· Città del Vaticano ·

Un modo per guardare il mondo

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06 settembre 2021

«Per noi il cinema non è stato parte della nostra educazione, ma della nostra scoperta del mondo. Sul grande schermo le trame collettive sono poco indagate, ma l’uomo è un animale collettivo»; Alice Rohrwacher ha raccontato il suo personale romanzo di formazione, condiviso con la sorella Alba, dopo aver ricevuto il Premio Robert Bresson 2021.

Un riconoscimento della Fondazione Ente dello Spettacolo che ogni anno, durante la Mostra del cinema di Venezia, premia il regista «che abbia dato una testimonianza, significativa per sincerità e intensità, del difficile cammino alla ricerca del significato spirituale della nostra vita».

Il premio — conferito dalla Fondazione e la «Rivista del Cinematografo» con il patrocinio del Pontificio Consiglio della cultura e del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede e il contributo della Direzione generale Cinema e Audiovisivo del Ministero italiano per la Cultura — è stato consegnato domenica scorsa, a Venezia, da Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede.

«Un’occasione importante per celebrare la storia e ritrovare le coordinate di un cammino — ha detto Ruffini — con la missione della ricerca della bellezza fuori dal mainstream. La straordinaria e dolce potenza dei film di Alice Rohrwacher ci regala un modo inquieto ma non arreso di vedere le cose, un’attenzione al mistero e al senso spirituale della vita», grazie al “segreto di uno sguardo puro”, come nota Alessandro Di Bussolo, al Lido di Venezia per Vatican News.

L’opera della regista di Corpo celeste, Le meraviglie e Lazzaro felice — così si legge nella motivazione del premio — «è incardinata in uno spazio che non c’è più e in un tempo che non è ancora: è rimpianto e promessa, materia arcaica e trascendenza. Gli ultimi bagliori di un mondo in disfacimento, il mondo contadino, si rivelano allo sguardo dell’autrice come epifanie di luce, corpi celesti e resurrezioni. I suoi film rielaborano in modo locale tensioni globali, preservano il mistero dalla pornografia del contemporaneo, lamentano la perdita dell’antico senza farne un epitaffio». Come, ha aggiunto monsignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, «è molto chiara l’impostazione della sua cinematografia, il suo desiderio di andare oltre quello che vediamo e tocchiamo, dal primo film Corpo celeste fino a Omelia contadina, dove incarna quasi il magistero di Papa Francesco nella Laudato si’». Non cerchiamo «un cinema confessionale — ha ribadito il presidente della Fondazione sul palco della Sala Tropicana 1 dell’Hotel Excelsior al Lido di Venezia — ma un cinema autentico».

In questo senso il Premio Bresson è una sorta di dichiarazione di intenti, un “credo” cinematografico. «Rendete visibile quello che, senza di voi, forse non potrebbe mai essere visto», ripeteva Robert Bresson, ricordando ai suoi attori l’importanza del loro lavoro; il premio è stato istituito nel 1999 proprio per rendere sempre attuale la raccomandazione del regista francese. Il primo a riceverlo è stato Tornatore, seguito da de Oliveira, Angelopoulos, Zanussi, Wenders. Nel 2018 è stata premiata la regista che ha firmato alcuni dei più commoventi omaggi visivi a san Francesco, Liliana Cavani, mentre l’anno scorso il premio è andato a Pupi Avati, impegnato in questi giorni nelle riprese di un film in cui la storia di Dante viene raccontata da Giovanni Boccaccio, primo biografo del poeta, e dal vasto “clan” familiare degli Alighieri.

di Silvia Guidi