· Città del Vaticano ·

Anime Elette

La forza sociale dell’amicizia

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
04 settembre 2021

Giovanna di Chantal e Francesco di Sales


Lei è “forte”, “energica”, “con qualcosa di maschio che fa stupire in una donna”. Lui ha una sensibilità spiccata, capace di grande tenerezza, ma anche “franco” e maestro a ”indovinare le anime”. Tanto lei è impaziente, quanto lui sa (e chiede di) aspettare. «Badate» la avverte in una lettera «a non essere impaziente, altrimenti ne ricaverete un filo pieno di nodi e rivestirete molto male il vostro fuso». Due caratteri opposti: così monsignor Emilio Bougad, vescovo di Laval, nei suoi due volumi pubblicati a fine Ottocento sulla storia della baronessa di Chantal, descrive santa Giovanna Francesca e san Francesco di Sales,  coppia celebre  nella spiritualità del Seicento, non solo francese. Perfino il loro stile è opposto: ricco di “immagini” quello di lui, “serrato, senza colori” quello di lei. Dentro questa diversità naturale scocca la scintilla di un’amicizia straordinaria, che durerà tutta la vita. Non solo perché tra due santi. Ma perché diventa collaborazione tra un uomo e una donna, legati a un rapporto di paternità e figliolanza, ma anche fraternità, da cui nascerà un nuovo ordine religioso, l’Ordine della Visitazione di Santa Maria.

La storia di questo rapporto è contenuta nelle centinaia di lettere che Francesco e Giovanna si scambiano per tutta la vita, di cui purtroppo sono rimaste solo le prime: la maggior parte sono state distrutte per prudenza proprio da Giovanna dopo la morte di Francesco, pensando a come le malelingue avrebbero potuto leggere le loro parole e i loro pensieri fuori dal contesto in cui erano stati scritti. Epistolario eccezionale innanzitutto per la profondità dello scambio, che raccoglie tutte le sfumature dell’umano, dal dolore alla tenerezza, dalla preoccupazione alla gioia. Con una libertà, perfino audacia, che in un primo momento può stupire. Fino a quando non ci si accorge che è il frutto del principale insegnamento a cui il santo educa le anime che a lui si affidano: la “libertà di spirito”, condizione del piacere a Dio. «Sia detto una volta per sempre», scrive a Giovanna in una delle prime lettere, «sì, Dio mi ha dato a voi, voglio dire che mi vi ha dato in un modo unico, intero, irrevocabile». 

La baronessa di Chantal nasce a Digione il 23 gennaio 1572 in una famiglia della nobiltà borgognona. Suo padre è Benigno Frémyot, membro del Parlamento di Digione, la madre, Margherita di Barbisey, muore quando Giovanna è piccolissima.  Anche Francesco, nato nel 1567 in Savoia, viene da una famiglia nobile.  Quando si incontrano Giovanna ha 29 anni e da quattro anni è vedova. Il marito, Cristoforo ii , barone di Chantal, è morto in un incidente di caccia lasciandola con 4 figli: il più grande ha cinque anni, la più piccola pochi mesi. Desidera una guida spirituale, qualcuno a cui affidare i tormenti che vive. Un giorno, mentre cavalca, ha una visione: vede un uomo che somiglia a un vescovo. Dentro di sé una voce le dice che è la guida che ha chiesto a Dio. Ma è un sogno. L’immagine intravista nella visione diventa realtà il 5 marzo del 1604. Giovanna si trova a Digione, dove il padre l’ha invitata perché sa che arriverà il vescovo di Ginevra, Francesco di Sales, di cui tanto si parla. Giovanna assiste a una sua omelia per la Quaresima. Ne rimane folgorata. Determinata com’è, cerca di incontrarlo ancora. Ci riesce, ma sempre con altri. Allora supplica il fratello, Andrea Fremyot, anche lui sacerdote, di invitarlo a casa sua, dove potrà parlargli da sola; è il primo incontro importante. Giovanna gli confida la sua angoscia. Francesco intuisce, in lei, un’anima grande. Decide di prendersene cura. «Dio mi pare mi ha assegnato a voi, me ne accerto ad ogni ora più fortemente». Inizia lo scambio di lettere che durerà tutta la vita. Francesco la guida con maestria, affrontando le mille sfumature psicologiche della sua complicata personalità, ma anche occupandosi dei dettagli della vita quotidiana (dall’educazione dei figli a come vivere con il suocero brontolone, fino alla “regola” di preghiere). La pedagogia di Francesco è eccezionalmente moderna: guardare all’essenziale, fare tutto con libertà di spirito. Via “gli scrupoli”, “state lontana da ansie e da inquietudini”, fate “tutto per amore, niente per forza”, non preoccupatevi di trovare “gusto” nel fare le cose, perché l’esercizio della libertà è proprio nelle “cose che accadono senza gusto”. Per ciascun figlio, dà i suoi consigli, dosandoli a seconda delle diverse personalità. Non trascura i particolari: per esempio suggerisce che ciascuno dorma da solo, nella propria stanza e la invita ad “agire sulle intelligenze e sulle anime” dei figli, “con moti dolci, senza violenza”. Ma se c’è da rimproverare, lo fa. Sia lei, sia i figli, quando li incontra.

Con il passare dei mesi, degli anni, cresce, in entrambi, la consapevolezza che questo rapporto è uno strumento usato da Dio per la santità di entrambi. «Dio vuole che vi serviate di me e non ne dubitate», la incoraggia, sicuro, Francesco. Le lettere del vescovo di Ginevra sono tutte grondanti di un affetto che non teme di esprimersi. «Sappiate che, fin dalla prima volta che mi manifestaste la vostra anima, Dio mi diede un grande amore al vostro spirito: e quando mi vi manifestaste in un modo più particolare, si creò, fra la mia anima e la vostra, un legame d’affetto molto più stretto (…).  Ma ora, carissima Figlia, si è aggiunto a quello un affetto nuovo, d’un genere che, mi pare, non si po’ definire, ma ha come effetto una grande soavità interiore che provo quando vi auguro la perfezione dell’amore di Dio».

La vita non risparmia altri dolori. La convivenza difficile con il suocero, poi la morte di Giovanna, sorella di Francesco, che era andata a vivere da lei, le preoccupazioni per i figli. Intanto la baronessa, che ha fatto i voti di castità, matura l’idea di lasciare il mondo ed entrare in convento. Ma ha i figli da educare, un padre e un suocero di cui occuparsi. Tutto sembra contrario a questo progetto. Si confida con Francesco che non smonta questi propositi. Anzi. Da tempo gli è nata l’idea di fondare un nuovo ordine religioso, femminile, che raccolga donne decise a consacrarsi, ma non adatte, fisicamente, alle regole severe degli ordini esistenti. Vede in Giovanna la fondatrice perfetta. La sua stessa vita è la dimostrazione dell’ispirazione che muove Francesco: l’idea che la santità si può vivere sempre, ovunque e in qualunque stato. Che la radicalità è per tutti. Le dice, quindi, di pazientare. Giovanna attende. Sette anni dopo la situazione sembra sistemarsi provvidenzialmente. Una figlia, Marie Aimée, viene chiesta in sposa da Bernardo, parente di Francesco. Il figlio, Celso, viene affidato al nonno e a un precettore per l’educazione. Un nuovo dolore colpisce Giovanna: nel 1610 Carlotta, la figlia di 10 anni, muore per una malattia improvvisa.

Ormai nulla impedisce il progetto. La figlia più piccola può seguirla in convento. Gli altri due sono sistemati. Nel 1610 Giovanna si spoglia di tutti i beni in favore dei figli. Parte per Annecy e il 6 giugno 1610, insieme a due compagne, Marie-Jaqueline Favre e Carlotta di Bréchard, (a cui si unisce poco dopo Anna Giacomina Costa), entra nella «casa della Galleria», origine dell’Ordine della Visitazione. Pochi mesi dopo le Visitandine diventano 11. Nel giro di pochi anni, si moltiplicano le case.

Il 10 dicembre 1622 Giovanna e Francesco si incontrano per l’ultima volta. Il 28 dicembre lui muore a Lione. Lei gli sopravvive diciannove anni: muore a Moulins il 13 dicembre 1641.

«Lui mi ha reso tutto vostro e ha reso voi tutta mia perché fossimo più puramente più perfettamente e più unicamente suoi», si legge in una delle ultime lettere di lui. Ed è la perfetta descrizione di questa amicizia, grande e feconda in uno dei momenti più difficili per la storia della Chiesa. Francesco, santo nel 1665, considerato padre della spiritualità moderna, una delle grandi figure della Controriforma, è dottore della Chiesa e ha ispirato i fondatori di numerose famiglie religiose, tra le quali la più celebre è la Famiglia Salesiana fondata da san Giovanni Bosco. Giovanna, santa nel 1767, ne fu discepola determinata, libera, intelligente, in vita fondò 87 case.

Riposano tutti e due a Annecy, nella chiesa della Visitazione.

di Elisa Calessi


Una nipote famosa


Giovanna di Chantal è la nonna paterna di Marie de Rabutin-Chantal, nota come Madame de Sévigné, scrittrice, famosa dama della Francia del Seicento. Celebri le sue lettere alla figlia, minuziose ed esilaranti corrispondenze sui fatti quotidiani e veri della Corte di Versailles e dell’aristocrazia, che rivelano con brio la vita di una donna ricca dell’epoca.