· Città del Vaticano ·

Andare alla mistica dell’Europa

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16 settembre 2021

C’è bisogno di più Europa, chiedono in molti, ma quale Europa? Di ritorno da Bratislava, conversando con i giornalisti sull’aereo, Papa Francesco ha dedicato la sua prima riflessione proprio all’identità dell’Unione europea, sottolineandone la dimensione spirituale perché — ha osservato con la franchezza che lo contraddistingue — l’Ue «non è una riunione per fare le cose», «un ufficio di gestione». Piuttosto, ha aggiunto, «l’Europa deve andare proprio alla mistica», ritrovare il suo spirito, cercando le proprie radici e portandole avanti.

Se a prima vista può colpire l’accostamento delle due parole “Europa” e “mistica”, è proprio questa ricerca di qualcosa di più grande e più profondo ciò a cui aspiravano i padri fondatori della costruzione europea e che, ci esorta Francesco, non va dispersa in questo “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo. Non a caso uno dei principali artefici dell’Europa unita, Robert Schuman, era definito «un realista mistico». Un uomo che si metteva in ascolto di Dio prima di compiere le proprie scelte politiche. Per i padri fondatori dell’Europa — osservava del resto già l’allora cardinale Joseph Ratzinger — «la politica non era puro pragmatismo poiché entrava in relazione con la morale». Dimensione spirituale e impegno etico: ecco i due capisaldi che hanno sorretto il sogno europeista di Schuman, Adenauer e De Gasperi a cui tante volte si è richiamato il Papa prima di menzionarli anche ieri nella conferenza stampa in aereo. Oggi, come 70 anni fa, quando l’Europa si rimetteva faticosamente in piedi sulle macerie della Seconda guerra mondiale, è alla linfa di quei “sognatori realisti” che bisogna attingere perché l’Europa sia uno spazio di pace e di sviluppo condiviso, come era stata immaginata e poi costruita con pazienza, coraggio e lungimiranza.

Le parole del Papa suscitano anche un’altra riflessione e gettano un ponte ideale con i padri fondatori dell’Europa. Nel suo discorso per la istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) del 9 maggio 1950 (significativamente scelta successivamente come data per l’annuale Festa dell’Europa), Schuman sottolineava la dimensione comunitaria del processo di integrazione europea. Comunità richiama immediatamente ad una realtà sociale dove il contributo di ciascuno ha valore e non pesa solo la forza economica o politica di chi partecipa all’impresa. In qualche modo, ritroviamo questo spirito comunitario, lontano anzi antitetico alle “logiche di potenza”, nei viaggi europei di Francesco che, anche in questa ultima occasione, ha scelto Paesi considerati “marginali” rispetto al centro geopolitico del Vecchio Continente. «La realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro», ci ha ripetuto tante volte. E nei giorni scorsi abbiamo potuto “toccare” questa affermazione attraverso le parole e i gesti del Papa pellegrino nella «terra di mezzo», come ha voluto definire la Slovacchia, chiamata ad essere un esempio di pace e solidarietà per tutto il continente europeo. Terre di “periferia” dunque, per lanciare messaggi al “centro”. Così come tre uomini nati in “terre di confine”, il trentino De Gasperi, il renano Adenauer e il lorenese Schuman si trovarono uniti nel portare una visione nuova nel cuore dell’Europa politica.

Per una felice coincidenza, le parole del Pontefice sull’Europa sono arrivate al termine di una giornata particolarmente significativa per le istituzioni europee. Nella mattinata, infatti, il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen — parlando sullo Stato dell’Unione all’Europarlamento — aveva affermato che gli europei possono essere orgogliosi perché dinnanzi alla sfida epocale della pandemia hanno saputo agire uniti. Poche ore dopo, il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella sottolineava, in un incontro al Quirinale, che «ci troviamo a un punto di svolta molto importante per l’Unione europea», invitando tutti a impegnarsi «per completare tanti cantieri aperti della nostra integrazione». Unità, quindi, come parola chiave in un tempo che, anche a causa delle nuove emergenze, ha registrato l’acuirsi di chiusure egoistiche e polarizzazioni ideologiche, considerate da Papa Francesco come un virus non meno pericoloso del covid-19.

di Alessandro Gisotti