· Città del Vaticano ·

Sguardi diversi

Il dono di Chiara

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04 settembre 2021

La parità tra uomini e donne letta da una scrittrice


Dopo l’esame di maturità liceale trascorsi qualche giorno presso il monastero di Santa Maria Maddalena a Sant’Agata Feltria, piccolo paese sulle colline nell’entroterra di Rimini.

Mi ci accompagnò un amico carissimo, un giovane frate francescano che avevo conosciuto qualche anno prima e con il quale per molto tempo ho intrattenuto una corrispondenza preziosa che iniziava sempre con: Cara sorellina mia. Estate 1990: passai tre giorni ospite delle clarisse; dormivo in una stanza adibita a foresteria e lì consumavo da sola i pasti che mi offrivano. Una volta al giorno parlavo dietro la grata del parlatorio con una di loro, e non ricordo bene come ma, a una qualche distanza, prendevo parte anche alle loro preghiere. Ogni tanto dalla finestra della mia camera sbirciavo nel chiostro, dove alcune di loro sedute all’ombra, e in mezzo al frinire delle cicale, facevano lavori di cucito. Ogni tanto uscivo, facevo due passi in quell’incantevole borgo medievale dominato dalla Rocca Fregoso, mi sporgevo sulla vallata verso il mare, verso Rimini, dove le amiche mi avevano invitato a raggiungerle, e pensavo a quello che probabilmente stavano facendo: spiaggia, gelati, discoteche, interminabili passeggiate sul lungomare a guardare e farsi guardare dai ragazzi.

Cosa stavo cercando in tanta solitudine? Non avevo vocazione per la vita claustrale, ma frequentare i francescani mi aveva messo a contatto con un’idea di povertà, semplicità e parità fra uomini e donne che mi disincagliava da molti dei contorcimenti dell’adolescenza. In quella stanza spoglia trovai un’essenzialità alla quale ancora oggi ritorno, di tanto in tanto. Avevo incontrato l’ordine francescano più o meno alla stessa età di quando santa Chiara lasciò la casa paterna e raggiunse, nel 1211, san Francesco che dimorava in una capanna ai piedi di Assisi. Dicono che a fare da tramite tra i due sia stato frate Rufino, cugino di Chiara e tra i primi seguaci di Francesco. Già nel 1209 Chiara mandava a comprare carne per i frati che stavano restaurando la Porziuncola. La preoccupazione da parte di Chiara per la salute fisica di Francesco mi ha sempre commossa, così come il fatto che si sia lasciata tagliare i capelli da lui: è un gesto di grande intimità, di abbandono. Nel loro rapporto, come in quello che ebbero con i loro fratelli e sorelle, l’attenzione al corpo, la cura, sono sempre presenti.

Riesco a immaginare molto bene la ragazza di diciotto anni, cresciuta nella devozione — la Leggenda dice che da bambina contasse sassolini per ogni preghiera recitata e mettesse da parte cibo dal proprio piatto per i poveri — giunta all’età da marito, ribellarsi a un destino sociale segnato e non scelto e compiere un gesto di rottura. A quell’età si è poco inclini ai compromessi, si è attratti invece dalle cose estreme perché conferiscono identità, quando ancora non si ha un posto nel mondo, forse solo una stanza interiore in cui rifugiarsi. Eppure la fuga di Chiara dalla protezione e dalle costrizioni della sua aristocratica famiglia — il padre era il conte Favarone di Offreduccio degli Scifi e anche la madre, Ortolana Fiumi, era nobile — non è solo un atto di rivolta giovanile. Chiara sapeva bene a cosa andava incontro: «Come epsa audì che sancto Francesco haveva electa la via della povertà, propuse nel suo cuore de fare ancho lei quello medesimo», dirà il famiglio Giovanni di Vettuta, al processo di canonizzazione della santa. Alla povertà sarà sempre fedele, ne richiederà il singolare privilegio a papa Innocenzo terzo nel 1216, quando la forma di vita di quel gruppo di donne, che con lei si era installato in San Damiano, doveva apparire irrituale e troppo fuori dagli schemi alle gerarchie ecclesiastiche, che avrebbero preferito si adeguassero alle norme benedettine dei conventi femminili dotati di proprietà e rendite. Ma Chiara fu irremovibile sulla scelta di non possedere nulla. Innamorata e convinta di quel progetto di fratres minoreset sorores minores, da cui il vescovo di San Giovanni in Acri, Giacomo di Vitry, passando per Assisi, era stato colpito tanto da parlarne in una lunga lettera. Era il 1216, Francesco attirava sempre più seguaci e Chiara, con le sue prime consorelle, probabilmente viveva in modo non tanto diverso dai frati: curando gli ammalati, prestando soccorso ai bisognosi, nella povertà più assoluta, in sfida alle convenzioni di quanto era consentito a una donna: perfino il miracolo della moltiplicazione del pane per le sue sorelle affamate ci dice quanto Chiara si sentisse pari a qualsiasi altro uomo nell’imitazione di Cristo.

Chiara e Francesco appartenevano ai privilegiati, in una società dove le differenze erano violente. Ugualmente aristocratici o benestanti furono i loro primi seguaci, frati e sorelle sensibili all’ingiustizia e convinti che applicando il vangelo avrebbero posto rimedio alle disuguaglianze che tenevano alla larga mendicanti, lebbrosi e infermi dai palazzi in cui loro stessi avevano abitato, dalle strade rispettabili della città. Si era dovuto parlare parecchio, ad Assisi, del momento in cui davanti al vescovo Guido, Francesco aveva restituito denari e vestiti al padre, ricchissimo mercante, che invano aveva coltivato per il figlio l’ambizione che diventasse cavaliere. All’epoca Chiara era una ragazzina. Nell’arco dei cinque anni successivi maturò la decisione di seguire l’esempio di quel giovane uomo che, da dissipatore e gaudente, aveva provato con l’esempio che si poteva vivere del proprio lavoro e di elemosina, senza mai accumulare denaro e beni. Proviamo a immaginare: andarsene da una casa protetta e riscaldata, fornita di cibo scelto, bei vestiti, gioielli, ornamenti e servitù, per vivere nell’incertezza, nell’indigenza, nel servizio al prossimo. Questa era in concreto la povertà. Mi sono chiesta perché agli occhi di Chiara e Francesco fosse così importante. Il fatto è che la povertà è rivoluzionaria, mette in discussione il potere fra gli uomini e le ingiustizie della società. Vivere a piedi nudi, letteralmente, è difficilissimo. Ma quanta liberazione nel ritornare creature, non persone storicamente determinate e limitate. Come spogliarsi degli abiti in un prato o immergersi nudi in acqua. Ma non è sempre estate né primavera, e con la durezza, in maniera diversa, Chiara e Francesco dovettero fare i conti, sopportando la malattia, l’immobilità, la sconfitta: il legame tra i fratres e le sororesminores venne allentato il più possibile dalle gerarchie, la regola dell’uno e dell’altra dovette adeguarsi a obblighi che loro non avrebbero voluto. Chiara pronta a partire per il Marocco intorno al 1220, in soccorso a frati che venivano martirizzati, auspicava per sé e per le sorelle una vita di rigida clausura? Non sembrerebbe. Vi erano monache che prestavano regolare servizio fuori dal monastero ed erano dispensate dai digiuni, dal camminare scalze, dall’obbligo di silenzio. La clausura sarà un’imposizione papale. Così come la regola bollata ottenuta da Francesco nel 1223 non solo recideva il legame con le sorores, ma vedeva perdere d’importanza la povertà, la cura dei lebbrosi, la predicazione pacifica agli infedeli che per il Santo erano state capitali. I loro ideali assoluti furono in gran parte ridimensionati.

Ma conservarono la gioia. Ormai cieco, Francesco trascorse un lungo periodo in San Damiano, e lì, vicino a Chiara, finì di comporre il Cantico delle creature, una lode piena di innamoramento per il creato. Nei ventisette anni che gli sopravvisse, Chiara non perse la luce della loro fede, e della loro forma di vita. Scrisse e riuscì a far approvare una sua regola, fatto eccezionale per una donna.

Nel corso della sua esistenza, Chiara ebbe delle visioni. Quella riportata da suor Filippa, al processo di canonizzazione, ci ha consegnato un’inversione di ruoli conturbante: Francesco allatta Chiara al seno e quel latte diventa oro nelle mani di lei. «Li pareva che fusse oro così chiaro e lucido, che ce se vedeva tucta come quasi in uno specchio». È un’immagine potentissima del loro scambio spirituale, che passa ancora una volta attraverso un atto fisico, una corporeità in cui maschile e femminile vengono ribaltati, e questo mi pare un segno altrettanto forte della loro idea di parità e fraternità. 

di Alessandra Sarchi


L’autrice

Nata a Reggio Emilia  nel 1971, vive a Bologna. Ha pubblicato i racconti Segni sottili e clandestini (Diabasis 2008) e, per Einaudi Stile Libero,  i romanzi Violazione (2012), vincitore del premio Paolo Volponi, opera prima;  L’amore normale (2014), La notte ha la mia voce (2017), vincitore  dei premi Mondello  e Wondy e finalista  Campiello, Il dono di Antonia (2020). Del 2019  è  il saggio La felicità delle immagini il peso delle parole. Cinque esercizi di lettura su Moravia, Volponi, Pasolini, Calvino, Celati (Bompiani).