· Città del Vaticano ·

Qualcuno, non qualcosa

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14 settembre 2021

Nella storia della Chiesa l’anno 1981 non sarà ricordato solo per il drammatico attentato a Giovanni Paolo ii del 13 maggio. Nella seconda parte di quello stesso anno il Papa pubblicherà anche due fondamentali documenti del suo magistero: il 14 settembre l’enciclica Laborem exercens sul lavoro umano e il 22 novembre l’esortazione apostolica Familiaris consortio circa i compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi.

Nel marzo 1979, a soli sei mesi dall’inizio del suo pontificato, Giovanni Paolo ii , nell’enciclica Redemptor hominis, aveva indicato a tutta la Chiesa la strada che intendeva percorrere nel suo ministero apostolico: quella dell’uomo in quanto «prima fondamentale via della Chiesa» (n. 14), come avrebbe ripetuto anche due anni dopo nell’introduzione della stessa Laborem exercens. Da sempre, sono due le grandi esperienze che accompagnano la vita dell’uomo e che, se vissute nella loro autenticità e valore, arricchiscono la sua esistenza: quella del lavoro e quella dell’amore, in particolare di quello coniugale. Non è un caso allora se proprio a queste due universali e complesse esperienze umane egli abbia voluto dedicare i due documenti sopra menzionati.

Il quarantesimo anniversario della pubblicazione della Laborem exercens è perciò un’occasione per riandare a rileggerne il testo e mettere nuovamente in risalto il nucleo centrale del suo insegnamento sul lavoro. Pur riconoscendo che il panorama sociale che stiamo vivendo, anche ben prima della dolorosa vicenda della pandemia, è molto diverso da quello dell’ultimo ventennio del secolo scorso, come diverse sono anche le questioni attinenti all’attuale mondo del lavoro, va detto che la riflessione di Giovanni Paolo ii mostra tutta la sua perdurante e perciò inattesa attualità e pertinenza per il tempo che ci è dato di vivere.

L’uomo «soggetto»
del lavoro

Che l’enciclica sia ben più di una rivisitazione di carattere storico e sociologico del tema del lavoro e, a partire dalla metà del xix secolo, della questione sociale (in particolare di quella operaia oggetto anche di precedenti documenti pontifici), lo dimostrano già le prime quattro parole del primo paragrafo: «L’uomo, mediante il lavoro […]». Al centro del lavoro non vi è qualcosa ma qualcuno, vi è l’uomo e, prima di essere una problematica di carattere sociologico o sociologico-politico, il lavoro è anzitutto una questione antropologica da studiare in «vista del bene dell’uomo» (n. 3). A conferma di questa affermazione, vi è un termine a cui Giovanni Paolo ii fa ricorso per poco meno di quaranta volte nel testo dell’enciclica. Si tratta del termine «soggetto», che egli impiega ogni volta che vuole identificare e nominare colui che agisce nell’atto del lavoro. Nel paragrafo n. 6 il termine ricorre per ben sei volte. Qui ci limitiamo a riportarne tre: «Come persona, l’uomo è […] soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione a essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità»; «Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso»; «Il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto».

Lo sfruttamento
dell’uomo che lavora

Se tutto questo è vero allora l’uomo, in quanto «soggetto» che lavora, non può mai essere trattato come un oggetto e uno «strumento di produzione, mentre egli — egli solo, indipendentemente dal lavoro che compie — dovrebbe essere trattato come suo soggetto efficiente e suo vero artefice e creatore» (n. 7). Quando invece il lavoro viene considerato come «una “merce sui generis”, o come un’anonima “forza” necessaria alla produzione (si parla addirittura di “forza-lavoro”)» (n. 7), lo sfruttamento di questo «soggetto», il lavoratore, diventa una realtà drammaticamente presente nel panorama sociale. Scrive Giovanni Paolo ii : «È noto […] che è possibile usare variamente il lavoro contro l’uomo, che si può punire l’uomo col sistema del lavoro forzato nei lager, che si può fare del lavoro un mezzo di oppressione dell’uomo, che infine si può in vari modi sfruttare il lavoro umano, cioè l’uomo del lavoro» (n. 9). Quando tutto questo accade, l’uomo, «soggetto del lavoro», non viene più rispettato nella sua dignità e libertà di persona, mentre, poiché l’esperienza del lavoro occupa una parte tutt’altro che irrilevante nella vita dell’uomo, è essenziale che anche in essa egli possa trovare la «realizzazione della sua umanità». «Il lavoro è un bene dell’uomo — è un bene della sua umanità — perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo e anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”» (n. 9). Ora, se talune forme di lavoro possono pesantemente condizionare l’uomo nella sua dignità, resta vero che in ogni lavoro egli è chiamato «al compimento della [sua] vocazione a essere persona», creata a immagine di Dio. Nel lavoro egli «diventa più uomo» solo se diventa ciò che è chiamato a essere. L’affermazione che «il lavoro umano» è da ritenere «un fondamentale diritto di tutti gli uomini» (n. 18) trova qui, cioè nel fatto che mediante il lavoro l’uomo è chiamato a diventare «più uomo», il suo vero fondamento antropologico. A partire da alcuni testi biblici, in particolare quelli del libro della Genesi, la Laborem exercens offre ovviamente anche un’articolata riflessione sul lavoro inteso come partecipazione dell’uomo all’opera di Dio Creatore. In Cristo questa partecipazione è stata «in modo particolare messa in risalto» (n. 26) e nella Croce e nella resurrezione ha trovato il suo compimento. Anche al cristiano che si mette alla sequela di Cristo è data «la possibilità di partecipare nell’amore all’opera che Cristo è venuto a compiere» (n. 27).

Emigrare per il lavoro

Nel quarto capitolo Giovanni Paolo ii affronta alcune problematiche che appartengono alle epoche di ieri e a quelle di oggi: quella della disoccupazione (n. 18), quella del giusto salario (n. 19) e quella dell’importanza dei sindacati e del diritto allo sciopero (n. 20). Egli riserva spazio anche al tema del lavoro agricolo (n. 21), alla «rivalutazione» di quello materno (n. 19) e al giusto riconoscimento lavorativo che anche alla persona handicappata deve essere riservato (n. 22). Un intero paragrafo, il n. 23 dello stesso capitolo, è riservato alla questione oggi più che mai attuale del lavoro e dell’emigrazione. A conclusione di questa breve rievocazione non troviamo di meglio che riportarlo per intero: «Occorre, infine, pronunciarsi almeno sommariamente sul tema della cosiddetta emigrazione per lavoro. Questo è un fenomeno antico, ma che tuttavia si ripete di continuo e ha, anche oggi, grandi dimensioni per le complicazioni della vita contemporanea. L’uomo ha il diritto di lasciare il proprio Paese d’origine per vari motivi — come anche di ritornarvi — e di cercare migliori condizioni di vita in un altro Paese. Questo fatto, certamente, non è privo di difficoltà di varia natura; prima di tutto, esso costituisce, in genere, una perdita per il Paese dal quale si emigra. Si allontana un uomo e insieme un membro di una grande comunità, che è unita dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura, per iniziare una vita in mezzo a un’altra società, unita da un’altra cultura e molto spesso anche da un’altra lingua. Viene a mancare in tale caso un soggetto di lavoro, il quale con lo sforzo del proprio pensiero o delle proprie mani potrebbe contribuire all’aumento del bene comune nel proprio Paese; ed ecco, questo sforzo, questo contributo viene dato a un’altra società, la quale, in un certo senso ne ha diritto minore che non la patria d’origine. E tuttavia, anche se l’emigrazione è sotto certi aspetti un male, in determinate circostanze questo è, come si dice, un male necessario. Si deve far di tutto — e certamente molto si fa a questo scopo — perché questo male in senso materiale non comporti maggiori danni in senso morale, anzi perché, in quanto possibile, esso porti perfino un bene nella vita personale, familiare e sociale dell’emigrato, per quanto riguarda sia il Paese nel quale arriva, sia la patria che lascia. In questo settore moltissimo dipende da una giusta legislazione, in particolare quando si tratta dei diritti dell’uomo del lavoro. E s’intende che un tale problema entra nel contesto delle presenti considerazioni, soprattutto da questo punto di vista. La cosa più importante è che l’uomo, il quale lavora fuori del suo Paese natio tanto come emigrato permanente quanto come lavoratore stagionale, non sia svantaggiato nell’ambito dei diritti riguardanti il lavoro in confronto agli altri lavoratori di quella determinata società. L’emigrazione per lavoro non può in nessun modo diventare un’occasione di sfruttamento finanziario o sociale. Per quanto riguarda il rapporto di lavoro col lavoratore immigrato, devono valere gli stessi criteri che valgono per ogni altro lavoratore in quella società. Il valore del lavoro deve essere misurato con lo stesso metro, e non con riguardo alla diversa nazionalità, religione o razza. A maggior ragione non può essere sfruttata una situazione di costrizione, nella quale si trova l’emigrato. Tutte queste circostanze devono categoricamente cedere — naturalmente dopo aver preso in considerazione le speciali qualifiche — di fronte al fondamentale valore del lavoro, il quale è collegato con la dignità della persona umana. Ancora una volta va ripetuto il fondamentale principio: la gerarchia dei valori, il senso profondo del lavoro stesso esigono che sia il capitale in funzione del lavoro, e non il lavoro in funzione del capitale» (n. 23).

Quelle di Giovanni Paolo ii sono considerazioni che vanno accolte nel loro contenuto, evitando facili e interessate strumentalizzazioni da qualsiasi parte provengano. A quarant’anni di distanza dalla sua pubblicazione, l’enciclica Laborem exercens continua a interrogare le coscienze di tutti coloro che hanno a cuore l’uomo in quanto «soggetto» che lavora e il lavoro come suo «bene» (n. 9).

di Aldino Cazzago