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Per la cura della casa comune

Parlare è agire

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22 settembre 2021

I giovani che parteciperanno alla Cop26 saranno chiamati a rappresentare un’intera generazione il cui futuro è stato messo seriamente a rischio dal cambiamento climatico, oggi alle soglie dell’irreversibilità e già causa di numerosi disastri umanitari. Una responsabilità importante se si considerano i tanti ragazzi coinvolti da tempo nella costruzione di un mondo migliore. Ne è un esempio luminoso il giovane britannico Conleth Burns, laureato in legge ad Oxford, da anni impegnato nel Progetto Mondo Unito.

Conleth, negli ultimi anni i giovani sono stati protagonisti di importanti proteste ambientali, ma non pensi che questo sia il tempo dell’azione più che delle proteste?

Per molti dei giovani che vi hanno preso parte, i Friday’s for Future sono stati una forma di azione molto concreta. Milioni di loro hanno attuato anche scelte personali responsabili cambiando stile di vita e facendo diventare green viaggi e diete. Intendiamoci, erano consapevoli che questi piccoli gesti non avrebbero risolto la crisi climatica, ma hanno scelto comunque di schierarsi in modo coerente affermando così che l’impegno della loro generazione era serio. Penso che oggi i giovani possano fare due cose molto importanti: innanzitutto, continuare a fare pressione sui governi perché affrontino seriamente il cambiamento climatico con azioni concrete in grado di assicurare la transizione verso l’obiettivo del cosiddetto impatto zero. I giovani hanno contribuito tanto a rendere i governi consapevoli della loro responsabilità ecologica, ora è il momento di spingere per la sua piena attuazione; in secondo luogo, i giovani dovranno riuscire a coinvolgere anche le altre generazioni. Penso ai genitori e ai nonni, con particolare attenzione ai più scettici, i quali devono comprendere rapidamente quanto inarrestabile sia il cambiamento climatico se non agiremo tutti e subito.

Alla Cop-giovani voi ragazzi avrete la possibilità di incidere ufficialmente sulle negoziazioni internazionali per il clima. In concreto cosa ti aspetti da questo dialogo intergenerazionale?

Penso che sia fantastico che nel programma della Cop26 il tema dei giovani emerga come uno dei principali. È un segnale incoraggiante e spero che i Governi sappiano cogliere appieno le opportunità offerte da questo dialogo. Tuttavia, ancora molto lavoro deve essere fatto perché questo dialogo assuma il ruolo centrale che gli spetta. Naturalmente i giovani non hanno tutte le risposte, e purtroppo nemmeno le generazioni che ci hanno preceduto, ma solo insieme possiamo trovare le giuste soluzioni. Il dialogo sul clima non può essere una disquisizione scientifica. Qua si tratta di cambiare i nostri modelli sociali e i nostri stili di vita, e per farlo serve un confronto concreto su temi importanti come il lavoro, l’abitare, il consumo, il diritto alla sussistenza. Nei nostri dibattiti giovanili sul clima la questione più importante riguarda il rendere equa la transizione ecologica. Equità per le generazioni future, per i giovani di oggi, per le industrie che dovranno chiudere, per i più svantaggiati di oggi e di domani. Questo trasforma la discussione sul clima in una riflessione sul mondo in cui vogliamo davvero vivere, che dovrà necessariamente essere più equo e più attento.

Il tuo impegno personale è sull’“unità”. Vuoi parlarci delle tue esperienze?

Ho lavorato su questo tema a livello sia locale che globale. Insieme alla mia comunità locale cerco di capire come occuparci al meglio del nostro piccolo villaggio situato vicino alla costa nell’Irlanda del Nord. Qui ho visto in prima persona come l’azione per proteggere l’ambiente possa unire le comunità dove ci sono state divisioni in passato. Sul piano internazionale invece ho lavorato principalmente per sostenere gli attivisti e le comunità di tutto il mondo che fanno parte della rete United World Project. Il Progetto Mondo Unito è stato creato 10 anni fa dai giovani del movimento dei Focolari come spazio per lavorare con individui e organizzazioni che vogliono rendere più unita l’umanità. Siamo una rete di persone e organizzazioni presenti in molti Paesi del mondo e ci lasciamo ispirare da tre semplici parole: imparare, agire e condividere. Concretamente esploriamo le idee, i concetti e le esperienze che possono favorire dialogo e unità; quindi cerchiamo di fare leva su queste per rispondere ai bisogni delle comunità divise; e per favorire tutto questo realizziamo campagne di sensibilizzazione. In particolare, nell’ultimo anno abbiamo costruito una campagna chiamata #DareToCare (“il coraggio di prendersi cura”) e in questa fase ci stiamo concentrando su persone, pianeta e conversione ecologica. Stiamo chiedendo ai decisori di tutto il mondo di cogliere questo momento post-pandemico per mettere la cura dell’ambiente al centro della ripresa. Una sfida importante che dovremmo tutti raccogliere.

*Progetto giovani e ambiente
di Earth Day Italia

di Lucrezia Tuccillo*