· Città del Vaticano ·

Perché non si ripeta mai più

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14 settembre 2021

La parola ai testimoni: a Tomáš Lang, ebreo, sopravvissuto alla Shoah, e a suor Samuela, religiosa orsolina, che ha presentato le prove della “rete” coraggiosa che ha aiutato i perseguitati negli anni bui.

«Baruch Habáa. Sii benedetto, tu chi vieni» ha detto Lang rivolgendosi a Papa Francesco. «È per me — ha continuato — un onore straordinario parlare davanti a lei, parlare come un superstite della Shoah. Come membro di una generazione che non ha conosciuto i suoi nonni e non si ricorda neanche dei suoi genitori. Sono morti in sei milioni. Sono della generazione che è sopravvissuta perché si sono trovati uomini coraggiosi che non hanno capitolato davanti al male e, rischiando la propria vita, ci hanno nascosto fino alla liberazione».

«Sono nato nel maggio 1942» ha proseguito, ricordando che «la nostra famiglia è stata frantumata dalla legge anti-ebraica. Quando avevo tre mesi, il convoglio di mio padre prese la direzione del fronte dell’Est. Lì spariscono le sue tracce. Solo dopo 50 anni ho appreso dagli archivi che morì in Ucraina. Il destino non mi ha dato l’occasione di dire sulla tomba la preghiera Kaddiš per i defunti».

«Mamma è rimasta da sola con me» ha raccontato ancora. «Nel 1944 — ha detto — l’hanno portata via da Budapest in uno dei convogli. Quelli che sono poi tornati, hanno annunciato che ella morì durante la marcia della morte, da qualche parte, in Germania. Quando mi sono ammalato, mi hanno portato in ospedale. Le infermiere, coraggiose, ci protessero scrivendo sulla porta del reparto i nomi di malattie infettive, scoraggiando così gli uomini armati dall’entrare».

«Durante un bombardamento che colpì anche l’ospedale, siamo sopravvissuti circa 15 bambini e un’infermiera» ha ricordato, rivelando: «Mi dispiace in perpetuo di non essere riuscito più tardi a rintracciarla e dirle un grazie umano. Pure nel mio caso si è verificato che chi salva anche solo una persona umana, è come se salvasse tutto il mondo. Tramite me, e grazie al mio matrimonio, che dura già da 55 anni, lei ha dato la possibilità di nascere ai nostri due figli e sei nipotini».

«Mi sono dedicato, negli ultimi vent’anni, alla storia della Shoah in Slovacchia meridionale» ha proseguito Lang. «Scrivo — ha scandito — un memento per il futuro, affinché il passato non si ripeta mai più. Nella triste storia della Shoah in Slovacchia, sta scritto a grandi lettere il nome dell’allora incaricato d’affari della Nunziatura in Slovacchia, monsignor Giuseppe Burzio, che instancabilmente cercò di fermare l’antisemitismo del regime micidiale di quell’epoca. Nessun politico slovacco si oppose allora apertamente
a quel regime».

Lang ha voluto ringraziare Papa Francesco per la «sua opera generosa, il suo contributo personale e l’annuncio dello spirito umanitario, fraternità e tolleranza».

Ha quindi preso la parola suor Samuela Harmáčková, della Congregazione delle Orsoline, rilevando il valore dell’incontro «in questo luogo simbolico alla presenza di fedeli cristiani e fedeli ebrei, con i quali confessiamo e amiamo lo stesso Dio».

«La nostra storia comune — ha detto la religiosa — è segnata da grande dolore, ma ci sono anche i momenti che suscitano la speranza che in ogni epoca vi sono persone che hanno nel profondo del cuore l’amore verso Dio e verso il prossimo».

«Sperimentiamo — ha proseguito — un sincero orgoglio, ma anche gratitudine per ogni slovacco che ha aperto la sua porta e il suo cuore alle sorelle e ai fratelli ebrei perseguitati. Tanto più perché vi erano anche le porte dei nostri monasteri, convitti e le porte delle case o appartamenti delle famiglie delle nostre alunne». E «siamo grate che le nostre suore — che hanno percepito la sacralità di ogni essere umano, creato a immagine di Dio — abbiano avuto la grazia di fare qualcosa per salvare la vita di queste persone».

Suor Samuela ha fatto presente che «si sono conservate le notizie che le suore sono state evacuate da Bratislava in un castello a Svätý Kríž (oggi Žiar nad Hronom), offerto a loro dal vescovo Ondrej Škrabík. Lì hanno preso cura di un gruppo di bambini. Tra di loro vi erano anche bambini ebrei, cosa che sappiamo da una persona sopravvissuta, Thomas Frankl, che vive a Vienna e che ci ha volentieri raccontato questo».

«Un’altra testimonianza — ha detto suor Samuela — ci viene da Gabriella Karin, artista che vive a Los Angeles, e da Erika Brániková che vive a Bratislava. Entrambe erano alunne del collegio delle suore Orsoline nel centro di Bratislava. Lì sono state nascoste insieme alle altre ragazze ebree. I loro genitori venivano ogni giorno per visitarle, finché non ebbero trovato un nascondiglio per tutta la famiglia o qualcuno non li aiutò a fuggire da Bratislava».

«È simbolico che in un altro luogo dove le suore hanno nascosto altri bambini ebrei, insieme alle loro famiglie, oggi si trovi la sede della Nunziatura apostolica» ha fatto notare la religiosa. «Una ex alunna del nostro liceo delle orsoline, Anna Bandžáková, nata Kuchárová, la cui famiglia ha salvato alcuni ebrei qui a Bratislava — ha raccontato ancora — aveva portato in quel luogo una giovane mamma, Edita Schwarz, con una figlia di un anno e mezzo, e più tardi la sua amica Frida Haselnussová».

«Le vicende che sto raccontando sono avvenute quasi ottant’anni fa» ha detto suor Samuela, sottolineando: «Oggi osserviamo con piacere una viva collaborazione giudeo-cristiana in Slovacchia. Non solo tra gli alti rappresentanti, le istituzioni scolastiche, esperti di Bibbia, ma anche tra la gente nella vita quotidiana. Siamo grati soprattutto per i progetti educativi in favore della gioventù, mediante i quali gli insegnanti nelle nostre scuole cercano di sensibilizzare la presente generazione a una più profonda conoscenza e percezione dell’eredità culturale ebraica in Slovacchia».

«Desideriamo, allo stesso tempo, trasmettere ai giovani una viva fede in Dio, che viene manifestata nella vita quotidiana con l’amore del prossimo» ha detto ancora la religiosa. «Persone — ha aggiunto — che sono vissute qui prima di noi sono testimoni che questo amore è possibile. La nostra stima, gratitudine e preghiera vanno anche ai più di 500 slovacchi conosciuti, ma anche ad altri sconosciuti, e alle loro famiglie che hanno contribuito in modi diversi alla salvezza anche di una singola vita umana».