· Città del Vaticano ·

Primum audire

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09 settembre 2021

Si racconta che Federico ii, illuminato re della Prussia nella seconda metà del ’700, volle tentare un esperimento di tipo “linguistico”: determinato a scoprire quale fosse la lingua primigenia dell’essere umano, raccolse un certo numero di bambini appena nati e abbandonati e li fece affidare alle cure di alcune balie con il preciso ordine di non rivolgere a questi infanti alcuna parola, nutrirli e accudirli ma nel silenzio più assoluto. Quando avrebbero finalmente pronunciato una prima parola, i bambini di sicuro non si sarebbero espressi in tedesco ma in un’altra lingua, la cui identità era l’obiettivo del singolare esperimento. La natura avrebbe prevalso sulla cultura e svelato il suo volto nascosto.

Il risultato però fu tragico: i piccoli, chi prima chi dopo, morirono tutti, a conferma di quanto è scritto nella Bibbia sul fatto che «non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola...». Il latte a quei bambini le silenziose balie glielo assicuravano ma quel mutismo colpì così duramente le piccole creature che ne debilitarono le difese in modo da condurre al drammatico esito finale.

Ci sarebbe da riflettere sul fatto che questo esperimento fu realizzato nel pieno dell’età dell’Illuminismo, in cui si praticava il culto dell’età della Dea Ragione, e viene alla mente la battuta di Chesterton per cui «il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione ma è colui che ha perso tutto tranne la ragione», ma ora, oggi, questa tragica vicenda prussiana ricorda l’episodio del Vangelo che è stato letto e ascoltato domenica scorsa in tutte le chiese cattoliche: la guarigione del sordomuto da parte di Gesù narrata dall’evangelista Marco.

Il Papa, commentando questo episodio durante la recita domenicale dell’Angelus, ha osservato molto semplicemente che «Quell’uomo non riusciva a parlare perché non poteva sentire. Gesù, infatti, per risanare la causa del suo malessere, gli pone anzitutto le dita negli orecchi, poi alla bocca, ma prima negli orecchi». Prima viene l’ascolto e allora nasce la parola. San Bernardo, come per ristabilire le corrette proporzioni e le giuste priorità, ricordava che abbiamo una sola bocca e ben due orecchi. Dovremmo quindi ascoltare il doppio di quanto parliamo. Ma soprattutto abbiamo bisogno di una parola che, ascoltata, ci possa generare e ri-generare. Ecco perché, come ricorda il Papa, il comandamento “preliminare” di Dio è “ascolta Israele!”, senza il quale nient’altro può nascere successivamente.

Ecco, soprattutto, perché Dio, che sempre “primerea”, ci supera e ci anticipa, parla continuamente agli uomini e infine invia il Figlio che è il Verbo, la sua Parola. Noi uomini quindi parliamo, e prima ancora viviamo, perché riceviamo una parola, e con essa una missione che coincide con la nostra vita.

Un secolo prima dello sconsiderato esperimento di Federico ii , uno dei più grandi tra i filosofi di tutti i tempi, sintetizzò il suo pensiero nella famosa frase «cogito ergo sum». A Cartesio rispose nel ’900 il teologo Karl Barth rovesciando la frase in «cogitor ergo sum»: “sono pensato dunque sono”.

La sfida di ogni esistenza umana è dunque mettersi in ascolto, dentro e fuori di sé, e ricercare così quella parola che conduce a un pensiero creativo cioè ad un amore che mi precede e mi genera. Più del latte o del pane c’è un suono, una parola, accompagnata da uno sguardo, in altre parole, una relazione, che gettano le basi fondamentali di ogni vita. Per realizzare questo lavoro di ricerca ogni uomo deve, anche a sue spese, comprendere che non può essere solo lui a parlare ma deve lasciar parlare il mondo, gli altri, l’Altro. Per Kafka alla fine questo lavoro non è nemmeno complicato: «Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te».

di Andrea Monda