· Città del Vaticano ·

Attraverso i Vangeli, emerge la figura di un padre lavoratore esemplare

Il figlio del falegname

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17 settembre 2021

«San Giuseppe era un carpentiere che ha lavorato onestamente per garantire il sostentamento della sua famiglia. Da lui Gesù imparò il valore, la dignità e la gioia di ciò che significa mangiare il pane frutto del proprio lavoro» (Lettera apostolica Patris corde, n. 6). Con queste parole Papa Francesco ci offre un quadro completo e dettagliato di ciò che significarono l’esempio di vita, la testimonianza e il lavoro di Giuseppe per il bambino e per il giovane Gesù.

La genealogia materna di Gesù Cristo conclude il suo percorso di promessa paterna multigenerazionale abramitica (cfr. Gn 17, 5) con Giuseppe (cfr. Mt 1, 1-16). In Luca l’eredità umana e soteriologica ricevuta da Gesù, che proviene dal Padre e dallo Spirito Santo purificatore, comincia con Giuseppe per portarci dentro fino ad Adamo primigenio (cfr. Lc 3, 23-28). La figura di Giuseppe è dunque presente in maniera centrale, imprescindibile e bidirezionale nella genealogia di tutta l’umanità confluita in Gesù.

La presenza di questo uomo considerato giusto (cfr. Mt 1, 19) ci commuove per le sue azioni generose, i suoi silenzi, i suoi sogni e il suo lavoro. Di lui si nutrì nostro Signore Gesù Cristo per coltivare un’immagine incarnata e inculturata di paternità responsabile. Il compito di Giuseppe consistette anche nella sua esemplarità di fede. Di fatto, insieme a Maria, ogni anno portava Gesù alle feste più importanti, in particolare a quella pasquale (cfr. Mt 2, 38). Completava quegli insegnamenti di religiosità sincera e umile con la sua pazienza nell’insegnare al Figlio dell’uomo il suo mestiere di artigiano nell’ambito sia familiare sia comunitario (cfr. Lc 2, 39-40; 51-52).

L’attività artigianale di carpentiere, sebbene non collocasse Giuseppe nei gradini più bassi della scala sociale, bensì in quelli intermedi, all’epoca non era esente da discriminazione. Lo vediamo a volte nella domanda denigratoria: «Non è costui il figlio del falegname?» (Mt 13, 55). L’ombra del crudele legno della croce si stava già stagliando sull’opacità degli attrezzi nella luce della nobile officina familiare! Forse si potrebbe intendere come il cammino sacrificale, quotidiano e ascendente, di Gesù e della compartecipazione a quell’opera da parte dello stesso Giuseppe. Il contro-sistema dell’annunciato regno di Dio viveva in quegli eventi un’anticipazione della violenza che avrebbe poi subito dal regno del potere asociale del dio denaro e dalla derisione di un mondo ostile al servizio dell’umile lavoratore. Qualche paragrafo più avanti, sempre al numero 6 della Patris corde, troviamo parole che ci anticipano questo concetto. «Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione».

Risulta interessante l’unione materiale in senso lato, ma anche artigianale e metaforico, che compie Ernst Bloch, il quale sostiene che la stalla, il figlio del falegname, il sognatore tra la gente umile, il patibolo finale, tutto è fatto di materiale storico e non del materiale dorato che piace tanto alla saga (cfr. Il principio speranza. Garzanti, Milano 1994). Il simbolismo del legno, il suo uso e i suoi derivati sono trattati anche da Hans Küng quando afferma che, al di là di quello che lo storico può dire sulla stalla di Betlemme, è certo che ha un valore simbolico. Gesù indubbiamente non fu un proletario, non apparteneva all’ampio strato inferiore della società; gli artigiani vivevano anche a quel tempo un po’ meglio, come piccoli borghesi. Ma è altrettanto certo che Gesù nella sua attività pubblica condusse una vita libera, pellegrina, di totale modestia. E la sua predicazione si rivolse a tutti, e in modo particolare alle classi inferiori (cfr. Essere cristiani, Milano, Mondadori, 1976).

Bisogna ricordare che Giuseppe fu sicuramente un falegname itinerante e Gesù fu il suo aiutante e apprendista. Questa modalità di lavoro di falegnameria mobile gli permise di avvicinarsi, dialogare e conoscere altre attività artigianali in ambiti comuni alla sua epoca come l’agricoltura, l’allevamento e l’apicultura. La domanda di Papa Francesco: «Come potremmo parlare della dignità umana senza impegnarci perché tutti e ciascuno abbiano la possibilità di un degno sostentamento?” (Patris corde, n. 6) riecheggiava sicuramente nella mente del Gesù adulto dei Vangeli nel ricordare il tempo in cui lavorava con Giuseppe. Per questo molte sue parabole non sono incentrate sugli aspetti della falegnameria, ma su quelli di altre attività. Secondo il gesuita James Martin è interessante il fatto che, nelle sue parabole e nei suoi racconti, Gesù ricorra spesso a immagini non della falegnameria, come ci si aspetterebbe, ma dell’agricoltura: il seminatore e la semente, il granello di senape e la zizzania che cresce in mezzo al grano, per esempio. Ciò significa che Gesù passò più tempo di quello che pensiamo tra i campi? Forse. L’uso che lui fa della terminologia agraria aveva inoltre un senso in quanto Gesù si rivolgeva a moltitudini dedite all’agricoltura, a un pubblico che conosceva meglio la maturazione e la mietitura del grano delle seghe e delle accette (cfr. Gesù. Un pellegrinaggio. Da Nazaret alla Galilea, San Paolo Edizioni, 2018).

Un riferimento preciso e opportuno lo troviamo anche nelle parole di John P. Meier riguardo ad alcuni aspetti del mestiere di Gesù, appreso da Giuseppe, che utilizzava nei suoi insegnamenti durante il suo ministero pubblico. A suo parere, oltre ai manufatti tipici della falegnameria, Gesù fabbricava anche diversi mobili, come letti, tavoli, sedie e lampade (cfr. 2 Re 4, 10), oltre a casse, armadi e bauli per conservare oggetti. Aggiunge poi che Giustino martire sosteneva che Gesù faceva pure aratri e gioghi. Anche se questo è sicuramente un’aggiunta di Giustino più che il vestigio di qualche tradizione orale, ci rivela il tipo di lavoro che un palestinese — e Giustino lo era — attribuiva a un téktōn, a un falegname. Pertanto, sebbene Gesù fosse in un certo senso un lavoratore palestinese comune, esercitava un mestiere che esigeva, per il mondo antico, un alto livello di conoscenze tecniche (cfr. Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, Queriniana).

Forse anche il fatto di conoscere l’angoscia degli operai delle vigne che aspettavano umilmente nelle piazze di essere scelti dai padroni gli fece costruire la parabola spesso incompresa del salario universale dato in base alla dignità piuttosto che alla produttività (cfr. Mt 20, 1-16). In questa ottica risulta molto attuale il riferimento alla dignità prioritaria nella Patris corde: «In questo nostro tempo, nel quale il lavoro sembra essere tornato a rappresentare un’urgente questione sociale e la disoccupazione raggiunge talora livelli impressionanti, anche in quelle nazioni dove per decenni si è vissuto un certo benessere, è necessario, con rinnovata consapevolezza, comprendere il significato del lavoro che dà dignità e di cui il nostro Santo è esemplare patrono».

Giuseppe lavoratore e la sua eredità in Gesù, figlio del falegname, che per Giovanni è anche parola creatrice e verbo inculturato in senso pieno e universale, costituiscono un esempio ai nostri tempi. Tempi di crisi e di cambiamenti in cui corriamo il rischio di perderci nella ricerca intuitiva di una “normalità” perduta, non cogliendo così l’opportunità di un tempo più inclusivo, dignitoso e giusto sotto molti aspetti, anche quello lavorativo. È giunto il momento di collaborare con Dio nel suo kairos temporale, che crea sempre novità di vita e vita piena! Come dice anche Papa Francesco: «La persona che lavora, qualunque sia il suo compito, collabora con Dio stesso, diventa un po’ creatore del mondo che ci circonda. La crisi del nostro tempo, che è crisi economica, sociale, culturale e spirituale, può rappresentare per tutti un appello a riscoprire il valore, l’importanza e la necessità del lavoro per dare origine a una nuova “normalità”, in cui nessuno sia escluso. Il lavoro di san Giuseppe ci ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare» (Patris corde, n. 6).

di Marcelo Figueroa