· Città del Vaticano ·

L’annuncio di una gioia più grande

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15 settembre 2021

Il viaggio-pellegrinaggio di Papa Francesco, cominciato con la partecipazione alla chiusura del Congresso eucaristico internazionale a Budapest, si è concluso in Slovacchia con la messa celebrata davanti a più di sessantamila fedeli presso il Santuario nazionale di Šaštín, dedicato alla Madonna Addolorata. Proprio il dolore è stato, insieme al suo opposto, la gioia, uno dei temi ricorrenti nelle parole del Santo Padre in questi ultimi discorsi e omelie. Già nell’incontro-dialogo di martedì pomeriggio con i 25.000 giovani festanti nello stadio di Košice il Papa rispondendo ad una domanda aveva pronunciato un’affermazione molto forte sull’argomento: «La croce non si può abbracciare da sola. Il dolore non salva nessuno. È l’amore che trasforma il dolore. Quindi è con Gesù che si abbraccia la croce, mai da soli! Se si abbraccia Gesù, rinasce la gioia. E la gioia di Gesù, nel dolore, si trasforma in pace».

A volte il dolore e la religione vengono associati; anche per quanto riguarda il cristianesimo per cui esiste una versione “dolorifica”, quasi masochista, della religione imperniata anche su un malinteso senso del sacrificio. Il Papa è stato invece chiaro, netto: il dolore non salva nessuno. Ciò che invece salva è l’amore, questa forza capace di trasformare ogni cosa, anche il dolore. I giovani che hanno fatto festa attorno al Papa in visita a Košice hanno percepito questo miracolo che è il miracolo della presenza: lo stare a fianco a chi soffre, prendersene cura, accompagnarlo. È la promessa sottesa all’intero testo della Bibbia, a partire dal nome stesso di Dio, Jahvè che può tradursi “Io (ci) sono”: la promessa di un Dio che non promette magie ma presenza, che dice a Mosè e a tutte le persone che chiama “io ci sono, ci sarò, sempre, con te”. Fino a Gesù che è l’Emmanuele: Dio-con-noi, che sarà al nostro fianco “fino alla fine dei tempi”. E sarà con noi anche nel momento della croce; in quei giorni bui del dolore e della tristezza più profonda. Gesù, come ha detto il Papa nell’omelia della Divina Liturgia di martedì mattina, «ha voluto entrarci dentro, immergersi in essa. Per questo ha scelto la via più difficile: la croce. Perché non ci dev’essere in Terra nessuna persona tanto disperata da non poterlo incontrare persino lì, nell’angoscia, nel buio, nell’abbandono, nello scandalo della propria miseria e dei propri sbagli. Proprio lì, dove si pensa che Dio non possa esserci, Dio è giunto […] e noi ora, con Lui, non siamo più soli, mai».

Ecco allora è chiaro che il dolore non salva in effetti nessuno, se è vissuto come “assoluto”, cioè da soli, ma può invece esserci un riscatto, anche dal dolore più terribile, se non si è soli, se qualcuno è lì a fianco e permette di sentirsi amati, non abbandonati.

È quello che ha fatto con suo Figlio e fa con tutti i suoi figli Maria; il Papa lo ha ricordato nell’omelia di questa mattina a Šaštín: «Maria Addolorata, sotto la croce, semplicemente rimane. Sta sotto la croce. Non scappa, non tenta di salvare sé stessa, non usa artifici umani e anestetizzanti spirituali per sfuggire al dolore. Questa è la prova della compassione: restare sotto la croce. Restare col volto segnato dalle lacrime, ma con la fede di chi sa che nel suo Figlio Dio trasforma il dolore e vince la morte».

Non è la religione del dolore il cristianesimo ma della gioia, della vittoria sul dolore, attraverso la fede e la compassione. I giovani, con il loro “fiuto”, lo hanno capito martedì pomeriggio nel dialogo coinvolgente, toccante e divertente, che ha rappresentato uno dei momenti più intensi del viaggio del pellegrino Francesco in terra slovacca.

di Andrea Monda