· Città del Vaticano ·

La musica gitana e il linguaggio dei giovani

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15 settembre 2021

«Ero vivo nella foresta, finché un’ascia crudele non mi uccise, fino a che vivevo ero silente, ora che son morto, dolcemente canto». È l’incisione, scritta in latino, sul dorso di un violino le cui struggenti melodie gitane riecheggiano tra i caseggiati di Luník ix , a Košice, nella Slovacchia orientale, dove il Papa si è recato nel pomeriggio di ieri, martedì 14, per incontrare la comunità rom che ci abita, confinata in quello che era un quartiere per le famiglie dei militari e dei poliziotti ai tempi del regime comunista.

Oggi nel Paese vivono mezzo milione di rom, il 20% dei quali versa in condizioni di estrema povertà, disseminati in più di 600 baraccopoli sul territorio slovacco. Circa 4.500 di essi si sono riversati qui a Luník ix nel corso degli anni, divenendo di fatto stanziali: alcuni occupavano in precedenza le case diroccate del centro, altri erano nomadi fuggiti nelle foreste attorno alla città per sottrarsi al socialismo di stato. È nato così questo ghetto rom, tra i più grandi dell’Europa dell’Est, che richiama gli slum urbani delle grandi metropoli mondiali: nelle strade dissestate tra gli edifici fatiscenti — senza intonaci alle pareti né vetri alle finestre da cui penzolano panni stesi ad asciugare al sole — l’attesa dell’arrivo del Papa è animata da variopinti gruppi canori e musicali in abiti sgargianti che si esibiscono in allegre ballate al ritmo di chitarre e tamburelli, mentre alcuni bambini incuranti di tutto giocano all’ombra degli alberi tra cumuli di cartacce e rifiuti vari. A Luník ix l’acqua corrente è disponibile solo poche ore al giorno e mancano energia elettrica, gas e riscaldamenti. Per i residenti delle zone vicine, così come per le istituzioni, le famiglie rom rappresentano un problema di sicurezza, come testimoniano il filo spinato sui balconi delle case private o i muri «costruiti per proteggere dai furti degli zingari», ci dice sarcasticamente uno di loro. Eppure solo pochi anni fa Košice è stata capitale europea della cultura, aggiunge con una nota di amarezza.

In un contesto
di emarginazione e degrado

In questo complesso contesto, fatto di emarginazione e isolamento, di degrado e di poche speranze, dal 1° luglio 2008 operano i “saleziáni don Bosca”, dell’ispettoria Maria Ausiliatrice, che comprende tutta la Slovacchia più due missioni in Siberia e una in Azerbaigian, dov’è prefetto apostolico il vescovo slovacco loro confratello Vladimír Fekete, che a causa della pandemia per due anni non è potuto tornare a Bratislava, sua città natale. È stato lui in mattinata a celebrare a Luník ix la messa in preparazione alla visita del Pontefice, preceduta da una Novena ai beati martiri rom Ceferino Giménez Malla ed Emilia Fernández Rodríguez de Cortés. Per la circostanza è stato realizzato anche un testo unificato del Padre Nostro in lingua romaní, che finora aveva diverse forme a seconda dei vari dialetti.

All’inizio a Luník ix arrivarono solo due preti della società di san Giovanni Bosco, ma negli anni la loro presenza è aumentata: nel novembre 2009 hanno organizzato un congresso sul “Sistema preventivo” del santo di Valdocco, integrandone il metodo pedagogico nella pastorale per i rom. E il 30 novembre 2010, l’arcivescovo Bernard Bober, metropolita di Košice, ha consacrato la chiesa del Cristo Risorto nel Centro pastorale salesiano in cui si è recato Papa Bergoglio.

Progetto esemplare di integrazione, assistenza ed evangelizzazione, la struttura è composta da un’abitazione per i sacerdoti, una palestra, uno spazio per gli incontri dei gruppi e la cappella per il culto. Coadiuvati anche dalle consorelle Figlie di Maria ausiliatrice e da volontari, è sulla strada che entrano in contatto con i bambini e le donne rom, coinvolgendo i primi nelle attività dell’oratorio e le seconde nel servizio di lavanderia. «Ai più giovani si offrono formazione scolastica, educazione alla preghiera e alle buone maniere. Poi si passa al catechismo per la Prima Comunione» spiega Ján, giovane coadiutore salesiano che qui ha servito per due anni nell’animazione dei bambini. «Per i genitori invece si attivano contatti con le agenzie per l’impiego affinché possano trovare un’occupazione», aggiunge.

«Francesco benvenuto da noi» recitava uno striscione di carta colorata affisso sul muro scrostato di un palazzo. E quando Francesco è apparso alla loro vista un grande applauso lo ha accolto mentre saliva sul palco addobbato con girasoli. Il primo a prendere la parola è stato il direttore don Peter Bešenyei, che ha già raccontato la propria esperienza di missionario salesiano in due libri dedicati al silenzio degli zingari e al razzismo nei loro confronti. Gli ha fatto eco l’ingegnere rom Ján Hero, 61 anni, padre di 5 figli, che ha sposato Beáta, una “gagé”, cioè non appartenente alla minoranza etnica. Con lei accanto ha rievocato davanti al Pontefice argentino le parole di Paolo vi 56 anni fa durante lo storico incontro con gli zingari a Pomezia e quello avuto a Roma, proprio con Papa Francesco, 6 anni fa, cui Ján aveva partecipato. Quindi Nikola e René Harakaly hanno raccontato la loro storia di integrazione: 28 anni lui, 29 lei, hanno due figli maschi che tengono in braccio: Filip di 3 anni e Simon di uno e mezzo. È stata lei a ricordare come grazie al lavoro abbiano preso un mutuo e cambiato quartiere, ma qui a Luník ix hanno ancora genitori, parenti e radici.

E nel suo discorso lo stesso Francesco ha spiegato come recuperare dignità significhi passare da stereotipi e pregiudizi al dialogo, dalle chiusure all’integrazione. Quindi in dono ha lasciato un piatto raffigurante san Michele arcangelo, ispirato a una statua che si trova nei Giardini vaticani in prossimità del Palazzo del Governatorato.

Nel segno della beata
Anna Kolesárová

In macchina il vescovo di Roma ha infine raggiunto il vicino stadio Lokomotiva, per un incontro con i giovani slovacchi nel segno della beata Anna Kolesárová, il cui ritratto campeggiava sull’altare. Eroina dell’amore, martire modello di castità, fu uccisa durante la seconda guerra mondiale da un soldato sovietico. Ed è stata elevata agli onori degli altari il 1º settembre 2018 in questo stesso stadio, in cui il Pontefice è stato accolto da venticinquemila tra ragazze e ragazzi in un tripudio di gioia, tra canti, balli, coreografie e cori.

La città di Košice aveva organizzato già da domenica scorsa un programma culturale nella zona del centro storico, disseminata di maxischermi che hanno permesso di seguire la visita di Francesco. Qui, dove sono ancora visibili resti delle antiche mura, la monumentale cattedrale gotica di Santa Elisabetta, risalente al xiv secolo, rivendica il primato di più grande chiesa della Slovacchia; orgoglio della città così come la torre di Sant’Urbano e la statua del maratoneta, che ricorda la gara podistica internazionale per la Pace — la più antica di queste corse a livello europeo e la seconda nel mondo dopo Boston — organizzata ogni anno in autunno dal 1924.

A Košice nel xvii secolo subirono il martirio tre sacerdoti: Marco da Krizevci, croato, canonico della cattedrale di Esztergom, e i gesuiti Melchiorre Grodziecki, polacco della Slesia, e Stefano Pongrácz, ungherese. Furono uccisi per la loro fedeltà alla Chiesa da soldati calvinisti e per questo sono stati beatificati nel 1905. Novant’anni dopo Giovanni Paolo ii li ha canonizzati venendo proprio qui, nel sito del martirio, vicino al quale il vescovo Benedict Kishdy fondò il primo ateneo della città, l’Universitas Cassoviensis, oggi università Pavol Jozef Šafárik, affidandola alla Compagnia di Gesù.

Con Zuzana che attende
il suo quarto figlio

In preparazione all’appuntamento con il successore di Pietro, la messa del mattino è stata celebrata dal cardinale Dominik Duka, dell’ordine dei predicatori, arcivescovo della vicina Praga. E dopo il giro del Pontefice tra i settori dello stadio in papamobile, quando questi ha preso posto sul palco, era tra i porporati che gli erano accanto. Così come Jozef Tomko, slovacco, 97 anni, il più anziano del Collegio cardinalizio. Prefetto emerito della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e anche presidente emerito del Pontificio comitato per i Congressi eucaristici internazionali, è stato salutato da Francesco al termine dell’incontro, scandito da tre testimonianze di giovani: Petra Filová, ventinovenne studentessa di educazione religiosa presso la facoltà di Teologia di Košice, affiliata all’Università Cattolica di Ružomberok, che partecipa in prima persona alle attività del Centro pastorale dell’ateneo; Peter Lešak, 37 anni, manager di un’azienda che nel segno della Laudato si’ si occupa di costruzioni ecologiche, accompagnato dalla moglie Zuzana, la quale gli ha dato tre figlie (Sofia, 9 anni; Lujza, 7; e Mária Anna, 4) e ora porta in grembo un’altra creatura che dovrebbe venire alla luce nei prossimi giorni. L’avanzato stato di gravidanza le impone di restare seduta mentre il marito parla commosso davanti al Pontefice, seguito dall’omonimo Peter Liška, trentatreenne, che invece si alterna con la consorte Lenka: lui è dentista, lei insegnante, vivono a Banská Bystrica, dove si sono trasferiti per lavoro, hanno tre figli (Eliška, 7 anni; Emanuel, 5 anni; e Lenka, 2) e sono attivamente coinvolti in varie comunità spirituali.

Nel suo discorso, l’ultimo pronunciato nella Slovacchia orientale prima di rientrare in aereo nella capitale Bratislava, dove ha trascorso tutte le tre notti del 34° viaggio internazionale, il Papa ha usato il linguaggio dei giovani, esortando a non lasciar passare i giorni della vita come le puntate di una telenovela, a non credere agli effetti speciali, a fare grandi sogni, che non sono l’auto potente, il vestito alla moda o la vacanza trasgressiva; a non dare ascolto ai manipolatori di felicità che vendono illusioni; a non lasciarsi omologare e a rimanere connessi alla vita.

dal nostro inviato
Gianluca Biccini