieme a una suora.

Per me è stata una cosa bella, accompagnarle fino alla fine, ambedue. E anche la suora, che mi ha preparato alla parte liturgica della Comunione: è morta, e io sono stato lì, con lei, accompagnandola.

A scuola
dai grandi
santi

L’evangelizzazione non è mera ripetizione del passato. I grandi santi evangelizzatori, come Cirillo e Metodio, come Bonifacio, sono stati creativi, con la creatività dello Spirito.

Hanno aperto nuove strade, inventato nuovi linguaggi, nuovi “alfabeti”, per trasmettere il Vangelo, per l’inculturazione della fede.

Questo chiede di saper ascoltare la gente, i popoli a cui si annuncia: la loro cultura, la loro storia; non superficialmente, pensando già alle risposte preconfezionate che abbiamo nella valigetta!

Ascoltare davvero, e mettere a confronto quelle culture, quei linguaggi, anche e soprattutto il non-detto, il non-espresso, con la Parola, con Gesù Vangelo vivente.

Non è questo il compito più urgente della Chiesa tra i popoli dell’Europa?

La grande tradizione cristiana del continente non deve diventare un reperto storico, altrimenti non è più “tradizione”!

La tradizione o è viva o non è.

La catechesi è tradizione, è tradere, ma tradizione viva, da cuore a cuore, da mente a mente, da vita a vita.

Dunque: appassionati e creativi, con la spinta dello Spirito Santo.

Ho usato la parola “preconfezionato” per il linguaggio, ma ho paura dei catechisti con il cuore, l’atteggiamento e la faccia “preconfezionati”.

O il catechista è libero o non è catechista. Il catechista si lascia colpire dalla realtà e trasmette il Vangelo con creatività.

(Discorso nella Sala Clementina ai partecipanti all’incontro su “catechesi e catechisti” organizzato dal Pontificio Consiglio per la promozione
della nuova evangelizzazione)

Domenica 19

Il primo
si metta
in coda

Il Vangelo della Liturgia odierna narra una frase forte, che vale anche oggi: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

Se vuoi essere il primo, devi andare in coda, essere l’ultimo, e servire tutti.

Il Signore inaugura un capovolgimento: rovescia i criteri che segnano che cosa conta davvero.

Il valore di una persona non dipende dal ruolo che ricopre, dal successo che ha, dal lavoro che svolge, dai soldi in banca.

La grandezza e la riuscita, agli occhi di Dio, hanno un metro diverso: si misurano sul servizio.

Non su quello che si ha, ma su quello che si dà. Vuoi primeggiare? Servi.

Oggi la parola “servizio” appare un po’ sbiadita, logorata dall’uso.

Ma nel Vangelo servire non è un’espressione di cortesia: è fare come Gesù, il quale, riassumendo in poche parole la sua vita, ha detto di essere venuto non per farsi servire, ma per servire.

Se vogliamo seguire Gesù, dobbiamo percorrere la via che Lui ha tracciato, la via del servizio.

La nostra fedeltà al Signore dipende dalla nostra disponibilità a servire.

Questo costa perché “sa di croce”.

Mentre crescono la cura e la disponibilità verso gli altri, diventiamo più liberi dentro, più simili a Gesù.

Più serviamo, più avvertiamo la presenza di Dio. Soprattutto quando serviamo chi non ha da restituirci, i poveri, abbracciandone le difficoltà e i bisogni con tenera compassione.

Gesù dopo aver parlato del primato del servizio, compie un gesto. Prende un bambino e lo pone in mezzo ai discepoli

Il bambino nel Vangelo non simboleggia tanto l’innocenza, quanto la piccolezza. Perché i piccoli dipendono dagli altri, dai grandi, hanno bisogno di ricevere.

Gesù abbraccia quel bambino e dice che chi accoglie un bambino, accoglie Lui.

Ecco anzitutto chi servire: quanti hanno bisogno di ricevere e non hanno da restituire. Servire coloro che hanno bisogno di ricevere e non hanno da restituire.

Accogliendo chi è ai margini, trascurato, accogliamo Gesù, perché Egli sta lì.

In un piccolo, in un povero che serviamo riceviamo l’abbraccio tenero di Dio.

Facciamoci delle domande: mi interesso a chi è più trascurato? Oppure, come i discepoli quel giorno, vado in cerca di gratificazioni personali?

Intendo la vita come una competizione per farmi spazio a discapito degli altri o credo che primeggiare significa servire?

Dedico tempo a qualche “piccolo”, a una persona che non ha i mezzi per contraccambiare? Mi occupo di qualcuno che non può restituirmi o solo dei miei parenti e amici? Servire non ci fa diminuire, ma crescere.

Persone
ingiustamente trattenute

Desidero assicurare la mia preghiera per le persone che sono ingiustamente trattenute in Paesi stranieri. Ci sono purtroppo vari casi, con cause diverse e a volte complesse; auspico che, nel doveroso adempimento della giustizia, queste persone possano al più presto tornare in patria.

175 anni fa
l’apparizione della Madonna di La Salette

Il mio pensiero va a quanti sono radunati al Santuario di La Salette, in Francia, nel ricordo del 175° anniversario dell’apparizione della Madonna, che si mostrò in lacrime a due ragazzi.

Le lacrime di Maria fanno pensare a quelle di Gesù... Sono un riflesso del dolore di Cristo per i nostri peccati e un appello sempre attuale ad affidarsi alla misericordia di Dio.

(Angelus dalla finestra dello studio privato
del Palazzo apostolico
con i fedeli in piazza San Pietro)

Martedì 21

Le sfide
contemporanee lette
alla luce
della Croce

Il Congresso si propone di approfondire l’attualità della Croce nel contesto dei molteplici areopaghi contemporanei. Risponde al desiderio di San Paolo della Croce di adoperarsi affinché il Mistero pasquale, carisma della Famiglia religiosa passionista, venga irradiato e diffuso, in risposta alla Carità divina.

Contemplando il Crocifisso, vediamo ogni dimensione umana abbracciata dalla misericordia di Dio.

Il suo amore tocca, attraverso la Croce, i quattro punti cardinali e raggiunge le estremità della nostra condizione, congiungendo in modo inscindibile il rapporto verticale con Dio e quello orizzontale con gli uomini, in una fraternità che la morte di Gesù ha reso universale.

L’immensa potenza salvifica che si sprigiona dalla debolezza della Croce indica alla teologia l’importanza di uno stile che sappia unire l’altezza del pensiero all’umiltà del cuore.

Di fronte al Crocifisso, essa è pure invitata a rivolgersi alla condizione più fragile e concreta dell’uomo e a rinunciare a modalità e intenti polemici, condividendo con animo lieto la fatica dello studio e ricercando con fiducia i preziosi semi che il Verbo sparge nella pluralità frastagliata e talvolta contraddittoria della cultura.

La Croce del Signore è perciò attuale ed efficace anche e soprattutto in un frangente, quale quello contemporaneo, caratterizzato da mutamenti rapidi e complessi.

Il Congresso si propone di declinare la Sapientia Crucis in vari ambiti — le sfide delle culture, la promozione dell’umanesimo e del dialogo interreligioso e i nuovi scenari dell’Evangelizzazione —, associando alla riflessione scientifica manifestazioni che ne attestano l’incidenza benefica.

Auspico che l’iniziativa, promuovendo fecondi confronti teologici, culturali e pastorali, contribuisca a una lettura rinnovata delle sfide contemporanee alla luce della Sapienza della Croce.

(Messaggio al superiore generale dei passionisti
in occasione del Congresso teologico «La Sapienza della Croce in un mondo plurale»)

Mercoledì 22

Preghiera
radici
speranza

Il Viaggio Apostolico compiuto a Buda-pest e in Slovacchia, concluso proprio una settimana fa, è stato un pellegrinaggio di preghiera, un pellegrinaggio alle radici, un pellegrinaggio di speranza.

La prima tappa è stata a Budapest, per la Santa Messa conclusiva del Congresso Eucaristico Internazionale, rinviata di un anno a causa della pandemia.

Il popolo santo di Dio, nel giorno del Signore, si è riunito davanti al mistero dell’Eucaristia. Era abbracciato dalla Croce che campeggiava sopra l’altare, a mostrare la via dell’amore umile e disinteressato, generoso e rispettoso verso tutti, della via della fede che purifica dalla mondanità.

La mondanità ci rovina tutti: è un tarlo che ci rovina da dentro.

Il pellegrinaggio si è concluso in Slovacchia nella Festa di Maria Addolorata. Anche là, a Šaštín, presso il Santuario della Vergine dei Sette Dolori, un grande popolo di figli è accorso.

Il mio è stato così un pellegrinaggio di preghiera nel cuore dell’Europa, cominciato con l’adorazione e concluso con la pietà popolare.

La nostra vita dev’essere così: adorare, pregare, camminare, peregrinare, fare penitenza. E ciò ha una particolare importanza nel continente europeo, dove la presenza di Dio viene annacquata — lo vediamo tutti i giorni — dal consumismo e dai “vapori” di un pensiero unico frutto del miscuglio di vecchie e nuove ideologie.

Un popolo
fedele nella
persecuzione

Ho visto un popolo fedele che ha sofferto la persecuzione ateista. L’ho visto anche nei volti dei nostri fratelli e sorelle ebrei, con i quali abbiamo ricordato la Shoah.

Perché non c’è preghiera senza memoria. Quando preghiamo, dobbiamo fare memoria della nostra vita, della vita del nostro popolo, di tanta gente che ci accompagna, tenendo conto di qual è stata la loro storia.

Uno dei Vescovi slovacchi, già anziano, nel salutarmi mi ha detto: “Io ho fatto il conduttore di tram per nascondermi dai comunisti”.

È bravo, questo Vescovo: nella dittatura, nella persecuzione lui era un conduttore di tram, poi di nascosto faceva il suo “mestiere” di Vescovo e nessuno lo sapeva. Così è nella persecuzione.

Secondo aspetto: un pellegrinaggio alle radici. Incontrando i fratelli Vescovi, sia a Budapest sia a Bratislava, ho potuto toccare con mano il ricordo grato di queste radici di fede e di vita cristiana, vivide nell’esempio luminoso di testimoni della fede, come i Cardinali Mindszenty e Korec e il beato Vescovo Pavel Peter Gojdič.

Radici che scendono in profondità fino al nono secolo, fino all’opera evangelizzatrice dei santi fratelli Cirillo e Metodio.

Ho percepito la forza di queste radici nella celebrazione della Divina Liturgia in rito bizantino, a Prešov, nella festa della Santa Croce.

Nei canti ho sentito vibrare il cuore del santo popolo fedele, forgiato da tante sofferenze patite per la fede.

Lo Spirito
Santo
linfa vitale

Queste radici sono sempre vive, piene della linfa vitale che è lo Spirito Santo, e devono essere custodite: non come reperti da museo, non ideologizzate e strumentalizzate per interessi di prestigio e di potere, per consolidare un’identità chiusa. Questo vorrebbe dire tradirle e sterilizzarle!

Cirillo e Metodio non sono personaggi da commemorare ma modelli da imitare, maestri da cui imparare il metodo dell’evangelizzazione e dell’impegno civile.

Durante questo viaggio nel cuore dell’Europa ho pensato spesso ai padri dell’Unione europea, come l’hanno sognata, non come un’agenzia per distribuire le colonizzazioni ideologiche della moda.

Garanzia
di futuro

Così intese e vissute, le radici sono garanzia di futuro: da esse germogliano folti rami di speranza.

Anche noi abbiamo radici. Ricordiamo le nostre radici? Dei padri, dei nonni? E siamo collegati ai nonni che sono un tesoro? “Ma, sono vecchi...”. No: loro ti danno la linfa, tu devi andare da loro e prendere per crescere e portare avanti.

Noi non diciamo: “Va’, e rifugiati nelle radici”: no. “Va’ alle radici, prendi da lì la linfa e vai avanti. Vai al tuo posto”.

Ripeto quel verso tanto bello: “Tutto quello che l’albero ha di fiorito gli viene da quello che ha di sotterrato”.

Tu puoi crescere nella misura in cui sei unito alle radici: ti viene la forza da lì.

Se tagli le radici, non ti porta a nulla, non ti fa crescere: finirai male.

Terzo aspetto: un pellegrinaggio di speranza. Ho visto tanta speranza negli occhi dei giovani allo stadio di Košice... tante coppie giovani e tanti bambini.

Ho pensato all’inverno demografico che noi stiamo vivendo, e quei Paesi fioriscono di coppie giovani e di bambini.

Specialmente in tempo di pandemia, questo momento di festa è stato un segno forte e incoraggiante.

Forte e profetica è la testimonianza della Beata Anna Kolesárová, ragazza slovacca che a costo della vita difese la propria dignità contro la violenza: una testimonianza più che mai attuale, purtroppo, perché la violenza sulle donne è una piaga aperta.

Ho visto speranza in tante persone che, silenziosamente, si occupano e si preoccupano del prossimo.

Penso alle Missionarie della Carità del Centro Betlemme a Bratislava, brave suorine che ricevono gli scartati della società: pregano e servono, pregano e aiutano tanto... senza pretese. Sono gli eroi di questa civilizzazione. Riconoscenza a Madre Teresa e a queste suore [che] accolgono le persone senzatetto.

Penso alla comunità Rom e a quanti si impegnano con loro per un cammino di fraternità e di inclusione.

I Rom sono dei fratelli nostri: dobbiamo accoglierli, dobbiamo essere vicini come fanno i Padri salesiani lì a Bratislava.

Sempre
insieme
mai da soli

Questa speranza di Vangelo che ho potuto vedere, si realizza, si fa concreta solo se declinata con un’altra parola: insieme.

La speranza mai delude, la speranza non va mai da sola, ma insieme.

A Budapest e in Slovacchia ci siamo trovati insieme con i diversi riti della Chiesa Cattolica, insieme con i fratelli di altre Confessioni cristiane, insieme con i fratelli Ebrei, insieme con i credenti di altre religioni, insieme con i più deboli.

Questa è la strada, perché il futuro sarà di speranza se sarà insieme, non da soli.

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi )