· Città del Vaticano ·

All’Angelus il Pontefice esorta a servire chi non ha da restituire

Il primo si metta in coda

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20 settembre 2021

È un vero e proprio esame di coscienza sul senso del servizio, quello proposto da Papa Francesco nella meditazione che ieri, 19 settembre, ha preceduto a mezzogiorno la recita dell’Angelus con i fedeli in piazza San Pietro. «Intendo la vita come una competizione per farmi spazio a discapito degli altri oppure credo che primeggiare significa servire?», ha detto il Pontefice dalla finestra dello Studio privato del Palazzo apostolico vaticano. Invitando a chiedersi se si dedica tempo anche a chi «non ha i mezzi per contraccambiare». Ecco le sue parole a commento del vangelo della xxv domenica del tempo ordinario.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo della Liturgia odierna (Mc 9, 30-37) narra che, lungo il cammino verso Gerusalemme, i discepoli di Gesù discutevano su chi «tra loro fosse più grande» (v. 34). Allora Gesù rivolse loro una frase forte, che vale anche per noi oggi: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (v. 35). Se tu vuoi essere il primo, devi andare in coda, essere l’ultimo, e servire tutti. Mediante questa frase lapidaria, il Signore inaugura un capovolgimento: rovescia i criteri che segnano che cosa conta davvero. Il valore di una persona non dipende più dal ruolo che ricopre, dal successo che ha, dal lavoro che svolge, dai soldi in banca; no, no, non dipende da quello; la grandezza e la riuscita, agli occhi di Dio, hanno un metro diverso: si misurano sul servizio. Non su quello che si ha, ma su quello che si dà. Vuoi primeggiare? Servi. Questa è la strada.

Oggi la parola “servizio” appare un po’ sbiadita, logorata dall’uso. Ma nel Vangelo ha un significato preciso e concreto. Servire non è un’espressione di cortesia: è fare come Gesù, il quale, riassumendo in poche parole la sua vita, ha detto di essere venuto «non per farsi servire, ma per servire» (Mc 10, 45). Così ha detto il Signore. Dunque, se vogliamo seguire Gesù, dobbiamo percorrere la via che Lui stesso ha tracciato, la via del servizio. La nostra fedeltà al Signore dipende dalla nostra disponibilità a servire. E questo, lo sappiamo, costa, perché “sa di croce”. Ma, mentre crescono la cura e la disponibilità verso gli altri, diventiamo più liberi dentro, più simili a Gesù. Più serviamo, più avvertiamo la presenza di Dio. Soprattutto quando serviamo chi non ha da restituirci, i poveri, abbracciandone le difficoltà e i bisogni con la tenera compassione: e lì scopriamo di essere a nostra volta amati e abbracciati da Dio.

Gesù, proprio per illustrare questo, dopo aver parlato del primato del servizio, compie un gesto. Abbiamo visto che i gesti di Gesù sono più forti delle parole che usa. E qual è il gesto? Prende un bambino e lo pone in mezzo ai discepoli, al centro, nel luogo più importante (cfr. v. 36). Il bambino, nel Vangelo, non simboleggia tanto l’innocenza, quanto la piccolezza. Perché i piccoli, come i bambini, dipendono dagli altri, dai grandi, hanno bisogno di ricevere. Gesù abbraccia quel bambino e dice che chi accoglie un piccolo, un bambino, accoglie Lui (cfr. v. 37). Ecco anzitutto chi servire: quanti hanno bisogno di ricevere e non hanno da restituire. Servire coloro che hanno bisogno di ricevere e non hanno da restituire. Accogliendo chi è ai margini, trascurato, accogliamo Gesù, perché Egli sta lì. E in un piccolo, in un povero che serviamo riceviamo anche noi l’abbraccio tenero di Dio.

Cari fratelli e sorelle, interpellati dal Vangelo, facciamoci delle domande: io, che seguo Gesù, mi interesso a chi è più trascurato? Oppure, come i discepoli quel giorno, vado in cerca di gratificazioni personali? Intendo la vita come una competizione per farmi spazio a discapito degli altri oppure credo che primeggiare significa servire? E, concretamente: dedico tempo a qualche “piccolo”, a una persona che non ha i mezzi per contraccambiare? Mi occupo di qualcuno che non può restituirmi o solo dei miei parenti e amici? Sono domande che noi possiamo farci.

La Vergine Maria, umile serva del Signore, ci aiuti a comprendere che servire non ci fa diminuire, ma ci fa crescere. E che c’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr. At 20, 35).

Al termine della preghiera mariana, il Papa ha espresso vicinanza alle vittime di inondazioni in Messico e alle persone ingiustamente trattenute in Paesi stranieri, ha ricordato il 175° anniversario dell’apparizione della Madonna a La Salette e rivolto saluti a diversi gruppi di pellegrini.

Cari fratelli e sorelle,

sono vicino alle vittime delle inondazioni avvenute nello Stato di Hidalgo, in Messico, specialmente ai malati morti nell’ospedale di Tula e ai loro familiari.

Desidero assicurare la mia preghiera per le persone che sono ingiustamente trattenute in Paesi stranieri. Ci sono purtroppo vari casi, con cause diverse e a volte complesse; auspico che, nel doveroso adempimento della giustizia, queste persone possano al più presto tornare in patria.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi — polacchi, slovacchi, dall’Honduras... Bravi! —: famiglie, gruppi, associazioni e singoli fedeli. In particolare, saluto i cresimandi di Scandicci e l’Associazione Allievi del Servo di Dio Padre Gianfranco Maria Chiti, frate Cappuccino di cui ricorre il centenario della nascita.

Il mio pensiero va a quanti sono radunati al Santuario di La Salette, in Francia, nel ricordo del 175° anniversario dell’apparizione della Madonna, che si mostrò in lacrime a due ragazzi. Le lacrime di Maria fanno pensare a quelle di Gesù su Gerusalemme e alla sua angoscia nel Getsemani. Sono un riflesso del dolore di Cristo per i nostri peccati e un appello sempre attuale ad affidarsi alla misericordia di Dio.

Auguro a tutti voi una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci! Bravi i ragazzi dell’Immacolata!