· Città del Vaticano ·

Al Consiglio ecumenico delle Chiese e alle comunità ebraiche

No alle parole divisive che alimentano odio e antisemitismo

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13 settembre 2021

Prima di recarsi in Piazza degli Eroi per presiedere la messa conclusiva del Congresso eucaristico internazionale, domenica mattina, 12 settembre, Papa Francesco ha incontrato nel Museo delle belle arti di Budapest i rappresentanti del Consiglio ecumenico delle Chiese e alcune comunità ebraiche dell’Ungheria. Dopo gli indirizzi di saluto rivoltigli, il Pontefice ha pronunciato il seguente discorso.

Cari fratelli!

Sono felice di incontrarvi. Le vostre parole, di cui vi ringrazio, e la vostra presenza l’uno accanto all’altro esprimono un grande desiderio di unità. Raccontano un cammino, a volte in salita, in passato faticoso, ma che affrontate con coraggio e buona volontà, sorreggendovi a vicenda sotto lo sguardo dell’Altissimo, il quale benedice i fratelli che vivono insieme (cfr Sal 133, 1).

Vedo voi, fratelli nella fede in Cristo, e benedico il percorso di comunione che portate avanti. Mi hanno toccato le parole del fratello calvinista [vescovo József Steinbach, Presidente del Consiglio Ecumenico delle Chiese d’Ungheria], grazie. Con la mente mi dirigo all’abbazia di Pannonhalma, centro spirituale pulsante di questo Paese, dove tre mesi fa vi siete trovati per riflettere e per pregare insieme. Pregare insieme, gli uni per gli altri, e darci da fare insieme nella carità, gli uni con gli altri, per questo mondo che Dio tanto ama (cfr Gv 3, 16): ecco la via più concreta verso la piena unità.

Vedo voi, fratelli nella fede di Abramo nostro padre, e grazie a Lei [rabbino Zoltán Radnóti], per quelle parole così profonde che mi hanno toccato il cuore. Apprezzo tanto l’impegno che avete testimoniato ad abbattere i muri di separazione del passato; ebrei e cristiani, desiderate vedere nell’altro non più un estraneo, ma un amico; non più un avversario, ma un fratello. Questo è il cambio di sguardo benedetto da Dio, la conversione che apre nuovi inizi, la purificazione che rinnova la vita. Le solenni feste di Rosh Hashanah e dello Yom Kippur, che cadono proprio in questo periodo e per le quali vi faccio i migliori auguri, sono occasioni di grazia per rinnovare l’adesione a questi inviti spirituali. Il Dio dei padri apre sempre strade nuove: come ha trasformato il deserto in una via verso la Terra Promessa, così desidera portarci dai deserti aridi dell’astio e dell’indifferenza alla sospirata patria della comunione.

Non è un caso che quanti nella Scrittura sono chiamati a seguire in modo speciale il Signore debbano sempre uscire, camminare, raggiungere terre inesplorate e spazi inediti. Pensiamo ad Abramo, che lasciò casa, parentela e patria. Chi segue Dio è chiamato a lasciare. A noi è chiesto di lasciare le incomprensioni del passato, le pretese di avere ragione e di dare torto agli altri, per metterci in cammino verso la sua promessa di pace, perché Dio ha sempre progetti di pace, mai di sventura (cfr Ger 29, 11).

Vorrei riprendere con voi l’evocativa immagine del Ponte delle Catene, che collega le due parti di questa città: non le fonde insieme, ma le tiene unite. Così devono essere i legami tra di noi. Ogni volta che c’è stata la tentazione di assorbire l’altro non si è costruito, ma si è distrutto; così pure quando si è voluto ghettizzarlo, anziché integrarlo. Quante volte nella storia è accaduto! Dobbiamo vigilare, e dobbiamo pregare perché non accada più. E impegnarci a promuovere insieme una educazione alla fraternità, così che i rigurgiti dell’odio che vogliono distruggerla non prevalgano. Penso alla minaccia dell’antisemitismo, che ancora serpeggia in Europa e altrove. È una miccia che va spenta. Ma il miglior modo per disinnescarla è lavorare in positivo insieme, è promuovere la fraternità. Il Ponte ci istruisce ancora: esso è sorretto da grandi catene, formate da tanti anelli. Siamo noi questi anelli e ogni anello è fondamentale: perciò non possiamo più vivere nel sospetto e nell’ignoranza, distanti e discordi.

Un ponte mette insieme due parti. In questo senso richiama il concetto, fondamentale nella Scrittura, di alleanza. Il Dio dell’alleanza ci chiede di non cedere alle logiche dell’isolamento e degli interessi di parte. Non desidera alleanze con qualcuno a discapito di altri, ma persone e comunità che siano ponti di comunione con tutti. In questo Paese voi, che rappresentate le religioni maggioritarie, avete il compito di favorire le condizioni perché la libertà religiosa sia rispettata e promossa per tutti. E avete un ruolo esemplare verso tutti: nessuno possa dire che dalle labbra degli uomini di Dio escono parole divisive, ma solo messaggi di apertura e di pace. In un mondo lacerato da troppi conflitti è questa la testimonianza migliore che deve offrire chi ha ricevuto la grazia di conoscere il Dio dell’alleanza e della pace.

Il Ponte delle Catene, oltre a essere il più noto, è anche il più antico di questa città. Molte generazioni l’hanno attraversato. Esso invita così a fare memoria del passato. Vi troveremo sofferenze e oscurità, incomprensioni e persecuzioni ma, andando alle radici, scopriremo un patrimonio spirituale comune più grande. È questo il tesoro che ci permette di costruire insieme un avvenire diverso. Penso anche con commozione a tante figure di amici di Dio che hanno irradiato la sua luce nelle notti del mondo. Cito, tra i tanti, un grande poeta di questo Paese, Miklós Radnóti, la cui brillante carriera fu spezzata dall’odio accecato di chi, solo perché era di origini ebraiche, prima gli impedì di insegnare e poi lo sottrasse alla famiglia.

Rinchiuso in un campo di concentramento, nell’abisso più oscuro e depravato dell’umanità, continuò a scrivere poesie, fino alla morte. Il suo Taccuino di Bor è l’unica raccolta poetica sopravvissuta alla Shoah: testimonia la forza di credere al calore dell’amore nel gelo del lager e di illuminare il buio dell’odio con la luce della fede. L’autore, soffocato dalle catene che gli stringevano l’anima, trovò in una libertà superiore il coraggio di scrivere: «Prigioniero, ho preso la misura a ogni speranza» (Taccuino di Bor, Lettera alla moglie). E pose una domanda, che risuona anche per noi oggi: «E tu, come vivi? Trova eco la tua voce in questo tempo?» (Taccuino di Bor, Prima Ecloga). Le nostre voci, cari fratelli, non possono che farsi eco di quella Parola che il Cielo ci ha donato, eco di speranza e di pace. E se anche non veniamo ascoltati o siamo incompresi, non smentiamo mai con i fatti la Rivelazione di cui siamo testimoni.

Alla fine, nella solitudine desolata del campo di concentramento, mentre si rendeva conto che la vita stava appassendo, Radnóti scrisse: «Sono anch’io una radice adesso... Ero fiore, sono diventato radice» (Taccuino di Bor, Radice). Anche noi siamo chiamati a diventare radici. Spesso cerchiamo i frutti, i risultati, l’affermazione. Ma Colui che fa fruttare la sua Parola in terra con la stessa dolcezza della pioggia che fa germogliare il campo (cfr Is 55, 10), ci ricorda che i nostri cammini di fede sono semi: semi che si trasformano in radici sotterranee, radici che alimentano la memoria e fanno germogliare l’avvenire. È questo che il Dio dei nostri padri ci chiede, perché — come scriveva un altro poeta — «Dio aspetta da un’altra parte, aspetta proprio al fondo di tutto. Giù. Dove ci sono le radici» ( R.M. Rilke , Wladimir, il pittore di nuvole). Si giunge in alto solo se radicati in profondità. Radicati nell’ascolto dell’Altissimo e degli altri aiuteremo i nostri contemporanei ad accogliersi e amarsi. Soltanto se saremo radici di pace e germogli di unità saremo credibili agli occhi del mondo, che guarda a noi, con la nostalgia che sbocci la speranza. Grazie, e buon cammino insieme, grazie! Scusate se ho parlato seduto, ma non ho 15 anni. Grazie.