· Città del Vaticano ·

Celebrata a Varsavia la messa per la beatificazione del cardinale Stefan Wyszyński e di madre Elisabetta Róża Czacka

Uniti nella fedeltà al Vangelo

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13 settembre 2021

La Polonia è la «nazione di Maria», che ha «donato e dona alla Chiesa, nelle diverse epoche, eminenti figure di santi, uomini e donne di Dio». Come il cardinale Stefan Wyszyński, arcivescovo di Gniezno e Varsavia, e madre Elisabetta Róża Czacka, fondatrice delle Suore francescane ancelle della Croce, proclamati beati — a nome di Papa Francesco — dal cardinale Marcello Semeraro nel tempio della Divina Provvidenza, a Varsavia, domenica mattina, 12 settembre.

All’omelia il prefetto della Congregazione delle cause dei santi ha sottolineato la circostanza che accomuna il porporato e la religiosa nella stessa cerimonia di beatificazione. È come «il compimento di un incontro storico», grazie al quale essi si conobbero a Laski già 95 anni fa, nel 1926. «Il giovane sacerdote — ha detto — fu edificato dalla fede e dalla tenacia di quella donna» che, mossa «dalla carità divina, era totalmente dedita a Dio e al prossimo». Ne nacque «una preziosa collaborazione, una condivisione sincera di intenti e propositi». Ma soprattutto una «comunione di fede, e di amore a Dio e all’uomo bisognoso e indifeso». Infatti, essi seppero infondersi «l’un l’altro forza, costanza e coraggio»: l’uno «schierato in prima persona a prendersi cura di quanti erano lesi nella loro libertà e ostacolati nel proprio credo», l’altra, «non vedente tra i non vedenti fisicamente e spiritualmente, impegnata ad aiutare quanti si trovavano abbandonati ai margini della società». Il cardinale Wyszyński ne celebrò i funerali il 19 maggio 1961 e disse nell’omelia: «Madre Czacka era una persona che stava costantemente davanti al suo amatissimo Dio; ella sapeva che Dio è Amore, soprattutto Amore, e ha attinto con fermezza alla sorgente insondabile dell’amore di Dio! Per questo è riuscita a riunire e nutrire con amore tante persone intorno a lei».

I due nuovi beati, ha fatto notare il cardinale Semeraro, «avevano ricevuto dal Signore, tramite la famiglia, la Chiesa e questa nazione», il bene inestimabile «della fede e la vivacità di una tradizione secolare di amore a Dio». Cosa le offrirono in cambio? «Offrirono la certezza vissuta del primato di Dio — Soli Deo, “Solo a Dio”, era il motto episcopale del cardinale Wyszyński — capace di ridonare all’uomo la sua dignità». Essi, ha aggiunto, «trasmisero la testimonianza di una vita fedele al Vangelo, a qualunque costo». Lasciarono «l’esempio del servizio ai bisogni concreti dell’uomo, che vive accanto a noi e bussa alle nostre porte, anche quando nessuno se ne prende più cura e pare che a vincere sia l’indifferenza». Nello spirito di questi valori che lasciano oggi i nuovi beati, ha aggiunto, «anche noi possiamo e dobbiamo far fronte ai problemi che il mondo attuale pone davanti alla Chiesa e alla società».

Il prefetto ha ricordato che il cardinale Wyszyński era originario di Zuzela, dove «la sua famiglia lo educò alla fede in Dio e all’amore per la patria». Ricevuta il 3 agosto 1924 nella cattedrale di Włocławek l’ordinazione presbiterale, «iniziò allora la sua vita di sacerdote, segnata da molte prove, che affrontò con fermezza e fiducia». Uno dei momenti più drammatici fu «indubbiamente quello della seconda guerra mondiale e della eroica e tragica insurrezione di Varsavia del 1944». Wyszyński, ha raccontato Semeraro, si trovava allora «nei dintorni della capitale, a Laski, come cappellano di un istituto per i non vedenti e dell’Armata nazionale». Proprio durante l’insurrezione, «ebbe luogo a Laski un fatto singolare e profetico». Il beato raccolse da terra un frammento di carta, «proveniente dai roghi della capitale in fiamme, che, già in parte bruciato», riportava una parola: «Amerai». Wyszyński fu «profondamente colpito da questo fatto, portò il biglietto in cappella, lo mostrò alle suore» e disse: «Questo è l’appello più santo per noi e per il mondo intero, che ci lascia la combattente Varsavia. Un appello e un testamento: Amerai». A questo appello e testamento «egli conformò il suo servizio di pastore e vescovo, a Lublino prima e poi a Gniezno e Varsavia, affrontando tutte le difficoltà che la sua nazione ebbe a soffrire negli anni successivi alla seconda guerra mondiale».

In quel periodo politicamente e socialmente complicato, «guidò con coraggio, costanza e decisione la nave della Chiesa che è in Polonia, opponendo a un’ideologia che disumanizzava l’uomo e lo allontanava dalla pienezza di vita, il Vangelo di Cristo vissuto con fedeltà». Nella battaglia per difendere la libertà di uomini e donne polacchi, era solito dire: «Chi odia, ha già perso». Non si risparmiò in nulla, «sopportò tutte le umiliazioni e sofferenze, culmine delle quali furono i tre anni di prigione dal 1953 al 1956». San Giovanni Paolo ii , indirizzando una lettera ai suoi connazionali all’indomani dell’elezione al soglio di Pietro, scrisse al loro cardinale Primate: «Non ci sarebbe sulla Cattedra di Pietro questo Papa polacco, se non ci fosse la tua fede, che non ha indietreggiato dinanzi al carcere e alla sofferenza. Se non ci fosse la tua eroica speranza, la tua fiducia senza limiti nella Madre della Chiesa».

Il cardinale Wyszyński, «quale vero figlio della Polonia, aveva davvero nel cuore una devozione profonda alla Vergine Maria». Come sotto «il suo sguardo materno aveva visto nascere la sua vocazione e sotto lo stesso sguardo aveva consacrato a Dio la sua vita e le sorti della nazione polacca», così fu lei a «insegnargli ogni giorno del suo ministero», come recita il Messale della Beata Vergine Maria, «a vivere solo per lui e a lui solo piacere».

Una fede incrollabile in Dio e nella sua Provvidenza appartenne pure a madre Elisabetta Róża Czacka. Anch’ella «iniziò a riconoscere la chiamata divina fin dagli anni della fanciullezza, prima a Biała Cerkwa e poi a Varsavia». Colpita all’età di ventidue anni «da una completa cecità, decise di dedicare la sua vita al servizio delle persone non vedenti», che all’epoca, sul territorio della Polonia, «non potevano contare sull’aiuto degli altri e ricevere una valida istruzione». Fondò per questo la Società di cura per i non vedenti e la congregazione delle Suore francescane ancelle della Croce. Ella aprì scuole e organizzò laboratori, «adattò l’alfabeto Braille  alla lingua  polacca e perfezionò il metodo delle forme abbreviate nella scrittura». Con la sua straordinaria operosità e dedizione la religosa «attesta che non ci sono ostacoli per chi voglia amare Dio e come Dio». Anche alla sua vita non mancarono molteplici difficoltà, nelle quali, «con inaudita speranza, riaffermò costantemente la propria fedeltà a Dio che è amore».

I nuovi beati, è stato l’auspicio conclusivo del porporato, «intercedano con forza per questa benemerita nazione, illuminino le autorità statali e locali e aiutino la Chiesa che è in Polonia a essere sempre fedele al Vangelo di Cristo».